«Perché ci riportano in Bielorussia? Cosa abbiamo fatto di male?». Ivan ha 8 anni ed è fuggito con i suoi genitori dall’Iraq, viaggiando per centinaia di migliaia di chilometri fino ad arrivare al confine con la Polonia. Ma la loro speranza di entrare in Europa si è infranta contro il filo spinato e le armi dei poliziotti che li hanno rimandati indietro. In quel “perché” incredulo di Ivan c’è tutta la difficoltà – anche di noi italiani – a comprendere cosa sta succedendo alla frontiera tra Bielorussia e Polonia, dove da settimane migliaia di persone sono accampate in una terra di nessuno, respinte da entrambi i Paesi. Prova a spiegarmi la situazione Karolina, un’operatrice di Fundacja Ocalenie, organizzazione in prima linea nel soccorso ai migranti. È stata lei ad aiutare Ivan e i suoi genitori: «Avevano attraversato la foresta ed erano arrivati in Polonia. Hanno trovato il nostro numero e ci hanno inviato la loro posizione».

Tra Polonia e Bielorussia

È così che funziona qui, al confine. Le forze dell’ordine bielorusse spingono i migranti verso la Polonia, quelle polacche – 17.000 uomini tra polizia, guardie di frontiera ed esercito – non li lasciano passare. Così a loro non resta che provare ad attraversare la foresta a cavallo tra i due Stati: gelida, paludosa, senza sentieri. Quando ci riescono, chiedono aiuto, contattando numeri di emergenza trovati su Internet o grazie al passaparola lungo il percorso. Poi, aspettano. «Abbiamo guidato almeno un’ora e camminato altrettanto nel bosco. Quando siamo riusciti a trovarli, abbiamo chiesto se volessero chiedere asilo, spiegando che, in quel caso, avremmo dovuto avvisare le forze dell’ordine» continua Karolina. «Ci hanno detto di sì, di chiamare chi dovevamo. Ma i poliziotti non avevano intenzione di aiutarli. Li hanno caricati di peso e riportati indietro. In quel momento Ivan mi ha chiamata e mi ha chiesto: “Perché?”. Non ho saputo rispondere. E di lui ho perso le tracce».

Bielorussia migranti Polonia
Militari controllano il confine tra Bielorussia e Polonia.

Una volta arrivati in Polonia, i migranti possono chiedere protezione secondo la legislazione europea. Il governo di Varsavia, però, a settembre ha dichiarato lo stato d’emergenza, in ragione del quale ritiene di poterli respingere. «Uno stato d’emergenza nazionale non sospende il diritto internazionale e, quindi, neanche il diritto d’asilo» chiarisce Matteo Villa, analista dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale. «Bisognerebbe esaminare le loro richieste, registrarli e, in caso di risposta negativa, rimpatriarli. Non certo rispedirli in Bielorussia. Ma il diritto ha delle aree grigie ed esiste solo se lo si fa rispettare». Sempre a settembre, la Polonia ha creato una “restricted zone” per un raggio di 3 chilometri dal confine, puntellata da check point. Nessuno può entrare, tranne i residenti.

Chi offre rifugio ai migranti

Un grande aiuto, però, arriva proprio da alcuni di loro. Piccole luci verdi sono comparse, come segnale di via libera, all’esterno delle case di chi offre rifugio ai migranti. La chiamano “la rete delle Green Lights”. «Sono cittadini polacchi che vogliono aiutare, non medici. Così, io e mio marito, che siamo dottori, abbiamo deciso di andare lì e spiegare loro le regole del primo soccorso» racconta Magdalena. Da mesi va al confine per insegnare rudimenti di medicina e consegnare farmaci e termometri comprati con fondi raccolti online. «È difficile credere che qualcuno sopravviva alla foresta. I migranti l’hanno definita “giungla”. Non lo è, ma lo sembra».


Piccole luci verdi sono comparse sulle case dei cittadini polacchi che offrono aiuto e rifugio. La chiamano “la rete delle Green Lights”


Nella parte di “giungla” fuori dai check point operano medici e ong. «Indossiamo stivaloni di gomma e vestiti termici contro il freddo, e portiamo torce a infrarossi per orientarci nel buio. Non sempre basta. L’altra notte sono caduta e ora ho una gamba ingessata» mi racconta Anna, volontaria di Grupa Granica, che ha riunito 14 organizzazioni umanitarie per fronteggiare meglio l’emergenza. Acqua, zuppe calde, coperte e bende sono i rifornimenti di base dei volontari.

