Perché proviamo piacere per le disgrazie altrui (e non è sempre un male)

29 03 2019 di Giorgiana Scianca
<p>"True Fiction II 1986 - 2004" una delle opere esposte alla mostra "Sandy Skoglund. Visioni Ibride", prima antologica dell’artista statunitense</p>

"True Fiction II 1986 - 2004" una delle opere esposte alla mostra "Sandy Skoglund. Visioni Ibride", prima antologica dell’artista statunitense

Si chiama “schadenfreude” e il termine tedesco si riferisce al pizzico di gioia che proviamo per i fallimenti degli altri. L’abbiamo avvertito tutti almeno una volta ma facciamo fatica ad ammetterlo. Ci aiuta una storica delle emozioni che a questo sentimento ha appena dedicato un libro

La recente gaffe di Trump, che in una conferenza chiama «Tim Apple» anziché «Tim Cook» il CEO di Apple, è subito diventata virale. Così com’è rimbalzato in tutto il mondo il clamoroso fallimento organizzativo del pompatissimo evento musicale Fyre Festival, alle Bahamas. Ammettiamolo. A volte la sfortuna e le cadute di politici e celebrità ci danno un brivido di piacere. Se ciò non stupisce è invece sconcertante provare un’inconfessabile sensazione di benessere anche nei confronti di conoscenti, amici e colleghi a cui qualcosa va storto o comunque peggio che a noi.

Non è un caso se in uno studio pubblicato sul Journal of economic behavior & organization, la maggior parte degli intervistati ha dichiarato che si sarebbe sentita più felice se i figli degli altri fossero stati meno belli dei propri. Questa emozione furtiva e moralmente ambigua ha un nome ben preciso: schadenfreude, dalla fusione di due parole, schaden e freude, (danno e gioia) e, benché non esista un termine italiano corrispondente, tedeschi e anglosassoni lo usano quotidianamente. «Succede a tutti anche se non sempre l’ammettiamo, perché a seconda del sentimento che la scatena può avere sapori molto diversi» spiega la storica delle emozioni Tiffany Watt Smith, autrice del libro appena uscito "Schadenfreude. La gioia delle disgrazie altrui".

«La schadenfreude è spesso alimentata da invidia, insicurezza o competitività, normali sentimenti che solo i bambini piccoli non provano. Ecco perché è un’emozione familiare ma quasi nessuno se la attribuisce: significherebbe ammettere con noi stessi che ci sentiamo inadeguati o, peggio ancora, che non siamo le belle persone che crediamo. Ma a ben vedere, la schadenfreude è soprattutto un momento di tregua dalle nostre frustrazioni perché ci consola sapere che non siamo i soli a dover convivere con i fallimenti. E per viverla meglio la prima cosa da fare è prenderne atto e non insabbiarla come di solito facciamo».

Possiamo chiudere un occhio con gli sconosciuti, ma provarla per le persone a cui vogliamo bene è difficile da accettare... 

«È vero, ma quando capita non dobbiamo colpevolizzarci troppo e se c’è affetto può essere utile esternare quello che proviamo. Mi è capitato di farlo con mio marito, che come me è uno scrittore. Tempo fa, mentre ero bloccata su un mio libro, ho vissuto un sentimento di schadenfreude nei suoi confronti. Mentre lui mandava un manoscritto all’editore io ho fatto una fantasia: ho immaginato che quel libro gli venisse restituito con correzioni e commenti negativi. E in quella fantasia ho avvertito un sottile piacere. Quando gliel’ho confessato ne abbiamo riso insieme e il mio disagio per aver provato un sentimento che giudicavo meschino, è svanito in un attimo».

Non è quindi sempre un’emozione “cattiva”.

«Io non credo che la schadenfreude sia buona o cattiva e provarla non fa certo di noi persone peggiori. La definirei piuttosto un’emozione innocua e per certi versi persino utile. Mi spiego meglio. Ammettere che dietro il nostro brivido di piacere per una piccola delusione capitata a qualcuno si nasconde un po’ di gelosia, ci può rivelare in quali ambiti ci sentiamo vulnerabili o inadeguati. E si sa, un disagio una volta riconosciuto è più facile da affrontare e da gestire».

Esistono decine di emozioni, perché si è interessata proprio alla schadenfreude?

«Ne sono intrigata perché è un sentimento che fino a dieci anni fa era stato sempre ignorato e che oggi invece domina il mondo. Alla base del fenomeno ci sono i social network. Basti pensare alla potenza di fuoco con la quale Instagram o Facebook diffondono un’immagine idilliaca della vita degli altri e di quanto questo ci faccia sentire peggio rispetto a noi stessi. E poi il mondo dei social è il contesto ideale per esprimere quel bisogno di giustizia e di rivalsa che spesso si nasconde nella schadenfreude. Proviamo a pensarci: non c’è situazione migliore per godersi a distanza di sicurezza le punizioni, le situazioni di imbarazzo e le avversità che subiscono gli altri e che noi giudichiamo meritate. Se poi il tutto accade a personaggi celebri, boriosi e compiaciuti, si arriva ad avvertire a un vero e proprio senso di trionfo amplificato dai milioni di “mi piace” e “condividi”».

Cosa fare quando ci accorgiamo di essere noi a scatenare la schadenfreude?

«Onestamente credo che dovremmo essere contenti. A caldo può sembrare un insulto, ma andrebbe preso come un attestato di stima di chi hai di fronte: ti valuta un rivale all’altezza o addirittura migliore di lui. Possiamo addirittura spingerci a provare empatia, perché in fondo quella schadenfreude che vediamo nell’altro è un sentimento che abbiamo sperimentato anche noi in altre occasioni».

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