C’è una bella notizia per i bambini che soffrono di leucemia linfoblastica acuta, la più diffusa tra i piccolini fino ai cinque anni. Per questo tumore del sangue finalmente anche in Italia si può prescrivere un farmaco immunoterapico innovativo, che può salvare la vita. È una nuova, importante speranza per i casi più difficili. E non parliamo di situazioni rare, purtroppo: un bimbo malato su 5 e la sua famiglia si trovano a fare i conti con una forma ostinata della malattia che non migliora nonostante le terapie tradizionali o con una ricaduta che si presenta a distanza di tempo, proprio quando si pensa di essersi lasciati tutto alle spalle. Le cure che attualmente vengono utilizzate, e in primo luogo i chemioterapici, purtroppo non sempre garantiscono la guarigione.

Abbiamo girato le domande che tutti ci facciamo sul nuovo farmaco a uno dei massimi esperti dei tumori del sangue dei bambini: Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di onco-ematologia, terapia cellulare e genica dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma.

Qual è la forza del nuovo farmaco?
«Agisce su quelle cellule cancerose che riescono a rimanere nascoste e quindi a non essere attaccate dalla chemioterapia. Sono le più pericolose perché la loro presenza non emerge durante i controlli di routine e non provocano sintomi, salvo poi dare segno di sé improvvisamente e causare ricadute. In pratica, il farmaco dà ai linfociti T, cioè le “truppe” più agguerrite del sistema immunitario, il potere di scovare queste cellule leucemiche e di eliminarle, prima che mettano in pericolo la vita del bambino».


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Ma allora perché non si utilizza fin dalla diagnosi?
«È un farmaco che stiamo ancora studiando e io non escludo che un domani per una parte dei malati possa essere così. Questo non toglie che oggi nella maggior parte dei casi il protocollo di trattamento tradizionale, con una combinazione di farmaci chemioterapici somministrati secondo schemi ben definiti, funziona bene già da solo. Certo, è un percorso lungo, parliamo di due anni di cure, ma garantisce la guarigione nell’80-85% dei casi. Lo so, si stringe il cuore quando in reparto c’è un bambino piccolo, ma per confortare le famiglie ricordo sempre che l’organismo dei bimbi ha una tolleranza alle cure migliore rispetto a quello degli adulti ed è per questa ragione che i protocolli di terapia dei piccoli sono più aggressivi rispetto a quelli utilizzati, per esempio, per gli over 30. Adesso la via da percorrere è controllare strada facendo la risposta alle terapie e intervenire subito se qualcosa non va. Gli studi ci hanno dimostrato che ha un valore importante la misurazione della cosiddetta malattia residua minima, cioè del carico di cellule leucemiche. Questo esame viene effettuato alla quinta e all’undicesima settimana di trattamento chemioterapico. E se il risultato preoccupa si può intervenire subito con il nuovo farmaco immunoterapico».

Con il nuovo immunoterapico si può evitare il trapianto?
«No, perché ci sono comunque casi in cui i farma-ci da soli non bastano o in cui in base ai risultati dei test cromosomici e molecolari che vengono effettuati alla diagnosi si decide di ricorrere diret-tamente al trapianto delle cellule staminali come primo trattamento. Anche in questi casi però il nuovo immunoterapico può essere d’aiuto come ci ha dimostrato lo studio “215” presentato all’ultimo congresso europeo: nel caso di recidiva della malattia, aumenta le probabilità di riuscita del trapianto, abbattendo considerevolmente i rischi di ricaduta».

Per le cure è indispensabile andare in ospedale?
«Sì lo so che in questo momento molte famiglie sono angosciate all’idea di dover passare lunghi periodi in reparto. La diagnosi, i primi mesi di terapia e ancora di più il trapianto, richiedono la presenza fisica del bambino in ospedale ma assicuro che si può stare tranquilli e questo non mi stancherò mai di ripeterlo ai genitori. Così come continuo a ripetere di non saltare le visite, perché può essere pericoloso. C’è uno studio che è stato pubblicato dai colleghi dell’Ospedale Pausillipon di Napoli. I ricercatori hanno analizzato le conseguenze del primo lockdown. E i dati raccolti dicono che purtroppo tre piccoli pazienti non ce l’hanno fatta proprio per questo, perché quando sono arrivati in reparto “nonostante” la paura del contagio le loro condizioni erano già troppo gravi».


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Leucemia infantile: attenzione a questi sintomi

La diagnosi precoce è fondamentale per combattere la leucemia. E gli specialisti consigliano non trascurare alcuni segnali. Meglio parlare con il pediatra se il bambino è sempre molto pallido e stanco, oppure ha i linfonodi del collo ingrossati e episodi di febbriciattola. O, ancora, ha dolori alle ossa diffusi.