C’è un papà che entra nelle stanze senza bussare e si palesa facendo una puzzetta. C’è una mamma che si agita per tutto: gli outfit del primo giorno di scuola, i fidanzatini, la voglia della figlia di prendere una strada diversa dalla sua. E c’è un fratello che punzecchia, scherza e ci prova con le amiche. La famiglia Musso, protagonista di Non abbiam bisogno di parole, remake nostrano del classico francese La famiglia Beliér, non è poi così strana.
Se ci sembra buffa è per la combinazione di vestiti un po’ fuori moda, inside joke incomprensibili per gli esterni, un podere completamente fuori controllo. “Diversa”, invece, lo è davvero: non è comune vedere sullo schermo una famiglia di Sordi, tutti “profondi” tranne figlia Eletta. E non è comune, anzi non è proprio mai successo, che a rappresentarli ci siano attori Sordi come loro. Ma questa diversità è ciò che rende speciale la storia, e la scelta di rappresentarla al meglio è ciò che rende indimenticabile il film.
Non abbiam bisogno di parole: un cast unico, e il Piemonte sullo sfondo
Al posto della Mayenne, la “nostra” Famille Bélier vive in Piemonte, nella zona del Monferrato. I Musso sono in cinque, tutti Sordi – con la lettera maiuscola, perché fanno parte della Comunità Sorda, di cui condividono lingua, cultura ed espressioni – tranne Eletta (Sarah Toscano), la figlia minore. I Musso hanno un podere e vivono dei loro prodotti, ed Eletta rende più facile la comunicazione col mondo esterno. Gli altri membri, infatti, si esprimono solo in LIS, la Lingua dei segni italiana. È una delle 300 lingue dei segni riconosciute a livello mondiale, e permette alle persone non oraliste (non tutti i Sordi, infatti, scelgono o possono apprendere il linguaggio orale) di comunicare.

Per Eletta, al primo anno di liceo, il ruolo di mediatrice comincia però ad essere un peso. Il suo è un dramma comune per le CODA, così si chiamano i “Child of deaf adults” (figli udenti di adulti sordi), che sono “segnanti” (ovvero utilizzano la LIS) e spesso si trovano a dover fare da interpreti alla famiglia intera. Mentre i Musso si ribellano a un paese che li considera manchevoli, Eletta è nel pieno dell’adolescenza. Grazie all’insegnante Giuliana (Serena Rossi), scopre di avere un talento raro per il canto che potrebbe portarla prima a Torino e poi chissà, ovunque vorrà. E, tra i corridoi del liceo, si scopre innamorata, desiderosa di una vita fatta di feste, uscite e leggerezza. Da una parte c’è la voglia di partire, scoprirsi, trovare il suo posto nel mondo. E dall’altra la paura di lasciare sola la famiglia, di non essere abbastanza brava, di tradire chi l’ha cresciuta mettendosi per una volta al primo posto.
«Da qui non si torna indietro», il percorso con Diversity Lab
C’è chi lo descrive come un film epocale, e lo fa con coscienza di causa. Perché la realizzazione di Non abbiam bisogno di parole, con un cast composto quasi totalmente da persone Sorde e la collaborazione e consulenza di Diversity Lab per la comunicazione del film (business unit di Fondazione Diversity che unisce consulenza e attivismo per promuovere diversità, inclusione e accessibilità), è davvero una piccola rivoluzione. «A noi è sembrato naturale approcciarci al racconto di una Comunità come quella sorda a partire dall’ascolto e dalla rappresentazione», ha spiegato in occasione della presentazione ufficiale del film il regista Luca Ribuoli. Eppure non è così ovvio, non era mai stato fatto prima.
«Con Netflix in realtà avevamo già collaborato in molte occasioni, ma questa volta dovevamo raccontare una comunità specifica», ha spiegato Gabriella Crafa, vicepresidente di Fondazione Diversity e Diversity Lab. «La priorità è stata coinvolgere anche nel team diverse altre persone sorde che non sono solo appartenenti a mondi associativi. Sono persone che lavorano proprio come performer, addette ai lavori».
Carola Insolera (Caterina Musso, nel film), Emilio Insolera (Alessandro Musso) e Antonio Iorillo (Francesco Musso), infatti, non solo hanno rappresentato la loro realtà, ma hanno a loro volta dato importanti “dritte” al cast e agli scenografi. Come hanno spiegato Emilio e Carola, nella LIS esattamente come per tutte le altre lingue, ci sono slang e modi di dire comuni che non tutti conoscono. E se usati correttamente permettono di mostrare sullo schermo la lingua che le persone parlano tutti i giorni, non una performance svuotata di realtà.
I Talking Point, una guida per comunicare al meglio

