Suicidio assistito, la prima denuncia contro una Asl

La procedura è legale, ma in Italia non viene praticata. Per la prima volta un uomo di Ancona, ammalato, denuncia un ente pubblico per aver violato il suo diritto

Il dibattito sul fine vita in queste ore è tornato d’attualità. Nelle piazze, infatti, prosegue la raccolta firme per il referendum sull’eutanasia, promosso dall’Associazione Luca Coscioni, che ha superato il quorum delle 500mila da autenticare e depositare in Cassazione entro il 30 settembre. Al momento sono 750mila, e serviranno non solo a indire una consultazione popolare, ma anche per depositare una proposta di legge in Parlamento per dotare l’Italia di una legge che autorizzi e regolamenti il rifiuto al trattamento sanitario da parte di pazienti gravemente malati che desiderino porre fine alle loro sofferenze.

Intanto, però, fa discutere il primo caso di denuncia contro la Pubblica Amministrazione da parte proprio di un uomo ammalato. Si tratta di Mario (nome di fantasia, di cui avevamo parlato anche qui). È di Ancona, ha 43 anni ed è malato tetraplegico da 10. Ha presentato una denuncia penale nei confronti dell’ASUR Marche, l’Azienda Sanitaria regionale per omissione d’atti d’ufficio.

Delle sue condizioni si era occupato di recente anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, rispondendo a una sua lettera nella quale aveva, tra l’altro, esortato le Asl a praticare il suicidio assistito, legale in Italia, ma di fatto ancora considerato un tabù. Ecco cosa è successo.

Mario e la prima denuncia contro un’Azienda Sanitaria

Il reato contestato da Mario, assistito dall’avvocato Filomena Gallo, Segretario Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, è di omissione d’atti d’ufficio. In pratica la ASUR Marche non ha verificato le condizioni cliniche dell’uomo, che sono condizione necessaria per ottenere il suicidio assistito. A prevedere la pratica è stata la sentenza della Corte Costituzionale n. 242\2019 che di fatto autorizza l’accesso al trattamento in presenza di una serie di condizioni. Condizioni che però spetta proprio alle aziende sanitarie accertare. «Il pronunciamento della Corte Costituzionale dice che l’aiuto fornito a un malato capace di autodeterminarsi, con una patologia irreversibile fonte di gravi sofferenze, dipendente da trattamenti di sostegno vitale, non è reato. Ma solo in quel caso – spiega Gallo – Il problema è che da quella sentenza rimangono esclusi moltissimi malati, sia per la mancanza di una legge, sia per ritardi nella burocrazia». «Oggi un malato può chiedere di sospendere i trattamenti di sostegno a cui è sottoposto ed essere accompagnato con le cure palliative, in base alla legge 219 del 2017 sul testamento biologico. Ma noi chiediamo di legiferare in tema di eutanasia, di fronte a un vuoto normativo» spiega l’avvocato.

Il caso di Mario e la lettera del ministro Speranza

Lo scorso 9 giugno il Tribunale di Ancona aveva ordinato all’azienda sanitaria delle Marche di pronunciarsi sul caso di Mario, ma a distanza di oltre un mese, il 12 luglio, l’uomo ha diffidato l’ASUR avvertendo che, in caso di ulteriori ritardi, avrebbe agito nelle sedi opportune. Così ha fatto, con un esposto presso la Procura della Repubblica di Ancona e una denuncia verso la azienda sanitaria, «ai sensi dell’art. 328 cp che punisce il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l'atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo» spiegano dall’Associazione Luca Coscioni. Mario, però, aveva anche scritto al ministro della Salute, Roberto Speranza, che gli ha risposto tramite La Stampa. Dopo aver espresso «il mio profondo rispetto per la dignità con la quale sta affrontando la sua dolorosa condizione e sta cercando di ottenere una risposta dal sistema sanitario pubblico, nel pieno rispetto delle norme attualmente vigenti nell'ordinamento giuridico italiano» aveva esortato le Asl a «garantire il suicidio assistito». La Corte Costituzionale – ha infatti ricordato Speranza - «ha stabilito che una persona, qualora ricorrano i requisiti che il comitato etico competente deve verificare, ha il diritto di chiedere a una struttura pubblica del servizio sanitario l'assistenza al suicidio medicalmente assistito». Cioè proprio le aziende sanitarie.

