«Io ho uno scopo. Forse tu pensi che sia una benedizione, ma non è così. Ho l’obbligo di raggiungere un obiettivo molto specifico e per farlo devo sacrificare tutto». Se dovessi scegliere una delle tante frasi borderline schizofreniche pronunciate da Marty Mauser per descrivere Marty Supreme, senza dubbio sceglierei questa. È insopportabile, inopportuna, impronunciabile, ma è vera. E racchiude in sé tutta l’essenza di un protagonista che non può certo apparire simpatico, ma nemmeno restare indifferente.
Marty Reisman, tra cinema, verità e una campagna marketing infallibile
Ammetto di essere rimasta un po’ delusa dalla performance di Chalamet, forse fin troppo impeccabile per un personaggio così “de core”. L’avrei voluto più sporco, più espressivo. Eppure il ruolo di Marty gli è stato cucito addosso, non solo dal regista John Safdie che ha strutturato l’intera scenografia su di lui ma anche dalla campagna marketing iniziata quasi un anno fa e portata avanti intervista dopo intervista eccellentemente.
La prima apparizione di Marty è stata infatti durante i SAG Awards, quando Timothée ha dichiarato senza mezzi termini di sentirsi «sulla strada della gloria». Non è stato difficile prenderlo sul serio vista la sua carriera impeccabile e la sua giovane età, eppure – nel ritirare un premio per la sua performance di Bob Dylan – si era già calato nei panni di qualcun altro.

Il Marty Mauser protagonista di Marty Supreme è infatti un ritratto esplicitamente reinterpretato di Marty Reisman, giocatore di ping pong newyorkese entrato nella leggenda tra gli anni Quaranta e Sessanta. Sono molti gli elementi ripresi fedelmente nella pellicola – la “gavetta” non tradizionale, gli allenamenti in palestre e circuiti non tradizionali, il passato umile – e, visto che di lui si parla come di un «truffatore professionista», forse anche qualche sfumatura del carattere.
La trama di Marty Supreme
Ma in realtà, poco importa quanto il film sia fedele alla storia. La trama di Marty Supreme è un classico viaggio dell’eroe, con un odioso protagonista che non ha nulla tranne il suo talento e intende conquistare il mondo. Solo nella prima mezz’ora del film (che dura quasi tre ore), Marty si professa «il nuovo volto dello sport americano», «il più grande campione di tutti i tempi», «l’incubo di Hitler», e via così. Persino nei momenti più umilianti, non perde l’estrema fiducia in sé e con la sua sicurezza costringe chiunque a prestargli favori su favori (mai ripagati). Salvo poi annunciare di aver fatto tutto da solo.

L’unico obiettivo di Marty è giocare, vincere, affermarsi. Tutto il resto è solo un mezzo per ottenerlo: non lo toccano le donne che cadono vittime del suo fascino, né l’attrice Kay (Gwyneth Paltrow) né l’amante storica Rachel (Odessa A’zion); non gli dispiace servirsi prima di Dion e poi di Wally (Tyler, the creator).

Fallire non è messo in conto, eppure succede. Contro Koto Endō, il campione giapponese, fa una pessima figura, ma nemmeno questo scalfisce il suo ego. Prima incolpa la tecnica usata dall’avversario, poi il regolamento che gli ha permesso di presentarsi, infine lo definisce “mediocre”. E non storcete il naso, non è uno spoiler.
Marty, ovvero l’ambizione
Insomma, a rendere Marty Supreme uno tra i migliori film dell’anno sicuramente non è la ricercatezza della trama. Non è un membro del cast in particolare (davvero, sorry Timmy) e nemmeno il lavoro meticoloso svolto dal team per ricreare il West Village degli anni Quaranta. È la forza del personaggio, che si insinua dentro come solo un simbolo, un arcano più che un protagonista, sa fare.

Marty Supreme non parla di Marty Reisman né di Chalamet, non in particolare, ma dell’ambizione in generale. Di quella forte spinta che porta a sacrificare tutto senza porsi problemi convinti di essere sulla strada giusta, ma anche di quanto l’ebbrezza che solo il talento riconosciuto sa dare possa accecare. A sottolinearlo, in particolare, è l’impeccabile colonna sonora, firmata da Daniel Lopatin, meglio conosciuto come Oneohtrix Point Never o OPN, già produttore di colonne sonore dei Safdie e di artisti del calibro di The Weeknd. Il film si apre con Forever Young degli Alphaville (d’altronde, quale ambizione più grande dell’eterna giovinezza?) e si chiude con Everybody wants to rule the world dei Tears for fears.
Marty sa di essere bravo, nato per vincere, e lo è. Ma il suo talento sarebbe bastato a farlo affermare? O era davvero necessario fare così tanti torti, macchiarsi di tutti quei piccoli e grandi crimini, mettersi contro a così tante persone? Il primo posto era davvero riservato a lui o forse con un altro atteggiamento poteva essergli soffiato via?
Siamo davvero diversi da Marty?
I primi commentatori dicono che sia un film che ci porta a chiederci cosa siamo disposti a fare pur di vincere. Io non credo ce lo chieda: Marty Supreme ci mostra che chiunque, con un briciolo del suo talento, farebbe come il protagonista. Perché l’ambizione è davvero uno scopo, una zavorra: certo, quella che vediamo sullo schermo è una storia esasperata, volutamente scioccante, inverosimile, eppure in quel Marty ci rivediamo tutti.
Nella lotta tra Stati Uniti e Giappone non ci sono solo un perdente e un vincente, ma il conflitto tra talento e “fame”. Tra passione e controllo, genio e determinazione. Marty è l’arrogante che resta schiacciato, ma anche il campione arrivato preparato dopo una vita passata a studiare le regole del gioco, salvo poi vederlo giocare con strumenti nuovi. Koto è la personificazione della sindrome dell’impostore: la persona che finalmente svela a tutti che alla fine della giornata non siamo granché, che tutto quello che pensavamo di sapere è stato superato e il mondo è andato ben oltre. E, proprio come in Marty Supreme, sconfiggerlo non significa imporsi come i migliori, ma fare pace coi nostri limiti.