«Non mi considero un’icona: è una parola che non ha valore per me. E non mi sono mai sentita bella, soprattutto da giovane». Allora diciamo che Jane Fonda è l’incarnazione della consapevolezza femminile passata attraverso le battaglie pubbliche della sua generazione, negli anni ’60 e ’70, e quelle intime con se stessa, con le insicurezze e le fragilità che ha voluto sempre sfidare. Sue e nostre. «Sono cresciuta quando le bambine dovevano essere soprattutto docili e graziose» racconta. «Come altre, ero convinta di poter ricevere amore solo se stavo al mio posto, piacente e sorridente, mai aggressiva. Ci ho messo anni a essere me stessa e forse mi sono accettata solo dopo i 60, quando sono tornata single, libera dallo sguardo maschile».

Jane Fonda, eternamente meravigliosa

Bella lo è, eccome, anche a 87 anni, e non a caso da oltre 20 sfila sul red carpet del Festival di Cannes come ambassador di L’Oréal Paris. Sarà per il suo entusiasmo contagioso o per l’attività fisica praticata costantemente (le sue videocassette di aerobica andavano a ruba negli anni ’80) ma è difficile credere alla carta d’identità vedendone le movenze e la disinvoltura in abito lungo e tacchi, per non parlare della spontaneità che ha liberato in decenni di lavoro su se stessa.

Prima dell’ultimo marito, Ted Turner, il fondatore della Cnn col quale è stata dal 1991 al 2001, ha avuto altri due matrimoni, con il regista Roger Vadim dal ’63 al ’73 e con l’attivista Tom Hayden dal ’73 al ’90. Ma ad amarla tutta la vita è stato di sicuro il pubblico. Nata dal primo matrimonio dell’attore Henry Fonda con Frances Ford Seymour Brokaw, Jane ha seguito le orme del padre vincendo due Oscar per le performance in Una squillo per l’ispettore Klute di Alan J. Pakula (1972) e Tornando a casa di Hal Ashby (1979). Ha recitato in circa 65 titoli, tra cui il film This is me… Now: A Love Story su Prime Video, che racconta la vita amorosa di un’artista (Jennifer Lopez) discussa anche da un consiglio zodiacale di celebrities (Jane è il Sagittario, suo stesso segno). Fino al 2022 ha interpretato e prodotto la sit-com Grace and Frankie: 94 episodi divisi in 7 stagioni (su Netflix), che raccontano la vita di due settantenni – lei e Lily Tomlin – i cui matrimoni sono andati all’aria per il coming out dei mariti, innamorati uno dell’altro.

Intervista a Jane Fonda: sul ruolo della bellezza

Foto di Daniele Venturelli per L’Oreal Paris

Lei è volto hollywoodiano e simbolo di fascino. Davvero non si è mai sentita bella?

«Da bambina sentivo mio padre criticare le mogli (ne ha avute cinque, ndr). Le punzecchiava proprio sul loro aspetto e, seppure indirettamente, questo ha tolto autostima anche a me. Sono cresciuta con dei complessi. Desideravo sentirmi dire, innanzitutto da lui, che mi trovava bella. Mi sono portata dietro per anni quest’insicurezza, che ha influito anche sulle mie relazioni».

Aveva modelli di bellezza, da giovane?

«In realtà no, perché ho sempre ammirato le donne per la bravura o altre qualità, più che per la bellezza in sé. Anche per questo non ho mai amato Hollywood. Quando frequentavo l’Actors Studio di Lee Strasberg, a New York, ci dicevano che l’aspetto non conta, che l’importante è scavare nelle emozioni più autentiche per interpretare un personaggio al meglio. Invece a Los Angeles guardavano l’aspetto, eccome, e pure la taglia del reggiseno. Per fortuna ho anche girato film che mi convincevano totalmente, come A piedi nudi nel parco con Robert Redford. Sono diventata produttrice proprio per raccontare storie che mi interessano e avere potere decisionale. Quanto alla bellezza, mi sono molto stupita quando L’Oréal Paris mi ha chiesto di diventare una loro ambassador, dato che non ero più giovane».

Come vive oggi questo ruolo?

«È un impegno molto piacevole, visto che mi porta al Festival di Cannes tra altre attrici: siamo una sorta di famiglia. Apprezzo il messaggio: “Perché io valgo”, che sollecita l’autostima femminile. Mi piace che abbiano istituito un premio, il Lights on Women’s Worth, che ogni anno seleziona una giovane regista promettente incoraggiando anche le altre a investire nel loro talento». (Quest’anno è stata premiata la sudcoreana Heo Gayoung, autrice del corto First Summer, ndr).

Invecchiare senza paura e scoprire il fascino della terza età

La società attuale ci spinge ad apparire eternamente giovani: qual è la sua ricetta per non farsi condizionare?

«Ho avuto anch’io paura dell’età e quando temo qualcosa la studio a fondo, trovo il modo di fare mio quel timore per superarlo. Cerco proprio di abbracciarlo (lo dice facendo anche il gesto con le braccia, ndr). L’ho sviscerata pure nei miei libri».

Ne ha scritti vari. I più personali sono La mia vita finora, uscito in Italia nel 2005 per Mondadori, e Gli anni migliori pubblicato da Corbaccio nel 2012 con il sottotitolo Come vivere bene tutte le fasi della vita.

Come ha affrontato il nodo dell’invecchiamento?

«Ho iniziato a temerlo per le ossa e la salute. Ho avuto più tumori (nel 2010 al seno, nel 2018 alla pelle, nel 2022 le è stata diagnosticata una forma che colpisce il sistema linfatico, ndr). Per fortuna sono guarita e oggi mi occupo di tutto quello che mi appassiona, non penso allo specchio ma cerco di nutrire soprattutto la mia vitalità. L’età matura è bellissima se stai bene, puoi goderti quelle libertà che in altre fasi della vita non hai avuto. È quello che cerco di fare da quando ne sono consapevole».

Jane Fonda, l’icona della consapevolezza

Quando è arrivata questa consapevolezza?

«Avvicinandomi al sessantesimo compleanno. Immaginando e sperando di vivere fino a 90 anni, ho pensato che sarebbe stato l’inizio di quella che chiamo la “terza fase”. Importantissima perché dà un senso anche alla prima e alla seconda. Le prime due parti della vita sono interessanti ma non ne conosci ancora il significato più profondo. Vivere bene la terza fase è come mettere tutto insieme e chiudere un cerchio. L’avevo intuito anche stando vicino a mio padre nei lunghi mesi prima che mancasse».

Qual è la battaglia più importante a cui dedicarsi?

«Quella per il cambiamento climatico: è una priorità assoluta. Sono stata di recente in Amazzonia a contatto con un gruppo di indigeni dai quali avremmo molto da imparare: non solo vivono nella natura ma la considerano una risorsa, sanno che non possiamo sopravvivere senza prendercene cura quotidianamente. Noi occidentali abbiamo perso questa consapevolezza, consumiamo la Terra e la riempiamo di spazzatura, e sì che noi umani ne siamo parte. Siamo la prima generazione a vivere in una crisi climatica e forse l’ultima che può fare qualcosa per evitare il peggio».