Un corso di coding gli farà capire il mondo

12 12 2016 di Ilaria Amato
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La programmazione non è un'attività da ingegneri. Anzi: impararla già in tenera età è divertente, e dà una marcia in più

Tutto nella realtà che ci circonda è regolato da computer. Perciò, sin da piccoli, i nostri figli dovrebbero imparare a capire come funzionano da dentro, attraverso il coding, cioè la programmazione. Non stiamo parlando di qualcosa di riservato ai maschi appassionati di videogiochi: questa attività non conosce differenze di genere, anzi interessa anche le femmine. Il coding non solo è divertente e dà conoscenze tecniche, ma offre anche validi strumenti per affrontare meglio la vita.

Qui scopri perché saper programmare fa bene ai bambini e alcune informazioni utili su come e quando iniziare. 

Come iniziare 

«Il divertimento è la motivazione più forte per i bambini, qualsiasi cosa facciano» sostiene Barbara Laura Alaimo di Coderdojo. «Ecco perché bisogna evitare un approccio troppo teorico al coding e vanno messi in mano ai piccoli strumenti adatti alla loro età». A 4-5 anni non sanno leggere: per apprendere hanno bisogno di oggetti che rendano visibili i concetti complessi. Quindi vanno avvicinati al coding giocando con i robottini che insegnano a programmare.

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Alle elementari

Dalla prima elementare, invece, possono iniziare a frequentare un coderdojo, (“palestra del programmatore”), club gratuiti dove apprendere le tecniche di programmazione (indirizzi su coderdojoitalia. org). In alternativa, iscrivi tuo figlio a un corso ad hoc nella tua città: farà fa rete con altri coetanei che hanno i suoi stessi interessi.

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L'Italia è in pole position

La nostra scuola è tra le prime in Europa ad avere inserito l’insegnamento del coding. «Dal 2015, oltre

1 milione e 300 mila studenti hanno avuto un’eperienza di programmazione collocando l’Italia seconda dopo gli Stati Uniti. In tanti istituti è già stata inserita la figura dell’Animatore digitale che, in team con tre docenti, ha l’obiettivo di attuare il piano della scuola digitale» dice Donatella Solda, dirigente Miur per la digital transformation.

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Mette in moto il cervello

«È probabile che solo una piccola percentuale dei nostri figli farà l’informatico di professione. E non occore essere dei genietti in matematica per capire come si programma un computer» dice Barbara Laura Alaimo, pedagogista e cofondatrice di Coderdojo Milano. «Quello che si apprende con i nostri corsi è la logica, il cosiddetto pensiero computazionale: cioè il modo di ragionare dello scienziato, che scompone problemi, sperimenta e cerca soluzioni. Una risorsa che si potrà applicare alla vita di tutti i giorni, proprio come leggere e scrivere, che è indispensabile anche a chi non fa lo scrittore».

Incoraggia il libero arbitrio

«Dallo smartphone al forno a microonde, siamo letteralmente circondati da oggetti hi-tech. Avvicinarsi sin da bambini al coding e all’informatica significa imparare a non essere succubi della tecnologia, ma apprezzarla per le opportunità che offre» spiega Pier Luca Lanzi, professore del Politecnico di Milano, Dipartimento di elettronica, informazione e bioingegneria. «Se vogliono essere padroni del mondo in cui vivono, i nostri figli hanno bisogno di capire come funzionano gli oggetti e non solo di usarli». Un concetto che Barbara Laura Alaimo enfatizza così: «Saper maneggiare gli strumenti informatici è il modo migliore per farne buon uso: favorisce un approccio sano verso la tecnologia e ne limita gli eccessi, come l’utilizzo smodato del telefonino o fenomeni ben più pericolosi come il cyberbullismo».

Sviluppa la creatività

«Il gusto di inventare qualcosa è un’esperienza entusiasmante. Imparare a programmare è uno stimolo a creare, a progettare oggetti e aggiungere qualcosa al mondo» fa notare il designer Massimo Banzi, co-inventore di Arduino, il dispositivo elettronico per progettare prototipi in modo semplice. «Esplorare, provare, sbagliare e, poi, arrivare alla soluzione: l’approccio al coding fa crescere l’autostima dei nostri piccoli» aggiunge la Alaimo. «E poi qui non è come a scuola, dove l’errore non è ammesso. Ho progettato un codice che non va? Lo cancello e lo rifaccio, cercando di capire perché non ha funzionato. Il digitale consente di sbagliare a costo zero. Perciò è un’ottima palestra per confrontarsi con le proprie insicurezze» precisa l’esperta.

Stimola il lavoro di squadra

Nel mondo scientifico le scoperte di una sola persona sono messe immediatamente a disposizione di tutti. Così avviene in un laboratorio di coding: le soluzioni non vanno mai a vantaggio del singolo, ma dell’intero gruppo con cui si sta lavorando. «Questo insegna ai bambini che copiare non è necessariamente una cosa brutta: apprendere dagli altri un modo di fare corretto, senza rubarlo ma riconoscendolo come tale, è una tappa importante di crescita» dice ancora la Alaimo. «Utile anche a migliorare il confronto con i coetanei, perché ci si abitua ad accogliere il punto di vista diverso e a lavorare insieme sullo stesso progetto».

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