Brittany e il diritto di scegliere come vivere (e come morire)

03 11 2014 di Liliana Di Donato
Brittany Maynard in una foto tratta dal suo profilo Facebook (Ansa). Credits: Brittany Maynard
Brittany Maynard in una foto tratta dal suo profilo Facebook (Ansa).

«Addio a tutti i miei cari amici e alla mia famiglia, che amo. Oggi è il giorno che ho scelto per morire con dignità, davanti alla mia malattia terminale: questo terribile cancro che ha portato via così tanto da me, ma che avrebbe preso ancora di più».

Alla fine Brittany Maynard l'ha fatto. Si è tolta la vita la sera di sabato 1° novembre. Come aveva annunciato.

Brittany aveva 29 anni. Un lavoro che le piaceva: impiegata in uno studio legale. Un marito che amava e la amava: Dan. E un tumore incurabile al cervello: 6 mesi di vita.

Brittany Maynard in una foto tratta dal suo profilo Facebook (Ansa).
Brittany Maynard in una foto tratta dal suo profilo Facebook (Ansa).



La storia di Brittany ha commosso (e diviso) il mondo da quando questa bella ragazza americana, occhi azzurri e sorriso sereno, aveva dichiarato di voler ricorrere al suicidio assistito. «Salirò in camera da letto e, circondata dai miei cari e dalla musica che amo, porrò fine alla mia esistenza» aveva detto in un video su YouTube che è stato visto 10 milioni di volte. In quel messaggio Brittany, che per poter mettere in pratica la sua decisione si è trasferita dalla California all’Oregon, dove il suicidio assistito è legale, aveva programmato anche la data della sua morte. Il 1° novembre, dopo aver realizzato gli ultimi due desideri: vedere il Grand Canyon e festeggiare il compleanno del marito Dan.

«Io non voglio morire, ma sto morendo, e voglio farlo alle mie condizioni, con dignità. È una mia scelta».

Peccato che la scelta di Brittany non sia solo sua. È  diventato un caso, dopo che lei ha anche lanciato una campagna perché «ognuno possa morire con dignità». Alcuni l'hanno criticata per essersi esposta così, accettando perfino di posare per la copertina del settimanale People. Altri l'hanno accusata di essere diventata una marionetta telecomandata dall’associazione Compassion & Choices, che le ha dato assistenza legale per il trasferimento in Oregon e si batte affinché l’eutanasia per i malati terminali diventi legale in tutti gli Stati Uniti.

Brittany ha risposto così: «Chi ha il diritto di decidere per me, e decidere che merito di soffrire enormemente per settimane o per mesi?. Decido solo io. Avere in tasca il farmaco col quale posso togliermi la vita mi dà un po’ di libertà: non dipendo più totalmente dalla malattia che mi devasta. Amo la vita ma proprio per questo non voglio ridurmi in condizioni miserabili. Voglio morire con dignità».

Brittany Maynard in una foto tratta dal suo profilo Facebook (Ansa).
Brittany Maynard in una foto tratta dal suo profilo Facebook (Ansa).



È questo, secondo me, il messaggio di Brittany Maynard. Al di là di tutte le polemiche. La vita è qualcosa di troppo grande, troppo bello, troppo nostro, per essere vissuta in modo diverso da come vogliamo noi.
Davanti alla decisione di Brittany, mi sono chiesta cosa farei se al posto suo ci fossi stata io… So che, il più delle volte, ragionare con i “se” non porta da nessuna parte, che nelle situazioni bisogna trovarcisi per davvero. Però so anche che non vorrei mai che qualcuno o qualcosa mi obbligasse a vivere una vita che non ho scelto.

Semplicemente credo che spetti a me, a ciascuno di noi, decidere come vivere e come morire. Riguarda solo la mia, la nostra coscienza. Perciò ammiro il coraggio di Brittany.

Non voglio dire che sono favorevole al suicidio assistito o all’eutanasia. Lo sono, ma non è questo il punto. Queste parole in Italia sono ancora un tabù. Da noi Brittany non avrebbe avuto il diritto di scegliere. Perché non abbiamo neppure una legge sul testamento biologico, che almeno consenta a me, a voi, a tutti, di dichiarare in anticipo a quali trattamenti sanitari vogliamo o non vogliamo essere sottoposti. Ed è assurdo, vergognoso. Perché, finché sono perfettamente sana, non posso stabilire se essere curata o no nel caso le mie future condizioni di salute mi impedissero di decidere? Perché, se fossi una malata terminale, non dovrei rifiutare di dipendere da una macchina che mi tiene artificialmente attaccata a una vita che non considero vita? Perché costringere mio padre, mio marito, mio figlio alla più straziante delle responsabilità: lasciarmi andare, come vorrei io, quando invece loro vorrebbero tenermi qui, sempre e comunque?

Non è eutanasia. È libertà, è etica, è pietà. È Il diritto di non soffrire, come dice il titolo del libro di Umberto Veronesi di qualche anno fa. Quando l’ho letto, mi ha aperto gli occhi. L’oncologo racconta di avere fatto testamento biologico: «Io sottoscritto, nel pieno delle mie facoltà mentali e in totale libera scelta, dispongo quanto segue: in caso di malattia o lesione traumatica cerebrale irreversibile e invalidante, chiedo di non essere sottoposto al alcun trattamento terapeutico o di nutrizione e idratazione forzata…».
Io non ho ancora fatto testamento biologico. Ma lo farò. Perché sono d’accordo con Brittany: «Amo la vita, ma proprio per questo voglio morire con dignità».

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