«Per interpretare Kay ho pensato a Grace Kelly, che ha rinunciato a una bellissima carriera per sposarsi. Non è più tornata a Hollywood e il suo sguardo è cambiato. Anche Kay, che era una diva, ha sacrificato la propria libertà artistica per un uomo». Gwyneth Paltrow, 53 anni, descrive così il suo personaggio in Marty Supreme, l’atteso film di Josh Safdie in uscita il 22 gennaio, che la vede tornare sul grande schermo 6 anni dopo il blockbuster Avengers: Endgame.

La sua Kay è una ex diva di mezza età che nella New York degli anni ’50 si imbatte in Marty Mauser (Timothée Chalamet), giovane venditore di scarpe ambizioso e arrogante che vuole diventare il più forte giocatore di ping pong al mondo. Ne rimane affascinata e ci finisce a letto prima di rendersi conto che lui, pur di ottenere il suo obiettivo, si venderebbe anche la madre. «In fondo, come Marty, anche Kay è una truffatrice» dice Paltrow. «Non crede che il loro sia amore vero, ma solo uno scambio: lui vuole conquistare un’attrice famosa per darsi importanza, lei ha bisogno di una scintilla che riaccenda il suo desiderio di recitare e la sua sessualità».

Intervista a Gwyneth Paltrow: tornare sul set dopo i 50 anni

Perché secondo lei, da questo punto di vista, le donne dopo i 50 sembrano diventare invisibili?

«È una questione culturale: la bellezza sfiorisce e si pensa che non abbiamo più desideri. È un grande dolore per molte di noi, ed è ingiusto: quando siamo mature riusciamo a esprimerci in modo magnifico, perché ci conosciamo bene e non abbiamo paura di essere noi stesse. E, poi, guardi quanti esempi di 50enni sexy ci sono in giro: penso a Jennifer Lopez o Nicole Kidman».

Nel film si rompe un altro tabù, non solo cinematografico: una donna matura che sta con un uomo che ha 20 anni di meno.

«Per fortuna è un pregiudizio maschile che sta scomparendo: nella chat delle mamme con cui sono in contatto erano tutte entusiaste che interpretassi delle scene erotiche con Timothée Chalamet. Le donne sono felici di essere rappresentate in questo modo».

È stata lontana a lungo dal cinema. Cosa l’ha convinta a tornare?

«Mi sono trovata per la prima volta senza i miei figli, che sono andati al college (Apple, 21 anni, e Moses, 19, avuti dal frontman dei Coldplay Chris Martin, con cui è stata sposata dal 2003 al 2016, ndr). E ho provato un senso di vuoto. Josh mi ha chiamato in quel periodo e mi ha offerto la parte: ero nervosa, perché da tanto non affrontavo un ruolo drammatico. Sapevo che sarei dovuta andare a New York e lasciare i ragazzi in California, ma mi sono detta: al diavolo, facciamo questo film!».

Marty Supreme, una storia di riscatto e ambizione

Marty è alquanto pieno di sé. Lo è stata anche lei quando aveva la sua età?

«Quando hai 20 anni, soprattutto se coltivi un sogno impossibile, hai un’incredibile fiducia in te stesso e sei egoriferito. Anche io sono stata così, ma poi per fortuna maturi e capisci che non puoi avere tutto ciò che vuoi».

Kay dice a Marty: «Cosa farai se non riesci a coronare il tuo sogno?». Lei ha mai avuto un piano B?

«Credo che quando insegui un sogno come quello di diventare attrice non puoi avere un piano B. Per riuscire a fare qualcosa di straordinario ci vuole grande talento, duro lavoro e tanta fortuna. Ma, prima di tutto, non bisogna smettere di crederci, neanche per un secondo».

Lei è riuscita a inseguirne diversi, di sogni…

«Finché avevo 20 anni, il più grande era fare cinema. Poi ho avuto mia figlia Apple e ho vissuto quello straordinario di essere genitore, che continua ancora oggi. Dopo è arrivato anche il sogno imprenditoriale, con Goop (il marchio di wellness e lifestyle che ha creato nel 2008, ndr). Ho vissuto varie fasi nella mia vita, forse questo mi ha aiutato. Non ero sicura che sarei tornata a recitare, ma finalmente eccomi qui!».

Sua figlia Apple ha iniziato a muovere i primi passi nella moda e nello spettacolo. Le sta dando qualche consiglio?

«È una ragazza fantastica, divertente e intelligente. Sta finendo l’università, è all’ultimo anno di Legge, ma penso che voglia seguire le mie orme. I miei figli sanno che, se vogliono chiedermi un consiglio, io sono sempre felice di condividere la mia esperienza, ma sono convinta che da genitori si debba lasciare che i ragazzi trovino la loro strada, senza sopraffarli col proprio punto di vista».

Ha citato Grace Kelly, una diva di altri tempi. Prima di diventare una star anche lei, quali erano i suoi modelli?

«A 17-18 anni mi ispiravo a Julia Roberts (che ha 5 anni di più, ndr): invidiavo la sua autostima, la sua eleganza, quando ho cominciato era la mia stella polare. Poi nel corso degli anni ho ammirato molte altre colleghe: Cameron Diaz, così esilarante e coraggiosa nelle sue interpretazioni, e anche una delle mie migliori amiche; Meryl Streep, che ti meraviglia per la complessità del suo modo di fare le cose. Ma guardo anche ad attrici più giovani di me, come Emma Stone e Jennifer Lawrence. In generale, penso ci siano moltissimi talenti femminili nel nostro settore».

Gwyneth Paltrow, una carriera a fianco dei più grandi

Marty Supreme è un biopic liberamente ispirato alla vita di Marty Reisman, uno scommettitore e imbroglione diventato campione di ping pong. A lei interessa lo sport?

«Il ping pong mi piace per il contrasto che ha in sé: sembra “facile” e poco serio, ma ad alto livello può diventare estremamente competitivo. Io non ho mai giocato, ma i miei figli sì, spesso. Faccio esercizio fisico, però non sono mai stata una grande sportiva: guardavo il football americano con mio padre (Bruce Paltrow, regista e produttore, morto nel 2002, ndr), ma dopo la sua scomparsa ero troppo triste per continuare a farlo. Mio marito (il regista e produttore Brad Falchuk, sposato nel 2018, ndr) è un appassionato di baseball e fan sfegatato dei Boston Red Sox, mentre mio figlio Moses ama il calcio ed è tifoso dell’Arsenal, perché fino a 7 anni è cresciuto a Londra».

Nel 2025 sono caduti i 30 anni di Seven di David Fincher. Nel 1996 ha girato Sydney, il primo film di Paul Thomas Anderson, tra i favoriti agli Oscar con Una battaglia dopo l’altra. Cosa ha imparato dai grandi registi con cui ha lavorato?

«Se guardo alla mia carriera, mi rendo conto di aver recitato in alcuni capolavori, penso anche a Il talento di Mr. Ripley e a Shakespeare in Love (per cui ha vinto l’Oscar come migliore attrice nel 1999, ndr) I grandi registi hanno sempre una visione unica ed io non ho fatto altro che mettermi al loro servizio cercando di dare il meglio. Credo di avere avuto un buon occhio e, soprattutto, una bella fortuna».