Ho raggiunto Tunisi un sabato di fine gennaio per incontrare Luca Bianchini. Con lui dovevo ripercorrere i passi dei personaggi del suo ultimo romanzo, Le ragazze di Tunisi (Mondadori). Anna, Vitina, Pupetta e la loro madre Maria ci aspettavano idealmente per accompagnarci nei luoghi cardine della storia. Dal finestrino dell’aereo non vedevo la Tunisi delle case bianche e delle persiane blu di cui avevo letto nel libro, ma una città notturna, ricoperta di luci aranciate. Nelle tre notti successive avrei dormito immersa in quella luce, spalancando le tende per non perdermi niente, neanche durante il sonno.

La magia di Tunisi nel libro di Luca Bianchini

C’è un famoso tango di Astor Piazzolla che sostiene che si ritorni al Sud come si torna ogni volta all’amore, con l’ingenua speranza delle prime volte. Ed è questo il sentimento che ti pervade attraversando la città. Percorri i vicoli senza cielo della Medina e a un tratto ti trovi su una delle sue terrazze ricoperte di maioliche. Di fronte a te il regalo dell’orizzonte, con cupole e antenne paraboliche, basse case in calce e fili della corrente dai nodi indistricabili.

Il nuovo romanzo di Luca Bianchini è ispirato a sua madre

Luca Bianchini descrive la Tunisi delle sue Piccole Donne come una grande Babele con un’unica certezza: quella di farsi capire nonostante le differenze, proprio come capita nell’amore. Qui ha ricostruito gli ultimi anni di permanenza di una famiglia siciliana come tante, i Brancata. Al centro della storia c’è Anna, una ragazza libera e fiera, plasmata sui ricordi di sua madre. Ho intervistato l’autore al tavolino di un bar, non lontano dalla Cattedrale di San Vincenzo de’ Paoli, dove Anna entra fugacemente per accendere un cero al santo. L’abbiamo acceso anche noi quel cero, qualche ora prima di questa intervista.

Com’è nato “Le ragazze di Tunisi”

Com’è nata l’idea di scrivere questa storia?

«Dopo la morte di mio padre, di colpo ci siamo focalizzati su mia madre. Per elaborare il lutto abbiamo iniziato a sfogliare i suoi vecchi album. C’erano queste foto di lei a Tunisi che mi hanno aperto un mondo che conoscevo ma su cui non avevo mai fatto domande. Ho iniziato a pensare che potesse essere una storia. Prima di parlare con mia madre, forse per pudore, mi sono confrontato con le sue sorelle, ma è stata lei che mi ha dato più spunti, perché aveva una grande memoria visiva e, soprattutto, adesso che ha più di 80 anni, quella leggerezza di chi guarda un tempo così lontano da non avere più paura di dire le cose».

Quali sono le gioie che i Brancata condividono con le altre famiglie e quali i loro dolori personali?

«I dolori erano legati al denaro, quindi alla povertà, quella era la grande preoccupazione. Le gioie erano tante, sempre legate alla convivialità. La famiglia era una grande istituzione, ma anche una grande bolla in cui loro si rinchiudevano per divertirsi. C’era la musica, poi: erano anni in cui cantavano, suonavano e non si perdevano mai una puntata di Canzonissima. E poi ricorrenze religiose, matrimoni, comunioni… Ogni sacramento era festeggiato con foto e vestiti fatti su misura. “Rossella O’Hara con il vestito di tende”: erano così le mie ragazze di Tunisi, senza soldi, ma ben vestite».

Un tema del libro è la solidarietà.

«Il microcosmo attorno alla famiglia Brancata era una comunità dalle differenze evidenti, talvolta insormontabili, ma presente nel mutuo soccorso. Sono diventati amici per necessità perché, fosse stato per loro, forse ai tunisini non si sarebbero mai avvicinati, ma quando la tua vicina ti prepara i makroud e tua figlia vede nella sua una ragazza come lei, anche se si sposa a 14 anni, be’, questa cosa abbatte le barriere. Penso che il razzismo sia molto più nella testa che nei fatti, lo penso in generale. Mia madre ha ancora amiche di Tunisi che non sono sue parenti. È come se avessero fatto un Erasmus di molti anni durante la loro giovinezza, un’esperienza di vita che le ha messe in discussione, anche a livello di identità».

La copertina del nuovo romanzo di Luca Bianchini "Le ragazze di Tunisi" (Mondadori)

Tra famiglia e libertà

Le ragazze di Tunisi parla anche di libertà femminile. Per Anna la differenza la fanno la scuola e i libri.

«Da sempre la cultura ti apre la mente. Ti dà la possibilità di argomentare, di ribellarti a un’ingiustizia, ma motivandola, e quindi di avere sempre gli strumenti per rispondere. Sì, in questo senso la libertà te la regala la cultura, ma anche e soprattutto la possibilità di incontrare persone diverse da te. Le scuole dell’epoca a Tunisi erano multiculturali. A 12 anni sapevi in che periodo erano il Ramadan, la festa della Vergine e lo Shabbat. Gustavi e imparavi a cucinare non solo le ricette della tua tradizione, ma anche quelle maltesi, musulmane, ebraiche».

Qual è il lavoro di Maria nei confronti delle sue figlie? Che cosa prova?

«Lei non parla troppo, però agisce, che è tipico delle donne del Sud, soprattutto in anni in cui potevano esprimersi meno. In realtà anche lei è una sognatrice, anche lei scrive, pur se male, anche lei sogna, anche lei ha dei pensieri proibiti e questa cosa la rende per me molto umana. Però è una donna che mette comunque la famiglia davanti a sé, davanti ai suoi desideri. Anche quando ha la possibilità di cambiare tutto, alla fine lei sceglie loro».

Luca Bianchini: «Scrivendo questo romanzo ho capito chi sono»

La malinconia è un tratto caratteristico di Anna. Lei che rapporto ha con questo sentimento?

«Anna ha una sua malinconia, che è un po’ anche la mia cifra: una sorta di sottile dispiacere in cui però stai volentieri. Mia madre mi ha raccontato che tutti i mercoledì saliva sul tetto ad aspettare la nave, come Anna all’inizio del libro. Non avrei pensato che lei avesse questo tratto, perché alla fine non sono cose che racconti, sono cose che fai. Quindi l’ho di sicuro ereditato da lei».

Dopo aver scritto questo romanzo cosa pensa sia cambiato in lei e in tutte le donne che lo abitano?

«Mentre mia madre lo leggeva, mi ha detto: “Non capisco se è un sogno o è la realtà”. Parlava del libro come se non fosse mio ed era terrorizzata che in fase di correzione cambiassimo qualcosa. E poi, soprattutto, mia madre e le mie zie riconoscono le battute dei loro familiari, le parole che usavamo noi, e quello è un bel modo per non dimenticare. Perché a volte i libri servono a questo, no? Se non l’avessi scritto, avrei perso un’occasione di capire meglio chi sono: questo, secondo me, è il regalo che ho avuto io dalla loro storia».