Ha più premi che lentiggini, eppure prima di ogni nuovo film le viene ancora il dubbio di non essere all’altezza. La 21° Festa del Cinema di Roma ha tributato a Julianne Moore il premio alla carriera, affidando l’onore della consegna a Jesse Eisenberg, regista di The Debut, il musical comedy-drama in cui, per ironia della sorte, recita proprio il ruolo di una debuttante, Mona Friedman, timida casalinga del New Jersey che si sente invisibile nella sua vita ordinaria. Un marito che quasi non si accorge di lei, due figli pronti a lasciare il nido finché, a metà della vita, trova il fegato di presentarsi a un provino in un teatro di quartiere e di cantare davanti ai vicini di casa.
L’audizione per Nosy Neighbors, un musical dal sapore volutamente antiquato, le vale un ruolo marginale, che Mona prende più sul serio di una prima a Broadway. Studia, scava nei ricordi, pretende che ogni battuta sia “vera” e, pur di difendere il suo personaggio, è pronta a dichiarare guerra al regista Jerry (Paul Giamatti), un prepotente che non si aspettava un’attrice tanto zelante. Una matricola, insomma, interpretata da una che per Hollywood un tempo era semplicemente “la rossa”.
In quasi 40 anni di carriera e oltre 70 film, Julianne Moore ci ha dato personaggi indimenticabili: la Amber Waves di Boogie Nights, la casalinga anni ’50 di Lontano dal paradiso, la Laura Brown di The Hours e la linguista di Still Alice a cui l’Alzheimer ruba le parole, ruolo che nel 2015 le ha regalato l’Oscar dopo 4 candidature. È stata la prima americana premiata come miglior attrice a Venezia, Berlino e Cannes. Nel palmarès anche tre Golden Globe, un BAFTA e due Emmy e, nel 2026, prima di Roma, il Women in Motion di Cannes, per il suo impegno a favore delle donne, e il Golden Icon Award di Zurigo. Lontano dal set scrive libri per bambini, con la serie Freckleface Strawberry, ed è la presidente fondatrice del Creative Council di Everytown for Gun Safety, movimento contro la violenza armata negli Stati Uniti.
Intervista a Julianne Moore, premiata per la carriera a Roma
Dove vede le donne nel 2027?
«La battaglia per la parità è ben lontana dalla fine. Continuiamo a essere definite il sesso debole, pur rappresentando il 52% della popolazione mondiale. Veniamo percepite come un gruppo d’interesse speciale e le protagoniste femminili nel cinema sono ben meno della metà. Per cambiare le cose dobbiamo parlare, agire, dare l’esempio e sostenerci. Nel mio team, a parte gli storici addetti stampa, ci sono solo donne».
E lei, dove si vede?
«Più invecchio, meno sono attratta dai film violenti. Nel mondo c’è già troppo dolore, voglio contribuire a storie positive. Non mi piace vedere qualcuno soffrire senza una vera ragione: un tempo quei film mi incuriosivano, oggi non hanno più nulla da dirmi».
Cosa l’ha colpita nella sceneggiatura di The Debut?
«È un lavoro intimo di Jesse Eisenberg. Ha iniziato a recitare nel teatro amatoriale perché era molto timido e aveva difficoltà a scuola. È una delle sceneggiature più brillanti che abbia mai letto. Racconta una donna che a metà della vita comincia qualcosa di nuovo, e questo la rende vulnerabile: è ciò che mi ha affascinato. Ogni volta che inizio un progetto mi ritrovo nella stessa condizione, riaffiorano i dubbi e mi chiedo: “Ce la farò?”».
Com’è stato recitare in un musical?
«Ho provato una paura folle, ma è stata un’esperienza emozionante perché amo il genere. Le emozioni diventano così travolgenti che le parole non bastano: l’unica valvola di sfogo è il canto. È stato meraviglioso».
Raccontare donne forti, pur sentendosi fragili
Mona è piena di fragilità. Ha attinto ai suoi sbagli personali per interpretarla?
«L’aspetto più affascinante dell’essere un attore alle prime armi è che nessuno sa davvero perché ci piaccia recitare. Io cerco una connessione con il testo o con una sensazione e inizio a esplorarla. Mona non sa dove la condurrà questa avventura, avverte solo il bisogno di imparare da chi la circonda. Nella vita quotidiana ho commesso tanti errori, ma mai nel lavoro d’attrice, perché il mio motore è una costante curiosità verso gli altri esseri umani».
Cerca qualcosa di se stessa nelle donne che interpreta?
«Spero che la mia personalità non condizioni un ruolo. La mia vita privata è una sfera distinta. Si parla spesso di “personaggi femminili forti”, ma per un attore la forza non è l’obiettivo: conta immedesimarsi».
Eppure, ha interpretato molte donne forti…
«In realtà mi importa poco che sia debole o risoluta, espansiva o discreta. Conta il suo punto di vista. Prima di accettare un copione mi chiedo: questa storia ci racconta davvero la sua vita? Ha un’esistenza propria o è soltanto una spalla del protagonista maschile? Sento spesso colleghe dire di non voler interpretare la moglie, la madre o la fidanzata. A me, invece, se la storia è raccontata dal loro punto di vista, interessa molto».
Uno sguardo all’inizio
Le capita mai di ossessionarsi con un personaggio?
«Arriva sempre un momento in cui l’immedesimazione è così totale da portarsi il personaggio a casa. Non che pensi o mi vesta come lei, ma certe sfumature psicologiche si insinuano nella mente. Ogni film ha una componente surreale: è un’esperienza emotiva che ti permette di abitare la vita di un’altra persona».
I suoi primi passi sul palcoscenico risalgono al liceo a Francoforte. Com’è iniziato tutto?
«Ci spostavamo spesso perché mio padre era nell’esercito americano. Quando ci siamo trasferiti in Germania, incontrai un’insegnante di inglese che dirigeva anche il laboratorio teatrale della scuola. Fu lei a dirmi che avrei potuto fare l’attrice e quell’intuizione cambiò la mia vita. Tornai a casa e annunciai che volevo studiare recitazione. Se non fossi arrivata in Europa in quel momento, non avrei avuto questa vita meravigliosa. Non pensavo che avrei amato così tanto e così a lungo il mio lavoro».
Qual è la qualità fondamentale che un attore deve coltivare?
«L’empatia è la risorsa più importante per fare bene questo mestiere: sforzarsi di capire cosa provano le persone, sapere come si sentono. È l’aspetto che continua ad affascinarmi di più».
Le ispirazioni di Julianne Moore
C’è una lettura che l’ha aiutata a superare un momento difficile della sua vita?
«A dieci anni ci trasferimmo in Alaska, allora molto più isolata di oggi: traumatico. Fu l’estate in cui lessi Piccole donne e Piccole donne crescono, rileggendo di continuo la morte di Beth e piangendo senza sosta. È stato un vero sfogo emotivo. Quel libro parlava di autodeterminazione femminile: mi ha fatto capire che si possono provare sentimenti intensi e allo stesso tempo scegliere di essere protagoniste del proprio destino».
Quali donne la ispirano?
«Quelle tenaci come Vanessa Redgrave, Helen Mirren, Meryl Streep, Glenn Close, Catherine Deneuve e Isabelle Huppert. Ammiro le donne che esplorano la pienezza dell’esistenza e della coscienza umana, e continuano a farlo».