«Portiamo quello che riusciamo a caricare in spalla. Per evitare la polizia, dobbiamo lasciare la macchina lontano dal punto di incontro e camminare. Ci trattano come criminali, ci dicono che i migranti sono violenti, che non dobbiamo avvicinarli» continua Anna. «La prima volta, ero spaventata. Poi, però, i migranti li ho incontrati. Erano zuppi di umidità, in ipotermia, camminavano a fatica, bianchi come fantasmi. Davanti a un ragazzo dello Yemen che aveva mangiato foglie e bevuto acqua dalle pozzanghere l’ultima cosa che ho provato è stata la paura. Pochi giorni fa ho soccorso un gruppo di 9 curdi, già respinti 18 volte. Tra loro c’erano 3 bambini, la più piccola si è attaccata a me, è stata la mia notte più dura. Ho provato a ottenere dai genitori le informazioni necessarie alla richiesta di protezione presso la Corte europea dei diritti umani. Quando ho chiamato Strasburgo, però, non mi hanno risposto. Era venerdì pomeriggio e nessuno era più al lavoro. Così ho lasciato la piccola e la sua famiglia nella foresta. Spero che siano ancora vivi e ci ricontattino».

Una “guerra ibrida”

Fino a pochi giorni fa, i migranti erano sparsi nel bosco. Ora i media statali bielorussi diffondono immagini in cui vengono radunati in un magazzino alle porte di Kuzniza, città nel Nord della Polonia. In questa “guerra ibrida” in cui la stampa libera non è ammessa, però, conoscere i fatti è difficilissimo. L’informazione passa dalla propaganda dei 2 Stati: la Polonia mostra migranti spinti al confine dai militari bielorussi, la Bielorussia risponde con immagini dei cannoni ad acqua usati dall’esercito polacco.

«Radunarli in un solo luogo aiuta a dare l’immagine di un’invasione. Che, però, non c’è» osserva Matteo Villa dell’Ispi. «Sono circa 6.000 persone, numeri che potremmo gestire. Ma ai Paesi coinvolti non conviene: la Bielorussia vuole creare caos, per convincere l’Ue a sospendere le sanzioni economiche imposte a Minsk. La Polonia ha una partita aperta con Bruxelles sui diritti umani – per il divieto di aborto e le norme contro la comunità Lgbt, tra le altre cose – e sposta l’attenzione sui migranti. È una questione politica». Che difficilmente sarà sciolta a breve. Lo pensa anche Anna: «L’inverno sarà lungo e temo che questo sia solo l’inizio».


Come si è arrivati a questo punto

Quando è scoppiata la crisi? Da maggio, a bordo di aerei partiti soprattutto dal Nord Iraq, gruppi di migranti sono atterrati a Minsk. Per l’Ue, la Bielorussia avrebbe incentivato i voli con la falsa promessa dell’ingresso in Europa. A settembre la Polonia ha chiuso le frontiere.

Qual è la posizione della Bielorussia? Il presidente Lukashenko vuole sfruttare i migranti per far sì che l’Ue sospenda le sanzioni economiche imposte dopo la repressione dell’opposizione nel 2020.

Cosa sostiene la Polonia? Il premier Morawiecki ha denunciato l’ombra della Russia dietro Lukashenko: «I migranti vengono usati per destabilizzare l’Ue». A suo dire, la Bielorussia segue le orme della Turchia, che usa i profughi siriani come leva per negoziare con Bruxelles. Varsavia, che con i respingimenti viola le convenzioni internazionali, ha annunciato la costruzione di un muro al confine a dicembre.

Cosa fa l’Unione europea? Bruxelles ha approvato un inasprimento delle sanzioni verso la Bielorussia. Verrà colpito chiunque sia coinvolto nel traffico di esseri umani: funzionari statali, compagnie aeree e agenzie viaggi. Minsk, a sua volta, minaccia di bloccare il transito delle forniture di gas verso l’Europa. Quanto al muro polacco, l’Ue non lo finanzierà, però non può impedirlo.

C’è una soluzione? Dopo una telefonata tra Lukashenko e la cancelliera tedesca Angela Merkel si profila una strategia: la Bielorussia rimpatrierebbe i profughi ancora a Minsk in cambio di un corridoio umanitario verso la Germania per quelli che sono al confine.