«Era importante anche realizzare i Talking Point, che sono stati preparati insieme a Gabe Nero, DEIA Expert di Diversity e Diana Anselmo, professionista e performer Sordo. Una guida con best practice per far comprendere a tutti le esigenze dei membri della Comunità e rappresentarla nel modo più autentico possibile», continua Gabriella. Un documento che presenta informazioni più o meno note, e alcune che potrebbero sorprendere. Per esempio, la voce “Sordomuto”, un termine ancora molto usato nel linguaggio comune, che però è considerato obsoleto e offensivo. «Le persone sorde che non sono oraliste non sono intrinsecamente incapaci di parlare, semplicemente utilizzano una lingua diversa», spiega il documento. «Tutti questi accorgimenti non sono importanti solo per la realizzazione del film, ma perché ci dimostrano che queste cose si possono fare», spiega Gabriella.
Si può offrire ruoli ad attori Sordi, si può organizzare una conferenza stampa accessibile, si può rappresentare la diversità e farlo al meglio. I costi ci sono, ma metterli in conto consente di aggiungere qualcosa ai film, un valore che non ha prezzo. E ora che lo sappiamo, non possiamo tornare indietro.
Il debutto al cinema di Sarah Toscano
A interpretare al meglio la protagonista, nel dramma che è sempre la ricerca di sé, c’è una Sarah Toscano che debutta come attrice. In un ruolo scomodo, perché interpretare una CODA senza aver mai avuto contatti diretti con la Comunità Sorda, non è certo facile. Eppure è impossibile non restare rapiti dalla sua interpretazione, e sin dalla prima scena è chiaro che Eletta non potrebbe essere nessun’altra.

«Quando ho conosciuto Sarah, stava per partecipare a Sanremo per la prima volta», ha raccontato il regista. «Era molto diversa rispetto ad oggi, ma si capiva subito che quando si metteva in testa di fare qualcosa la faceva. Con questa energia ha imparato la LIS in meno di tre settimane, si è impegnata tantissimo e ha reso Elettra esattamente come la immaginavamo».

Non senza ostacoli: come spiega Sarah, la cosa più difficile non è stata comunicare – per quello, davvero, non servivano parole – ma cantare. «Mettermi nei panni di Eletta significava a tutti gli effetti tornare indietro. Lei è una ragazzina timida e insicura, e io oggi non lo sono più». Recitare fingendosi diversi da come si è, è un compito che solitamente sanno fare solo i “grandi”, eppure la cantante non ha esitato. «A volte le dicevo: ‘Sarah, devi sbagliare!’, e lei non ce la faceva. Ma le note non potevano essere perfette, avevo bisogno che stonasse, che si sporcasse», continua Ribuoli.
Non abbiam bisogno di parole, la colonna sonora e la coreografia in LIS
Per il film, Sarah ha anche interpretato Atlantide, la colonna sonora composto e curato da Corrado Carosio e Pierangelo Fornaro. Un brano che racconta la paura di prendere il volo che hanno tutti i ragazzi. Il rischio che si corre a buttarsi eppure la consapevolezza di non poter restare fermi. A renderla unica non è solo la sua voce, ma anche il video coreografato da Macia Del Prete, che vede la performer LIS Carolina Ambrosio affiancare Sarah.
«La cosa più importante era riuscire a trasmettere emozioni in modo autentico: l’accessibilità è fondamentale, quindi servono chiarezza e precisione, ma non basta», ci ha raccontato Carolina. «Per essere davvero coinvolgente, una performance deve andare oltre la semplice traduzione: deve interpretare il contenuto, usando espressioni del viso, corpo e ritmo per creare una connessione con il pubblico».
La LIS è stata integrata nella coreografia in modo naturale, con un confronto costante tra Mara, Sarah e Carolina per far sì che ogni movimento risultasse armonioso e comprensibile per tutti. «Curo le performance di Sarah Toscano dalla sua scorsa partecipazione a Sanremo 2025, ma in questo caso abbiamo approcciato ad una format performativo inedito in cui ha aperto il suo spettro verso l’attorialità ma si è anche trovata ad imparare nell’effettivo una nuova lingua con grandissimo impegno e dedizione», ha spiegato Macia.
«Nell’incontro con Carolina , mi si è aperto un modo nuovo e inesplorato di concepire il movimento in relazione alla sonorità musicale. Ho trovato stimolante e necessario rendermi disponibile ad accogliere i suoi suggerimenti per poter integrare in maniera corretta e responsabile la LIS nella coreografia. I suoi insegnamenti si sono rivelati una grande risorsa di crescita sia per i miei danzatori che per me. È stata una sfida, sia umana che artistica, ma è stata davvero importante».
La danza come ponte tra culture, il video di Atlantide è un manifesto
La danza è forse il modo migliore per sottolineare il messaggio del film, per cui non serve parlare la stessa lingua per capirsi, ma semplicemente avere voglia di ascoltare. Con il cuore. «La danza può essere considerata una sorta di lingua universale, perché riesce a comunicare emozioni e significati anche senza parole, creando un ponte tra persone e comunità diverse. Allo stesso tempo però è importante distinguere: le lingue dei segni, come la LIS, non sono universali, ma vere e proprie lingue con una loro struttura, diverse da paese a paese», chiarisce Carolina. «La danza non sostituisce queste lingue, ma le affianca e le valorizza, creando uno spazio di incontro dove tutti possono sentirsi coinvolti».
Una visione in cui si rivede anche Macia, che ha scelto di vivere di danza proprio per il desiderio di potersi esprimere senza barriere. «Credo fermamente che il movimento, nella sua accezione più viscerale, sia intrinseco in ciascun essere umano. Ognuno di noi ha la possibilità di sperimentare una libertà espressiva unica, onesta», aggiunge. «Mi sento una portatrice sana di questo messaggio: sono sempre stata io stessa manifesto di una non conformità ai canoni, e questo mi ha portato a chiedermi chi volessi essere e come la danza potesse essere per me uno strumento espressivo. Credo sia questa la ragione per cui oggi ho un ruolo primo piano nel mio settore, grandi esperienze professionali e una riconoscibilità per quello che faccio ogni giorno con passione e dedizione».