Perché 34 donne hanno fatto causa a Pornhub

Hanno accusato Mindgeek, la società che gestisce Pornhub, perché alcuni loro video stati pubblicati senza il loro consenso. E si riaccende la polemica sulla piattaforma

Video pubblicati senza consenso. Questa l’accusa mossa da trentaquattro donne presso un tribunale della California a Mindgeek, la società che gestisce Pornhub, una delle più grande piattaforme online di contenuti per adulti. Come riporta la Cbs News, che ha intervistato le donne, la causa civile è stata intentata lo scorso giovedì e accusa la società di gestire «un’impresa criminale». Secondo i dati forniti da Pornub, che ha dedicato gran parte dei suoi sforzi comunicati degli ultimi anni per presentarsi come un sito mainstream, sarebbero 130 milioni gli utenti che ogni giorno visitano il sito: secondo le donne che hanno fatto causa, però, la società le avrebbe sfruttate a scopo di lucro, ospitando e promuovendo video espliciti di stupro, revenge porn e, in alcuni casi, video che raffigurano abusi su minori.

Non è la prima volta che Pornhub finisce nell’occhio del ciclone per questi motivi: lo scorso dicembre, infatti, la piattaforma ha rimosso la maggior parte dei suoi contenuti dopo che un’indagine ha dimostrato come in molti di essi erano illegali o inappropriati e alcuni coinvolgevano proprio minori vittime di abusi. L’operazione di pulizia ha fatto sì che il totale dei contenuti del siro passasse da 13 milioni di contenuti a soli 4 milioni. In quell’occasione diversi sponsor avevano ritirato i loro investimenti sul sito, a cominciare da Visa e MasterCard, e Pornhub aveva dichiarato che, a seguito dell’eliminazione dei video considerati problematici, il resto dei contenuti rimasti online derivasse da «utenti verificati, un requisito che piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok, YouTube».  

Una delle trentaquattro donne, intervistata da Cbs, ha raccontato che il suo video è stato visto da più di 200.000 persone, comprese tutti quelli che andavano al college con lei: «Il numero di visualizzazioni di quel video mi perseguiterà per sempre. Il solo sapere che tutte quelle persone l’hanno visto mi ha devastato a livello psicologico». La donna, che ha anche raccontato di aver sofferto di depressione e di quanto sia stato difficile metabolizzare quell’esperienza, ha deciso di unirsi alla causa per far sì che quello che era successo a lei non capitasse anche ad altre persone. «Mi ci è voluto molto tempo per venire a patti con il fatto che ero anch’io una vittima», ha detto. Michael Bowe, l’avvocato che rappresenta le donne, sostiene che Pornhub abbia aggirato le regole in vigore per proteggere gli attori nell’industria del porno “tradizionale”, che richiede ai produttori di verificare l’età e l’identità delle persone presenti nei video.

«Questa nuova industria del porno online, negli ultimi 10 anni, è stata autorizzata dalle forze dell’ordine e dagli enti governativi a operare secondo un insieme di regole diverso [da quelle della pornografia tradizionale, ndr]. Fondamentalmente, non c’è nessuna regola o supervisione», ha detto Bowe alla Cbs. Da parte sua, MindGeek ha risposto alla presentazione della causa con un comunicato ufficiale in cui si definivano le accuse di essere «un’impresa criminale» come «assolutamente assurde, completamente avventate e categoricamente false». MindGeek è una società con sede a Lussemburgo le cui attività sono però di base in Canada, ed è spesso definita il leader della pornografia online: ha infatti in portfolio anche YouPorn, Tube8, Xtube, SexTube e RedTube ed è anche una società di produzione di video per adulti.

Mindgeek, e in particolare Pornhub, è da anni l’oggetto di campagne di protesta e sensibilizzazione, che hanno denunciato la mancanza di controllo dei contenuti caricati e la presenza di materiale pedopornografico e di revenge porn. Uno degli aspetti più criticati di Pornhub è non a caso la presenza del bottone “download”, che permette di scaricare i contenuti e diffonderli anche una volta che sono stati bannati dalla piattaforma originaria. Un problema, però, che non riguarda di certo solo Pornhub, come riportava un'inchiesta del New York Times del 2019, secondo cui i contenuti di pedopornografia scambiati online nel 2018 aveva raggiunto l'impressionante cifra di 45 milioni tra foto e video, scambiati sulle principali piattaforme di messaggistica online come Facebook Messenger, Tumblr, Bing o Dropbox.

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