Pfas: rischio anche per latte, uova e pesce

05 08 2019 di Eleonora Lorusso
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Tracce di Pfas anche in PIemonte, Lombardia ed Emilia Romagna. Mentre si avvicina il processo sui veleni in Veneto, l’Istituto Superiore di Sanità indica gli alimenti con la più alta concentrazione di sostanze inquinanti

I Pfas non si trovano solo nell'acqua. Secondo le analisi appena condotte dall’Istituto Superiore di Sanità i Pfas si “nascondono” soprattutto in latte, uova e pesce prodotti localmente, il che rende queste sostanze chimiche (tecnicamente perfluoroalchiliche) ancora più pericolose, soprattutto per la popolazione della “zona rossa” del Veneto compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova. Il rischio di esposizione a questi composti chimici è di interferenze a livello endocrino, con variazioni del metabolismo riscontrate soprattutto nei bambini.

Da tempo la popolazione si batte per avere chiarezza e a ottobre ci sarà la prima udienza per il rinvio a giudizio di 10 manager della ex Miteni, azienda chimica di Trissino, nel veronese, dove venivano prodotti questi composti. Ad aggravare la situazione c'è il fatto che per alcuni tipi di Pfas l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) non ha ancora stabilito dosi giornaliere o settimanali tollerabili.

Dove nascono i Pfas

Finora l’unica certezza era rappresentata dal fatto che i composti chimici (usati soprattutto nei rivestimenti impermeabili di smartphone, carta da pizza o zincatura delle padelle antiaderenti) potevano entrare nell’organismo umano tramite l’acqua. Per questo la maggior parte della popolazione della “zona rossa” veneta non beve quella di rubinetto e le mamme del comitato No Pfas si sono battute perché nelle mense scolastiche sia servita solo acqua in bottiglia.

Perché si trovano nel latte

Il report dell’Iss ora spiega che il Pfoa (acido perfluoottanoico, uno dei Pfas) è presente in quantità 5,3 volte oltre i limiti di legge nell’acqua e, in particolare, 25 per gli adulti e 5,4 nei bambini. Proprio nei più piccoli, però, le analisi dell’Iss hanno evidenziato che il latte rappresenta un alimento ancora più contaminato, insieme a uova e pesce. Il che è facilmente spiegabile con il fatto che i prodotti ittici locali si trovano in acque contaminate e le uova provengono da allevamenti della zona, dove la presenza di Pfas è arrivata a livello di falde acquifere. Lo stesso vale per il latte vaccino, proveniente da mucche che si abbeverano da acque contaminate. Anche in agricoltura sono usati fanghi fertilizzanti che possono avere tracce inquinanti.

“I nostri figli sono già pesantemente contaminati e non possiamo tollerare che assumano nemmeno quantità minime di questi interferenti endocrini potenzialmente cancerogeni che, pur essendo prodotti dagli anni ’70, vengono vergognosamente ancora chiamati 'inquinanti emergenti'” denuncia spiega Michela Zamboni del comitato Mamme No Pfas.

Le analisi escludono le fasce più deboli

“Nell’analisi finale, l’Iss valuta anche l’esposizione dei bambini dai 3 ai 10 anni. Il piano di sorveglianza avviato dalla Regione Veneto, invece, esegue analisi del sangue su bambini dai 9 anni in su. Inoltre, esclude anche un’altra fascia di popolazione più debole, gli over 65, che hanno maggior probabilità di avere già alcune malattie correlabili con i Pfas, come il tumore al rene. Le fasce più a rischio quindi non entreranno nelle statistiche finali” denuncia Zamboni, che si chiede perché "non tutti hanno diritto ad avere accesso alle analisi del sangue per la ricerca dei Pfas. Non è infatti possibile effettuare analisi, nemmeno a pagamento, se non si rientra nell’elenco dei residenti in “area rossa” nati tra il 1951 e il 2014. E così ci sono molte persone, in particolare quelle nate prima del 1951, che presentano patologie correlabili ai Pfas che però non possono fare alcuna analisi sulla presenza di queste sostanze nel sangue” dice Zamboni.

A ottobre il processo ai responsabili

I sospetti di inquinamento da Pfas in Veneto risalgono ai primi anni 2000. Solo ora, però, si arriverà al processo. La prima udienza preliminare è fissata il prossimo 21 ottobre, con la richiesta di rinvio a giudizio 10 manager della Miteni, l’azienda produttrice di Pfas, fallita nel 2018. “Chiederemo al Giudice di poterci costituire parte civile per essere stati esposti per anni ai Pfas e perché queste sostanze si trovano ormai nel nostro sangue e in quello dei nostri figli, con tutte le preoccupazioni legate alle malattie che possono insorgere. Assieme ai nostri avvocati, ai medici e ai tecnici di nostra fiducia, stiamo studiando moltissimi documenti per capire cosa non ha funzionato e chi deve essere chiamato a rispondere per aver causato questo enorme disastro o per aver lasciato che accadesse" spiega Zamboni.  

La fabbrica va dismessa ma mancano i soldi

I costi di bonifica sono stimati in 5,5 milioni di euro per smantellare la fabbrica e 12-18 milioni di euro per intervenire sull’intera area. Le cifre, note fin dal 2008 a Mitsubishi (proprietaria della Miteni), dovrebbero essere sostenute dalla Icig, la multinazionale indiana che ha acquisito la proprietà lo scorso anno al prezzo simbolico di 1 euro. Il curatore fallimentare ha spiegato che sono state condotte opere di messa in sicurezza urgente (svuotando serbatoi di sostanze altamente tossiche come acido nitrico, acido fluoridrico e cloro), ma occorrerà procedere con la vendita di parte degli impianti per ricavare i fondi per dismettere la fabbrica e bonificare. “Ci sono già 4 relazioni di agenzie ambientali incaricate negli anni da Miteni che testimoniano come il terreno sottostante l’azienda sia pesantemente contaminato e, trovandosi nella zona della falda, l’inquinamento viene continuamente portato a valle. La Icig ha tempo fino a fine 2020 per smantellare gli impianti, ma fino ad allora l'avvio della vera bonifica è impensabile” spiega Zamboni.

Il sistema di filtraggio è insufficiente

“La Icig deve ora implementare la barriera idraulica già in funzione, un sistema di filtraggio dell’acqua contaminata della falda che però, pur essendo passato negli anni da 3 a 42 pozzi, è insufficiente. Gli acquedotti ci erogano ora acqua filtrata, ma ci sono ancora famiglie non allacciate alla rete che sono costrette ad andare a prendere l’acqua con le taniche. Ci sono allevatori e agricoltori che sono costretti a pagarsi di tasca propria costosissimi filtri e analisi Pfas per non chiudere le proprie attività. Le nuove fonti di approvvigionamento saranno ultimate tra qualche anno, ma dubito che un allevatore, per esempio di mucche da latte, possa permettersi economicamente di abbeverarle con acqua di acquedotto” spiega Zamboni.

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