Quando Giulia Valentina ha cominciato i lavori per la sua cucina verde salvia io avevo forse poco più di vent’anni. L’idea di comprare una casa, addirittura da ristrutturare, non mi era mai passata per la mente, né ci penso ora d’altronde. Pensandoci, forse allora nemmeno la seguivo. Eppure, ricordo, non si parlava d’altro: Dakota Johnson ne aveva una molto simile (era appena uscito il suo Vogue 73 questions) e il verde salvia era, improvvisamente, il colore del momento. Nei mesi successivi, come molte altre follower fedeli, ho seguito tutti i lavori. Ho visto nascere quella cucina, così come la libreria nel suo salotto e la cabina armadio con lo specchio Ultrafragola di Ettore Sottsass.
Ecco perché mi ha stupito, invece, la diffusione (tra le follower delle “influencer 2.0”) del fenomeno opposto. Nomi come Alessia Lanza, Federica Scagnetti, Emily Pallini, Carlotta Fiasella forse non sono ancora conosciute (o amate) come Chiara Ferragni e Giulia Valentina, ma i loro profili vantano fino a un milione di follower. I loro seguaci non si perdono nessuna mossa, ma quando ottengono soddisfazioni come quella di riuscire a comprare casa, invece che essere felici per loro (e seguire ogni lavoro come ho fatto io), si arrabbiano. Cosa sta succedendo, nell’era post-Ferragni, al rapporto tra influencer e seguaci? E come mai è l’acquisto della casa a far esplodere le tensioni?
Il rapporto tra influencer e follower: una “relazione” da comprendere
Come prima cosa, bisogna chiarire che con gli influencer che seguiamo – e la cui vita guardiamo quasi ogni giorno sui social – abbiamo un rapporto particolare. «Il legame tra follower e influencer è unico, ed è dovuto alle caratteristiche intrinseche della professione», spiega Elena Carraro, psicologa specializzata in relazioni. «Ogni influencer stabilisce con il proprio pubblico un rapporto che ricalca, almeno in apparenza, una relazione intima, confidenziale, di fiducia – tutti elementi che richiamano più la sfera affettiva che quella lavorativa».
Questo tipo di legame in psicologia viene definito parasociale, ovvero un rapporto in cui una persona (in questo caso il follower) si illude di avere un rapporto di reciprocità con un’altra (l’influencer), ma in realtà vive una relazione unilaterale.
«Questo da una parte permette agli influencer di influenzare, per l’appunto, chi li segue, ma dall’altra rende più difficile per gli utenti percepire questi personaggi come dei professionisti veri e propri e non come solamente degli “amici” o dei modelli da seguire», continua Carraro.
Ci sentiamo simili a loro, amici, ma non lo siamo!
A rendere così forti questi legami sono i meccanismi di identificazione e rispecchiamento: ci affezioniamo a loro perché ci danno la sensazione di essere proprio come noi, di avere le nostre stesse passioni e un carattere affine al nostro. Per questo ci vengono in mente anche fuori dai social media, e li contattiamo come veri e propri amici. Non è raro che Martina Tinarelli riceva foto di fan a Parigi che provano i suoi dolci preferiti, o che ragazze disperate chiedano consigli su “cattivi ragazzi” a Valentina Cabassi.
«Quando questi personaggi raggiungono obiettivi significativi e difficilmente realizzabili per la maggior parte delle “persone normali”, come ad esempio comprare casa da giovanissimi, è come se la somiglianza che fino a prima ci sembrava di percepire tra la nostra e la loro vita scoppiasse come una bolla», continua la psicologa. «Ci chiediamo: “Se davvero siamo così simili, perché tu sì e io no?”. E così improvvisamente le differenze diventano impossibili da ignorare e finiamo per non sentirci più loro amici, ma loro clienti».
L’era post-Ferragni e il (nuovo) ruolo degli influencer
Non solo scoppia una bolla e saltano le illusioni, ma ad aggravare il tutto c’è il contesto socio-economico che stiamo vivendo. La figura dell’influencer gode di sempre meno credibilità dopo l’affaire Ferragni, in cui l’aspetto economico era importantissimo. Dopo la pandemia, la classe media sta lentamente quasi scomparendo, e vedere storie e racconti di bellezza, lusso e divertimento per molti – invece che una narrazione aspirazionale – comincia a sembrare uno schiaffo, una presa in giro.
«C’è ancora l’idea diffusa che il successo e la ricchezza siano conseguenze del sacrificio e del duro lavoro, ma raramente abbiamo modo di vedere questo lato nella professione di influencer (o, quando la vediamo, non ha una forma che rispetta i criteri che conosciamo)», chiarisce Carraro. «In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, in cui per molti giovani (ma anche per molti adulti) è difficile arrivare a fine mese, tutto ciò arriva quasi come uno smacco, un’ingiustizia. E l’emozione autentica che deriva dall’ingiustizia è proprio la rabbia».
Dai messaggi di amore alla rabbia social
Non stupisce quindi che, proprio come scriviamo ai nostri influencer preferiti per condividere inside joke e messaggi d’affetto, quando scoppia la bolla ci si ritrovi sul web ad attaccarli. «I followers si sentono quasi autorizzati ad esprimere il proprio parere, spesso in modo diretto e non filtrato, in virtù di una intimità fittizia», spiega Carraro.
«E il tutto si aggrava visto che sul web sembra esserci una completa assenza di conseguenze. A differenza delle interazioni faccia a faccia, in quelle online non vediamo gli effetti che le parole pesanti che scriviamo hanno su chi le riceve e pertanto deresponsabilizzarci è molto più semplice. La sofferenza di chi sta dall’altra parte, però, continua ad esistere anche se non possiamo osservarla». Ecco spiegati i casi che hanno visto vittime di vere e proprie shitstorm ragazze giovanissime che speravano di condividere coi follower traguardi che li avrebbero resi felici.
Se a diffondere odio è la GenZ
Un’altra cosa che mi ha sorpreso è l’età dei “leoni da tastiera”: sono i nativi digitali che, nonostante solitamente siano i più attenti al “galateo dei social”, si azzuffano senza rispetto e limiti ogni volta che l’influencer di turno posta la famigerata foto del mazzo di chiavi.
«Chi risente particolarmente di questo tipo di confronto sono i più giovani, che costituiscono anche la percentuale più massiccia di followers di queste figure. Spesso il risultato del confronto è un senso di insoddisfazione nei confronti dei propri risultati e traguardi, nonché una percezione alterata delle reali difficoltà che la situazione socio-economica attuale comporta», spiega infine Carraro.
Il rapporto parasociale con l’influencer porta a una (impossibile) identificazione, e quando i ragazzi non riescono più a “starle dietro”, si sentono in difetto. «Spesso la domanda che ci si pone è “cosa sto sbagliando?” e si finisce per attribuirsi la responsabilità di problemi che hanno poco a che fare con il singolo e molto con il sistema capitalistico in cui viviamo».