Non era una serie, ma uno stile di vita. Tanto che intorno a quell’appuntamento giornaliero dopo pranzo si era creato un vero e proprio fandom, quello dei gleek, che sapeva tutte le cover, le canzoni, vita, morte e miracoli del cast. Glee ha accompagnato la mia generazione per tutta l’adolescenza, con 6 stagioni ricche di dialoghi assolutamente irreplicabili nell’epoca post-woke, episodi al limite dello scandaloso o del nonsense e soprattutto una trama che si tesseva spesso e volentieri – esplicitamente – intorno alle canzoni.

E quante fantastiche, memorabili, canzoni. Le abbiamo imparate a memoria, mashup inclusi, spesso preferendole alle originali. E oggi che, dopo 11 anni, Ryan Murphy ha finalmente annunciato il suo ritorno, sono già cominciate online le scommesse su quali appariranno nei prossimi episodi.

Il ritorno di Glee: 11 anni di hit da recuperare

C’è chi parla di un’immancabile “settimana BRAT” – persino, nello specifico, in un’esibizione di girl, so confusing realizzata da Kurt e Rachel – e chi spera in una puntata dedicata a Chappell Roan. Nessuno ha dubbi sulle canzoni di Wicked, a cui proprio Glee ci aveva iniziati con esibizioni rimaste nella storia come quella di Defying Gravity (sempre Kurt e Rachel), ormai note a tutti grazie al successo dei film.

Perché in questi 11 anni noi fan del programma non abbiamo potuto fare a meno di pensare a quanto le hit in radio sarebbero state perfette per gli episodi tematici a cui eravamo abituati. Non era raro infatti ascoltare una canzone cantata dal cast – composto da diverse voci che oggi popolano Broadway e l’East End – e pensare che la loro versione fosse meglio dell’originale. Grazie al racconto incredibile che veniva creato in ogni episodio, persino brani terribili come What does the fox say? o Gangnam Style diventavano spettacoli emozionanti.

Brani come Dance Monkey, Good luck babe!, ma anche driver’s license, l’era folklore di Taylor Swift, Illegal di Pinkpantheress, sono diventati parte della cultura GenZ tanto da ispirare un numero incredibile di meme, molti dei quali ruotavano proprio intorno a cover immaginarie di Glee.

Glee, l’arte di rendere la propria vita un musical improbabile

In ogni puntata, infatti, le assegnazioni del professor Schuester ai New Directions, il gruppo a capella della William McKinley High School, si intrecciavano con i generi preferiti di ognuno dei protagonisti. Con le hit dell’anno corrente, con le loro sensazioni. E seguendo il Glee Club che dà il nome alla serie, li abbiamo visti crescere, sempre accompagnati dalle note delle loro cover spesso improbabili.

Non ci hanno insegnato solo alcune delle canzoni più importanti della storia della musica – brani che non avremmo mai rispettato se ci fossero stati tramandati in versione originale dai nostri genitori – ma ci hanno insegnato a renderle parti della nostra quotidianità.

In Glee le canzoni servivano a dirsi quello che si provava quando le parole non bastavano. Le audizioni erano un modo per presentarsi al mondo, le assegnazioni un modo per fare ricerca e capire quale brano, scritto da altri, parlasse più di loro, di ciò che stavano vivendo.

Nella serie, la musica non è uno strumento per passare da scena a scena, ma la vera protagonista. Non è raro che interi episodi girassero intorno al titolo di un album o che apparissero personaggi con il solo obiettivo di far cantare ai protagonisti una canzone con quel nome. Ma soprattutto, la musica è un linguaggio che unisce, esclude, ferisce e cura.

Sfigati e ambiziosi, il Glee Club aveva un posto per ognuno di noi

Una delle puntate più belle è il finale della seconda stagione, quando i New Directions si esibiscono alle finali di canto a capella con Loser Like Me, un vero e proprio inno degli sfigati. «Probabilmente penserai che io valga zero, ma tutti quelli che ammiri hanno iniziato come me», cantava Rachel Berry, paladina delle sognatrici che già al liceo puntava a vincere un Tony e conquistare Broadway. Un sogno che la rendeva ridicola nelle prime puntate ma che si è realizzato a pieno in quelle finali, perché Rachel non ha mai smesso di crederci nemmeno per mezzo episodio.

È lei il cuore dello show, e il suo amore per i musical ha permesso a tantissimi spettatori di diventare fan di questi film decisamente poco popolari in Italia. Da Wicked a Funny Girl, grazie a Glee abbiamo imparato brani meravigliosi come Don’t rain on my parade di Barbra Streisand e Maybe this time di Liza Minelli.

Sullo schermo, quegli inni interpretati da voci così lontane diventavano il modo per sfogarsi dopo i litigi delle superiori, per “manifestare” di voler fare successo, per piangere dopo una delusione d’amore.

Per sempre gleek

Aiutava che il cast comprendesse il tradizionale numero di bellissimi ragazzi, drammi e una serie di inside joke (il più popolare è la male lingua secondo cui Lea Michele non sa leggere): insomma, la ricetta per rubare il cuore a tutte noi adolescenti era perfetta. Ma Glee era, ed è, davvero uno stile di vita. Perché nessun brano è troppo “alto” o troppo “trash” per raccontarci, e nessun arrangiamento – in musica come nella vita – è proibito.

A 11 anni dalla fine della sesta e ultima (e inguardabile) stagione, sicuramente tante cose cambieranno. Non ci saranno più le battute razziste, omofobe, sessiste e violente di Sue Sylvester, non ci sarà più il bodyshaming dilagante. Mancheranno alcuni dei protagonisti, Cory Monteith (Finn) e Naya Rivera (Santana), in particolare, saranno i ricordi più dolorosi. Ma c’è ancora tanto che i New Directions, o perlomeno Rachel Berry, Quinn Febray, Kurt Hummel, Hummel Mercedes Jones e Brittany S. Pierce hanno da raccontarci. E da cantarci e ballarci. Sicuramente, rispetto all’originale, questo reboot sarà tremendo: lo adoreremo.