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Vaiolo delle scimmie: cos’è e perché se ne parla

Primo caso in Italia del vaiolo delle scimmie. Il paziente zero è stato identificato nel Regno Unito, in arrivo dall’Africa. Casi anche in Portogallo e Spagna. Ecco di cosa si tratta

Dopo l’emergenza Covid e i casi di epatite acuta nei bambini, ora un’altra malattia preoccupa l’Europa. Non si tratta ancora di allarme, è bene chiarirlo, ma i primi casi sono stati segnalati in Portogallo, nel Regno Unito e in Spagna. In Italia in queste ore è stato individuato il primo caso, un giovane rientrato dalle Canarie e ricoverato allo Spallanzani. Il primo a parlarne è stato Matteo Bassetti. L’infettivologo del San Martino di Genova sul proprio account Instagram ha scritto: «Finita l’emergenza del Covid, ecco un’altra infezione che mai si era vista trasmessa da uomo a uomo nel nostro continente. Si tratta del vaiolo delle scimmie». Sempre Bassetti, dopo aver spiegato le caratteristiche della malattia, ha esortato a riconoscere i casi e isolarli per «fermare sul nascere questa infezione. Bisogna agire rapidamente e uniti. Non possiamo permetterci una nuova epidemia».

A lui abbiamo chiesto alcuni chiarimenti sulla malattia.

I nuovi casi di vaiolo delle scimmie

Come ricorda il dottor Bassetti, sono 14 i casi segnalati in Portogallo, 9 nel Regno Unito e 7 in Spagna, ma è presumibile che il numero sia destinato a crescere, tanto che di vaiolo delle scimmie si sta parlando anche in Italia. Il cosiddetto “paziente zero” in Inghilterra è stato identificato dall’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Paese (UKHSA) in un uomo rientrato di recente dalla Nigeria, in Africa. Lo stesso ente sanitario precisa che non sarebbe scattato alcun allarme, anche se nel frattempo si sono registrate altre segnalazioni e tutte le persone che hanno viaggiato o sono entrate in contatto con la persona infettata sono state rintracciate per iniziare la profilassi contro il vaiolo. «Io credo sia importante fare quella che gli inglesi chiamano awarness, cioè una vigilanza attiva. Sono rimasto colpito perché, dopo aver scritto il post, ho ricevuto molte critiche: sembra che la gente preferisca non sapere. A preoccupare, ora, non è tanto la letalità della malattia, quanto la sua diffusione, come in tutte le malattie infettive» spiega l’infettivologo.

Cos’è il vaiolo delle scimmie

Il nome “vaiolo delle scimmie” deriva dal fatto che è stato scoperto per la prima volta nel 1958 su alcuni primati in laboratorio. È una forma analoga a quella umana, debellata da tempo grazie ai vaccini, anche se con la fine delle campagne di somministrazione gli esperti indicano un numero di casi in aumento, pur se contenuto. La malattia che colpisce le scimmie e che ora è passata anche all’uomo, sarebbe meno contagiosa: «Il problema più importante oggi è soprattutto il controllo infettivo. Lo abbiamo visto col Covid: oggi in un soggetto sano non crea particolari problemi, fino a qualche mese fa poteva anche andar male, ma in un anziano il rischio di complicanze era altissimo. Adesso il virus del vaiolo è passato dalle scimmie all’uomo e il contagio sappiamo che avviene tramite contatti molto ravvicinati e prolungati, ma occorre fare attenzione a cosa potrebbe accadere nel momento in cui si diffondesse da uomo a uomo con maggiore facilità. Inoltre non possiamo prevedere eventuali mutazioni che lo rendano più insidioso». Come “riconoscere” la malattia, dunque, e cosa fare?

Sintomi del vaiolo delle scimmie

I sintomi principali sono febbre e dolori muscolati, soprattutto alla zona della schiena, accompagnati spesso da mal di testa, «linfonodi gonfi, malessere generale e spossatezza. Nell’arco di 1 –3 giorni (talvolta anche di più) dall’insorgenza della febbre, il paziente sviluppa eruzione cutanea pustolare», come spiega Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità. Le pustole compaiono soprattutto sul viso, ma non è esclusa la presenza anche su altre parti del corpo, per poi diventare croste e cadere. «La malattia generalmente dura da due a quattro settimane. In Africa il vaiolo delle scimmie è fatale in circa il 10% delle persone che contraggono la malattia. La mortalità per il vaiolo umano era di circa il 30% dei casi prima cha la malattia fosse eradicata», aggiunge l’Iss.

Trasmissione e cura del vaiolo delle scimmie

«In caso ci fossero sintomi compatibili, occorre rivolgersi al proprio medico, che possa riconoscere la malattia o indirizzare a uno specialista infettivologo. Ma non c’è una cura specifica. Per fortuna il vaiolo delle scimmie “si autolimita”: sappiamo che ha una letalità del 10% nella forma trasmessa dalla scimmia all’uomo, ma non è detto sia la stessa tra uomo e uomo, potrebbe essere più bassa o anche non mortale, ma il problema è la sua diffusibilità. Come altre malattie infettive, non è detto che sia letale, ma costringe comunque a star male e quindi è da evitare. Purtroppo il rischio è che possa diffondersi e dunque diventare incontrollata».

Dov’è finito il vaccino contro il vaiolo?

Fino a circa la metà del 1970 era previsto il vaccino antivaioloso, poi abbandonato perché la malattia era considerata debellata: «Non sappiamo l’età delle persone finora contagiate, ma è possibile che, se sono giovani, non siano state vaccinate. Ora occorrerà valutare cosa fare per evitare l’insorgenza di focolai. Se tra tre settimane rimarranno pochi casi, non ci sarà da preoccuparsi, altrimenti bisognerà ripensare tutto e capire come agire» conclude Bassetti.

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