Ogni giorno, senza quasi accorgercene, scegliamo le parole con cui raccontare il mondo. E quelle parole, che sembrano solo lettere in fila, hanno il potere di costruire o distruggere, avvicinare o dividere, rendere visibile o cancellare. Lo sappiamo bene noi che facciamo informazione, ma troppo spesso lo dimentichiamo. Questo quarto e ultimo capitolo del nostro progetto Libere e Uguali. Per una nuova idea di parità è forse il più scomodo ma anche il più necessario, soprattutto adesso. Parla del modo in cui la violenza contro le donne viene raccontata o taciuta dai media. Ma non solo: parla di come le parole dei giornali, dei telegiornali, dei social siano lo specchio di ciò che siamo. E, insieme, l’argilla con cui modelliamo quello che diventeremo. Anche per questo oggi, più che mai, serve attenzione. E responsabilità. Perché i linguaggi sessisti e la narrazione distorta della violenza non si annidano solo nelle pagine di cronaca nera, ma circolano online, si moltiplicano nei social, si travestono da intrattenimento.
Il potere delle parole nella narrazione mediatica
I casi recenti del sito Phica.eu e del gruppo Facebook Mia moglie sono solo l’ultimo esempio di quanto l’ambiente digitale possa diventare terreno fertile per la cultura dell’oggettivazione delle donne da parte degli uomini. E dimostrano quanto sia urgente una riflessione seria e una regolamentazione su come raccontiamo, guardiamo, giudichiamo. Sfogliando le note sul cellulare, mi è ricomparsa una frase che avevo salvato tempo fa. «I media non sono innocui: danno forma al modo in cui vediamo il mondo e a come il mondo vede noi». È della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie. E oggi, in questo lavoro, mi è sembrata più chiara che mai. Perché quel potere di raccontare, scegliere, omettere lo maneggiamo noi. E non possiamo fingere che non sia nostro. Proprio da questa consapevolezza nasce il cuore della ricerca: un invito a cambiare sguardo, a restituire alle parole il loro peso. Perché nessuna trasformazione è possibile senza un cambiamento nel modo in cui guardiamo e narriamo la realtà.
Linguaggio e disuguaglianza: uno specchio distorto nei media
C’è uno specchio, nei media italiani, che riflette uomini e donne in modo molto diverso. Non è uno specchio fedele, trasparente: somiglia piuttosto a quelli dei luna park, che deformano, allungano o schiacciano l’immagine. Infatti, a parità di risultati, successi o competenze, è ancora l’uomo a ricevere più attenzione e visibilità, come evidenziano 4 italiani su 10. Questo squilibrio è particolarmente evidente nei settori della scienza, dello sport, della politica. Al contrario, nel mondo dello spettacolo, la distribuzione della presenza tra i generi sembra più equa, ma si tratta di un equilibrio solo apparente. «Il modo in cui si racconta fa la differenza» sottolinea Laura Nacci, divulgatrice linguistica e direttrice della formazione di SheTech, associazione no-profit che ha l’obiettivo di portare la parità di genere nel mondo tech e digital in Italia.
Forza, autorevolezza, leadership, competenza sono tutte parole che nei media ricorrono molto di più quando il protagonista è un uomo. Se si parla di una donna, invece, entrano in campo empatia, maternità, gossip.
Parole diverse per uomini e donne: lo squilibrio nei media
Eppure qualcosa si muove. Secondo i dati del sondaggio, 6 italiani su 10 riconoscono che nei media si stia provando a superare i ruoli tradizionali: oggi si vedono donne in posizioni di comando e uomini in ruoli di cura. Ma non per tutte e tutti è un progresso sufficiente. Per 1 donna su 4, infatti, questi segnali sono ancora troppo deboli: finché il cambiamento non si rifletterà nella vita quotidiana, resterà una trasformazione di superficie. C’è un motivo se siamo scettiche: ci siamo passate. «Quante volte ci siamo sentite dire che eravamo “Brave, ma…”? Quante volte le nostre competenze sono state accolte con sorpresa, come se fossero un’anomalia?» ricorda Laura Nacci. E poi c’è la lingua. Quella che parliamo tutti i giorni e che, senza che ce ne accorgiamo, continua a rafforzare una narrazione androcentrica che abbiamo incorporato. «Il linguaggio è lo specchio più sincero della società» osserva la linguista. Quello che deforma l’immagine della donna. «Se chiedi a un’Intelligenza artificiale di creare un’immagine di leader aziendale, ti restituisce un uomo sui 40 anni, bianco, in giacca e cravatta. Noi non ci siamo, siamo ancora fuori dallo spazio dell’immaginario collettivo».
