Marco Cappato, leader dell’Associazione Luca Coscioni e dal 2017 imputato per aver aiutato Dj Fabo

Marco Cappato, leader dell’Associazione Luca Coscioni e dal 2017 imputato per aver aiutato Dj Fabo a raggiungere la Svizzera per ottenere il suicidio assistito: rischiava 12 anni. Foto ANSA/ANGELO CARCONI

Cosa succederà dopo la sentenza Cappato

Pronunciandosi sul caso Dj Fabo, la Consulta ha stabilito che aiutare una persona a  morire non è reato. «Ma non significa aver legalizzato il suicidio assitito» spiega il medico Vito Di Piazza. «Ogni caso farà a sè. In attesa di una legge che ancora manca»

Aiutare chi sceglie il suicidio assistito, in molti casi, non sarà più reato. Lo ha deciso la Corte Costituzionale, che è intervenuta nei giorni scorsi sul caso Marco Cappato. Il leader dell’Associazione Luca Coscioni aveva accompagnato in Svizzera Dj Fabo, cieco e tetraplegico, e per questo rischiava 12 anni di carcere. Abbiamo chiesto a Vito Di Piazza, medico primario a Udine e coautore del libro Vivere e morire con dignità (Nuova Dimensione) di commentare la sentenza.

«Dire che da oggi la “dolce morte” diventerà possibile è un errore. È come ammettere di essere arrivati a un traguardo dopo aver fatto pochi passi. Perché la Consulta, nel pronunciarsi sul caso di Marco Cappato, prima di tutto ha messo dei paletti: il malato deve essere in una condizione irreversibile, senza speranze di guarigione, ma lucido e consapevole della sua decisione. Il suicidio assistito deve avvenire in una struttura pubblica e previo parere di un comitato etico territoriale. Proprio su questi 2 ultimi aspetti nutro dei dubbi. I nostri ospedali difficilmente saranno pronti a questa pratica e tanti medici invocheranno l’obiezione di coscienza. I comitati etici, poi, non sono ovunque e non sempre sapranno decidere in tempi brevi. Per ora, quindi, ogni caso sarà una storia a sé e pazienti e famiglie dovranno sopportare un calvario di dubbi e dolore».

Continua Di Piazza: «La verità, infatti, è che il tema del fine vita fa paura e molti medici liquidano l’argomento in corridoio, invece di parlarne con empatia e accompagnare malato e parenti verso una fine dignitosa, in cui la libertà del singolo è più importante di tutto. La Corte Costituzionale, poi, ha chiamato il Parlamento a decidere sul tema (in Italia manca ancora una norma sul fine vita, ndr). Ma io che lavoro in corsia da anni non credo che vedrò presto questa legge. Parole come eutanasia e suicidio assistito sono un campo minato in questo Paese. La prova è proprio la norma sul testamento biologico, entrata in vigore quasi 2 anni fa. In questo tempo, non ho mai avuto un paziente che lo abbia redatto. Pochi sanno della sua esistenza, non tutti i registri comunali o ospedalieri (dove depositare il modulo con le proprie volontà, ndr) sono pronti. Eppure sarebbe un passo avanti per la dignità di chi non ha più speranze: dichiarando di non volere trattamenti salvavita come idratazione e alimentazione, un paziente sarebbe staccato dalle macchine e accompagnato alla fine con la sedazione profonda. Senza bisogno di eutanasia».

3 parole per capire

Testamento biologico: è un documento (“Dat”) in cui ogni persona scrive le volontà sui trattamenti sanitari da ricevere o non ricevere quando non sarà più lucida e cosciente.

Suicidio assistito: il paziente assume da solo il farmaco letale.

Eutanasia: è attiva quando un medico inietta il farmaco letale; è passiva se si sospendono le cure del malato.

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