La Rai sottovaluta evidentemente i suoi telespettatori e telespettatrici, cioè noi, a titolare la bella serie con Maria Vera Ratti Roberta Valente Notaio in Sorrento. Ci saremmo aspettati Notaia. Ce lo saremmo aspettati perché sono passati 39 anni dal manuale di Alma Sabatini Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, scritto per la presidenza del Consiglio.

Avvocata, ministra, procuratrice, notaia, medica

Correva l’anno 1987 e in quel volume – come sottolinea La 27esima ora, il blog del Corriere della Sera – scritto per gli enti pubblici, le scuole, la politica, il mondo dell’informazione, la linguista già raccomandava: se si vuole cambiare in meglio la società, bisogna iniziare dalle parole che usiamo per rappresentarla. «L’uso di un termine anziché di un altro comporta una modificazione nell’atteggiamento e nel pensiero di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta. La parola è una materializzazione, un’azione vera e propria» scriveva la linguista. Insomma, se ci si abitua a dire “avvocata”, “ministra”, “procuratrice”, “notaia”, “medica” come la grammatica ci consente di fare, diventa normale riconoscere che quei ruoli appartengano anche alle donne.

Imma Tataranni è una Procuratrice, non un Procuratore

Ma la notaia di Sorrento non è certo il primo inciampo della Rai. Imma Tataranni – Sostituto procuratore è arrivata alla quinta stagione col titolo al maschile. Sinceramente ci saremmo aspettati “Sostituta procuratrice”. Anche perché è corretto, lo dice l’Accademia della Crusca: «I nomi maschili uscenti in -tore, anche detti nomi d’agente in quanto designano “chi compie un’azione”, formano nella maggior parte dei casi il femminile in -trice (quindi, ad esempio, attore/attrice, lettore/lettrice, pittore/pittrice, scrittore/scrittrice)».

Maestra e carriera sì, notaia e procuratrice no: chissà perché…

Come sostiene da tempo la giudice Paola Di Nicola, le declinazioni al femminile dei lavori più umili, guarda un po’, sono più che normali: portiera, parrucchiera, cameriera, cassiera, maestra. Declinare al femminile le professioni più prestigiose invece non è ancora accettato culturalmente: avvocata, architetta, ingegnera, ministra. Direttrice d’orchestra. Notaia. Se ci sembra cacofonico, è solo questione di abitudine. Non perché scrivere al maschile «la notaio Roberta Valente» sarebbe sbagliato (lo abbiamo sempre fatto), ma perché declinare al femminile le professioni contribuisce, pian piano, a ridurre quella percezione che certe professioni (proprio quelle più di prestigio e potere) siano solo maschili.

La Rai disattende il suo stesso Codice deontologico

Non sono esagerazioni woke. Sono raccomandazioni che esistevano già 39 anni fa, e tutti i media, compresa la Rai, ufficialmente si sono adeguati. Il codice deontologico Rai dice: «La Rai assicura la più completa e plurale rappresentazione dei ruoli che le donne svolgono nella società». Nel Codice troviamo anche la voce “Contrasto agli stereotipi” dove si legge: «Nei programmi di informazione, intrattenimento e pubblicità, è richiesto di evitare la rappresentazione stereotipata della figura femminile». Perché, allora, “notaio” e “sostituto procuratore” nei titoli? Forse perché la nostra presidente del consiglio si fa chiamare “il” presidente…

Per fare la notaia devi essere scialba e vestita da maschio

Per interpretare la notaia, comunque, Maria Vera Ratti, bellissima attrice che ha indossato i panni della moglie del Commissario Ricciardi, è stata imbruttita: i telespettatori lo sottolineano sui social, dove si mostrano molto più liberi dagli stereotipi di cui invece resta prigioniera la Rai, e cioè che bellezza e sensualità non si possano sposare con una professione rigorosa e prestigiosa. E che essere rigorosi voglia dire mostrarisi antipatici, quindi anche essere bruttini.

Come al solito, la Rai si mostra più realista del Re, a giudicare dai commenti dei telespettatori: “Beh se il look fosse meno pesante… e venisse valorizzata tanta bellezza… Roberta potrebbe essere un personaggio più piacevole. Non è che essere integerrimi e irreprensibili significa vestire da mummia”, “Non mi piace il look di lei… assieme alla sua flemma poi… che pesantezza”, “L’attrice l’ho vista ospite dalla Balivo ed è una bellissima donna, ha due occhi meravigliosi e dei capelli splendidi. Non capisco perché viene sempre conciata così male. Anche quando faceva la parte della moglie di Ricciardi l’avevano imbruttita“, “Lei non si può guardare conciata così. Fa il notaio ma non per questo deve essere così insipida nell’abbigliamento”, “Ma perché vestirsi così! Non credo che un notaio si debba vestire da suora… hanno troppo calcato questo aspetto, lei troppo sciatta, capelli orrendi e coi vestiti troppo austeri!”, “Lei eccessivamente seria nel suo look e nel portamento… poco giovanile”

Almeno la notaia Roberta ha un cognome, le altre neanche quello

Comunque è andata già bene che almeno Roberta Valente ha un nome e un cognome. In un’altra fiction, Margherita Hack è diventata Margherita delle stelle. Perché la fiction Mameli Il ragazzo che sognò l’Italia non si intitolava Goffredo? E quella dedicata a Califano non si intitolava Franco? Sempre la linguista Sabatini, per un linguaggio rispettoso della parità raccomandava di non nominare le donne solo con il nome proprio. Oggi succede ancora così, o addirittura si affibbiano alle donne nomignoli o le si definisce non per l’ambito in cui eccellono: AstroSamantha per Samantha Cristoforetti, mentre il collega spaziale è Luca Parmitano; la spadista Alberta Santuccio è “la mamma”, la collega Giulia Ricci è “l’amica di Diletta Leotta”. E così Meloni diventa Giorgia, Schlein diventa Elly, Von der Leyen Ursula e così via. Allora facciamolo per tutti: e Trump diventerebbe Donald, Putin Vladimir, La Russa Ignazio. Ci piacerebbe così?