Quando il linguaggio limita le donne
Il problema non è solo l’assenza, ma anche il giudizio implicito nelle parole che usiamo. «Prendiamo, per esempio, l’aggettivo “ambizioso”. Quando è riferito a un uomo, è un complimento, un segno di intraprendenza. Se riguarda una donna, suona un po’ come un’accusa: sembra una che vuole troppo, che sgomita». Cosa si può fare, allora? Non basta più solo notare le disparità: bisogna allenarsi a cambiarle. «Serve consapevolezza, sì, ma anche esercizio, come quando impari una lingua nuova. Bisogna fare attenzione, osservare, rieducarsi. E cominciare da gesti semplici: declinare le professioni al femminile, non dire “l’avvocato donna”, come se fosse un’eccezione, ma l’avvocata. Perché la normalità si costruisce proprio lì, nei dettagli che sembrano piccoli ma non lo sono».
Linguaggio e violenza di genere: come i media raccontano i femminicidi
C’è un altro specchio, oltre a quello che deforma la rappresentazione di uomini e donne nei media. Ed è forse ancora più pericoloso. È quello che riflette, o meglio, distorce, il racconto della violenza maschile sulle donne. Un racconto che spesso non informa, ma spettacolarizza. Che non denuncia, ma giudica. Secondo il nostro sondaggio, la cronaca nera cattura l’attenzione di 1 italiano su 2, con un interesse particolarmente alto tra le donne e le giovani generazioni. Eppure, secondo 2 su 3, il modo in cui queste vicende vengono raccontate è morboso, a tratti disgustoso. Non si limita a riportare i fatti: li infarcisce di dettagli inutili, aggettivi fuori luogo, colpe implicite. Un approccio che, per il 73% delle persone intervistate, non fa bene alla causa della parità, anzi: alimenta divisioni, schieramenti, tifoserie. E finisce per allontanare coloro che dovrebbero invece sentirsi coinvolti.
La spettacolarizzazione della violenza nei notiziari
Proprio su questo fronte si concentra il lavoro della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. «Tra i 16 punti su cui stiamo lavorando, ce n’è uno che riguarda la comunicazione» spiega Martina Semenzato, presidente della Commissione. «Ed è fondamentale, perché oggi la narrazione dei femminicidi si sviluppa secondo due logiche ricorrenti. Da un lato, quella degli stereotipi di genere che etichettano la donna e non raccontano i veri motivi alla base di un femminicidio. Dall’altro, quella della spettacolarizzazione: la violenza attira l’attenzione perché ci si immerge nella vita privata della vittima. Come se fosse una serie Netflix. E così il racconto, oltre a essere stereotipato, diventa morboso e distoglie l’attenzione dal reato e dalla prevenzione».
Quando la vittima è colpevolizzata dalle parole
Anche qui, come nel discorso sui ruoli di genere, le parole diventano gabbie. «Se una donna ha avuto tre figli da tre compagni diversi, scatta subito l’etichetta: è una facile. Se ha conosciuto un partner online, viene detto come fosse una colpa: l’uomo l’ha conosciuta allo stesso modo, eppure di lui non si dice nulla» spiega la linguista Laura Nacci. È un meccanismo di colpevolizzazione sottile ma costante, che si manifesta anche nel racconto della violenza. «Le vittime vengono descritte con molti aggettivi inutili, quasi sempre legati all’aspetto fisico: graziosa, femminile, dolce. Aggettivi che con la cronaca non c’entrano nulla. Per gli uomini, invece, nessun aggettivo, nessuna sovrastruttura». Il risultato è che la donna viene giudicata anche da morta. Spogliata della sua storia e ridotta a un oggetto narrativo, a volte solo al nome proprio, per sottolinearne una condizione di fragilità o dipendenza. «Nel racconto dei giornali Parolisi uccise per un no di Melania, Chiara Poggi diventa spesso solo Chiara: come se una donna non avesse una sua storia, una sua identità» osserva Francesca Panigutto, Head of Marketing & Communications di Fondazione Libellula, un network di aziende, persone, scuole e comunità unite dalla volontà di prevenire e contrastare la violenza di genere.