Le polemiche per l’intervento del Ministro

Le parole di Speranza, però, hanno sollevato polemiche, soprattutto nel mondo cattolico, con l’intervento del Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Vincenzo Paglia. Maria Rachele Ruiu, membro direttivo Provita e famiglia onlus, ha parlato di «completo ribaltamento della vocazione e della professione medica, che è quella di favorire sempre la vita e mai la morte». Ma, dopo la denuncia di Mario contro l’azienda sanitaria delle Marche, Filomena Gallo non intende fermarsi e insieme a Marco Cappato annuncia: «Continueremo ad agire in silenzio. Chiediamo al Governo e al Ministro Speranza di agire immediatamente per interrompere la flagranza di reato in corso e attuare un provvedimento di Commissariamento della Regione Marche per attuare la visita medica che Mario attende ormai da un anno».

Perché non si pratica il suicidio assistito

Ma a sottolineare il vuoto normativo attuale è stato lo stesso Ministro Speranza, nello scrivere che «il fine vita è naturalmente uno di quegli argomenti su cui si confronta un pluralismo insuperabile di punti di vista etici, culturali, teorici, religiosi, che in un ordinamento democratico come il nostro non può che trovare la sua espressione politica anzitutto nel Parlamento». Il problema è che una legge sull’eutanasia non c’è. Speranza ha dichiarato di essere «personalmente convinto da tempo della necessità e dell'urgenza di un intervento legislativo in materia. Da ministro ho mantenuto, pertanto, la posizione di principio che su materie come questa non ci possa essere alcuna iniziativa del governo che scavalchi o surroghi il ruolo del Parlamento». Al momento, dunque, l’unica possibilità per chi voglia porre fine alle proprie sofferenze, in condizioni di malattia irreversibile e con prognosi infausta, è il ricorso al suicidio assistito. Con la sentenza della Cassazione, detta anche “sentenza Cappato”, è stato stabilito che «il paziente, con patologia irreversibile che produce gravi sofferenze e dipendente da trattamenti di sostegno vitale, può chiedere di accedere alla verifica effettiva, da parte di una struttura pubblica e previo parere del Comitato etico, in modo che la prescrizione del farmaco letale non costituisca reato» spiega Gallo.

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Il problema sono le lungaggini burocratiche (ma forse anche una certa reticenza che rende il suicidio assistito un tabù), che spesso fanno sì che le autorizzazioni arrivino fuori tempo massimo, come accaduto a giugno a Daniela, una donna di 37 anni affetta da una grave forma di tumore fulminante al pancreas che, diversamente dal caso di Dj Fabo (sul quale è poi arrivata la sentenza Cappato) non ha fatto in tempo ad andare in Svizzera per ricorrere al suicidio assistito. Si era vista rifiutare l’autorizzazione al trattamento dalla Asl di Roma, dove viveva, e aveva presentato ricorso d’urgenza al Tribunale, ma l’udienza era stata fissata per il 22 giugno, mentre lei è morta 15 giorni prima.

Eutanasia, che fine ha fatto la legge?

Da qui la raccolta firme per il referendum per una legge sull’eutanasia. Finora per ben due volte il Parlamento ha iniziato il dibattito sull’eutanasia, nel 2016 e nel 2019, anche dopo l’esortazione della Corte Costituzionale che aveva dato un anno di tempo per legiferare, ma in entrambi i casi la discussione si è interrotta ancora prima di arrivare in Commissione. L’unica legge approvata è quella sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat), entrata in vigore il 31 gennaio 2018. Si tratta della possibilità di decidere e comunicare al medico il trattamento sanitario che si desidera ricevere nel caso in cui in futuro ci si trovasse in condizioni di essere incapaci di intendere e volere.

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