Servono parole nuove
Anche per questo, aggiunge l’onorevole Martina Semenzato, è necessario un cambiamento nell’approccio mediatico: «Bisognerebbe lavorare sull’etica del reporting, arrivare cioè a un racconto meno urlato, che stia nei perimetri giusti, anche temporali. È inutile continuare a raccontare un femminicidio aggiungendo dettagli morbosi. Anche perché, secondo me, c’è il rischio di emulazione. Non dimentichiamo che, oltre al diritto di cronaca, c’è anche il dovere. Certo, ci sono già linee guida importanti, come il Manifesto di Venezia del 2017, che raccoglie una serie di raccomandazioni su come raccontare la violenza di genere. Ma è un documento che andrebbe aggiornato, per stare al passo con la tecnologia e i nuovi linguaggi digitali».
Sarebbe importante raccontare la bellezza della vittima, quello che faceva, chi era. In modo che non si perda la sua memoria.
Il racconto distorto della violenza: quando i media tradiscono la realtà
Se il racconto è sbilanciato, anche la percezione della violenza si deforma. «Una recente analisi condotta da Save the Children su quasi 17.000 articoli evidenzia un dato chiaro: i media sovra-rappresentano i femminicidi e lo stalking, mentre trascurano del tutto la violenza domestica, che invece costituisce la fetta più grande dei reati registrati. I maltrattamenti in famiglia rappresentano il 51% dei casi denunciati, ma occupano solo il 14% dello spazio mediatico. Il femminicidio, che rappresenta meno dell’1% dei reati, è invece raccontato nel 44% degli articoli» fa notare Francesca Panigutto. Una distorsione che non è senza conseguenze. «Se racconti solo il femminicidio, per di più in modo morboso, banalizzi tutto il resto» continua. «Anche io, se fossi, un uomo penserei: “Non mi riguarda”».
I figli dimenticati: le vittime secondarie della violenza
Ma se parlassimo della violenza psicologica, economica, verbale, allora molti – uomini e donne – si riconoscerebbero. E forse capirebbero». Cambiare il racconto non è solo un dovere etico, è anche una questione di metodo. «Quando scriviamo, dovremmo sempre fare la prova, come in matematica: sostituire cioè il maschile al femminile» suggerisce Laura Nacci. «Se qualcosa non torna, se ci suona strano, allora dobbiamo riscrivere». Sembra un gioco, ma spostare lo sguardo, rompere l’automatismo è una rivoluzione che inizia anche dalle parole che arrivano per prime: i titoli. Brevi, potenti, spesso fuorvianti come quelli che parlano di “raptus”, “tragedia”, “amore finito male” e non raccontano la violenza per quella che è: sistemica, strutturale, reiterata. «Soprattutto, cancellano le vittime secondarie, come i figli che assistono agli abusi domestici. Se non li nomini, è come se non esistessero» conclude Panigutto. «Invece ci sono. E hanno bisogno che si racconti anche la loro storia».
L’educazione digitale manca sia tra i giovani sia tra gli adulti
Dopo lo specchio deformante dei media e quello distorto del racconto della violenza, ce n’è un terzo che oggi influenza più di tutti la percezione di sé e dell’altro: quello digitale fatto di social network, chat, smartphone che accompagnano ogni gesto quotidiano, soprattutto tra i più giovani. Per buona parte degli italiani, il giudizio è netto: i social network contribuiscono alla diffusione di fake news (48%), alimentano il linguaggio d’odio (32%) e promuovono falsi miti (37%). Ma tra i ragazzi l’opinione cambia: il 67% della Gen Z pensa che siano strumenti utili per costruire connessioni, trovare ascolto, sentirsi parte di qualcosa. In un’epoca in cui molti si sentono soli anche in mezzo agli altri, questo non è un dettaglio.
Lo specchio digitale: tra fragilità giovanile e cultura del possesso
C’è però uno scarto, nei ragazzi di oggi, tra quello che sanno e quello che vivono. «La Gen Z è più attenta, più sensibile a certi temi. Forse anche perché è più fragile. Dal sondaggio emerge, infatti, che il 70% di ragazzi e ragazze percepisce maschilismo nei propri coetanei. Ma se la consapevolezza cresce, non sempre basta a cambiare i comportamenti. Tra i giovani la violenza è spesso normalizzata, come il possesso. Il 53% dei ragazzi vede nei compagni comportamenti aggressivi» osserva Francesca Panigutto di Fondazione Libellula. Una contraddizione che mette in luce un’urgenza: quella di accompagnare le nuove generazioni non solo con regole, ma con strumenti. Perché se è vero che i ragazzi abitano il digitale più degli adulti, è altrettanto vero che spesso ci stanno da soli.
Perché serve un’educazione digitale basata sul rispetto
E proprio lì, tra fragilità e sperimentazione, dovrebbe entrare in gioco l’educazione condivisa. Lo afferma il 62% degli italiani, convinto che per affrontare il digitale serva non vietare o controllare, ma costruire insieme un uso consapevole. È un passaggio necessario, soprattutto in un momento in cui i casi di Mia moglie e Phica.eu hanno riportato l’attenzione sul tema della sicurezza online. «È fondamentale un’educazione digitale che oggi manca totalmente» spiega Nicole Monte, avvocata esperta in diritto digitale e vicepresidente di PermessoNegato, associazione nata per offrire supporto alle vittime di diffusione non consensuale di materiale intimo e di violenza online. «Serve un’educazione che non sia solo tecnica, ma anche etica e sostenibile dal punto di vista emotivo, capace di sviluppare consapevolezza e rispetto. Che riconosca come le nuove generazioni, penso soprattutto alla Generazione Alpha (i nati dal 2010 al 2025, ndr), non vedano più un confine tra vita reale e vita digitale: per loro lo smartphone è il principale mezzo attraverso cui si raccontano e si relazionano».
Consenso e linguaggio digitale: una questione culturale
È inutile dire: «Non fate sexting». Perché lo faranno. «E non è questo il problema» continua Monte. «Il problema è non spiegare che diffondere un’immagine intima senza consenso è un reato. Spesso chi lo fa nemmeno lo sa. È una conseguenza della cultura del possesso, del modo in cui ancora vediamo la donna: come un oggetto, qualcosa che appartiene a qualcun altro. Finché non cambiamo questo sguardo, non cambierà neanche il modo in cui viviamo e subiamo il digitale». Ed è proprio sul consenso che si gioca la partita più importante. Non solo nelle relazioni affettive, anche nella dimensione digitale dove tutti i giorni lasciamo le nostre tracce, informazioni, immagini. «Ce lo dimentichiamo ogni volta che “flagghiamo” senza leggere, accettando termini e condizioni sull’uso dei nostri dati che non conosciamo. Eppure è lì, nero su bianco, che si trova tutto quello che quella piattaforma può fare con la nostra immagine» spiega Nicole Monte.
Leggere quei documenti, prendersi il tempo di capire a cosa stiamo acconsentendo è uno degli atti di tutela più potenti che abbiamo a disposizione.
Cambiare linguaggio per cambiare cultura
«Non è vero che mancano gli strumenti: l’ordinamento europeo è uno dei più garantisti al mondo. Il recente Digital Services Act obbliga le piattaforme online, da YouTube a Instagram, da Google a TikTok, a moderare i contenuti illegali, come incitamento all’odio e abusi su minori, e permette agli utenti di segnalare contenuti che ritengono lesivi» conclude l’avvocata. Certo, sul piano normativo resta ancora molto da fare, per esempio la possibilità concreta di identificare chi pubblica certi contenuti, ma nessuna norma sarà mai efficace quanto una cultura del rispetto che parta dalle basi: educazione, ascolto, responsabilità condivisa. Se vogliamo che i ragazzi imparino a stare nel digitale in modo sano, dobbiamo impararlo anche noi. E costruire insieme nuovi alfabeti, nuove narrazioni, nuovi sguardi. Perché oggi le immagini dell’uomo e della donna passano anche, e soprattutto, da qui.
Con la collaborazione scientifica di Università degli Studi di Milano, Fondazione Libellula, MyEdu, Valore D, H-FARM
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