Sembra semplice. Scrivere una frase come «Non puoi salvarmi tu» e cantarla, così come il prendere in giro i propri pensieri, le proprie ansie, le proprie insicurezze. È difficilissimo invece, ci vuole una professionista: Federica Abbate lo è, anche se di lei non parliamo mai abbastanza. Autrice di successi superpop come Mediterranea e A un passo dalla luna, ma anche di alcune delle ballad più amate della musica italiana (Niente canzoni d’amore, devo aggiungere altro?), Federica è stata sotto i riflettori su palco come l’Ariston e il Primo Maggio, ma è più a suo agio dietro le quinte. Perché, Bridget Jones del pop, è «buffa e goffa». Come la protagonista della romcom inglese, non bada all’immagine, è tutta testa e quel racconto che sa creare così bene per gli altri le sembra ridicolo quando deve immaginarlo su di sé.
La sua strada da solista non comincia oggi, ma è forse solo oggi che ha il coraggio di scegliere la direzione che più le si addice. Non cerca più di fare la pop star, non secondo le regole: con Superman, il primo brano della sua nuova era fuori il 29 maggio, si mostra come non è e non sarà mai, e così si libera della prigione dell’apparire. Quella che ci fa vedere, la Federica Abbate Pop Star, è un personaggio, ma dicendocelo apertamente svela che la Federica Abbate reale è una di noi. E in un mondo in cui sono sempre più sbiaditi i confini tra fan e artista, vita vera e immaginario, forse è lei ad aver trovato la strada per regalare al pop l’unico ingrediente che ha sempre faticato a utilizzare: l’autenticità.
Intervista a Federica Abbate: «Non sono una pop star»
Superman non è il solito brano pop.
«Esatto! Qualcuno mi ha detto: “Tu non puoi fare la pop star, perché sei buffa e sei goffa”. E io mi sono detta: perfetto, ed è esattamente da lì che nasce Superman. Nella canzone mi diverto a giocare con le sovrastrutture del pop, un mondo in cui sono cresciuta e che amo — la musica neomelodica, il reggaeton, il pop in tutte le sue forme. Però a un certo punto mi sono resa conto che quelle sovrastrutture non riesco a reggerle. Magari mi stanno anche bene, ma non mi sento me stessa usandole su di me. E quindi ho immaginato il personaggio della Federica Abbate Pop Star. L’ho vestita da sposa, con un vestito gigante, e l’ho destrutturata completamente attraverso l’autoironia, per dire chiaramente: questa cosa non esiste».
Hai reagito subito così bene a questa critica?
«No. L’ho presa malissimo all’inizio, ci sono rimasta molto male. Però poi ci ho ragionato, e dentro le cose che ci dicono le persone c’è sempre una verità da cogliere. Quella non era una critica: era semplicemente la verità. Io non posso essere la pop star canonica, la stessa per cui scrivo le canzoni, perché non me le sento addosso quelle sovrastrutture. Puoi truccarmi, vestirmi bene, ma si vede che sono a disagio, si vede che sul palco sono a volte goffa, a volte buffa. L’ho sempre cercato di nascondere. Con Superman ho deciso di fare il contrario: recitare quel ruolo, proprio per dimostrare che non esiste».

Dobbiamo salvarci da sole, accettando i nostri limiti
Oltre al racconto metaforico, nel brano lanci un messaggio importante.
«Sì, che nessuno può salvarci. L’errore gigante che facciamo, noi donne, ma anche gli uomini, è cercare validazione all’esterno, aspettarci che qualcuno ci salvi. In realtà i veri Superman siamo noi: quelli che ogni giorno si tirano fuori dai casini quotidiani. Il matrimonio è finto, Superman non esiste, ma tutto è tratto da una storia vera, la mia. Quando vai a togliere tutte le sovrastrutture, quello che resta sono io: quella che appena si spegne la telecamera piange per il malessere con le amiche, si dispera raccontandosi le sfighe, si mette gli stivali e va a pulire i colombi in campagna. Quello è il mio superpotere: l’autoironia, riderci sopra».
Quando hai scritto la canzone sapevi già che l’avresti cantata solo tu?
«Assolutamente sì, fin dal primo momento. Appena l’ho cantata e ci ho sentito la mia voce dentro, ho pensato: questa cosa nessuno potrebbe mai cantarla. È un messaggio talmente buffo e talmente goffo… Io sono esattamente quella cosa lì. In questo momento mi appartiene troppo per darla a qualcun altro, e sono convinta di darle la chiave di lettura più sincera che esista».
Te lo dico in pop
Sei una delle autrici più importanti del pop italiano, eppure nelle tue canzoni (anche quelle scritte per altri) c’è sempre tantissima testa: pensieri, ansia, i se, i ma. È una cosa che vivi nell’amore, o sei così in generale?
«Sono una pensierosa, sì, sicuramente una persona complessa a livello mentale. La cosa bella del pop è che alleggerisce tutto. Superman dice un messaggio che è quasi da seduta psicologica, la validazione esterna, il senso di abbandono, il non sentirsi abbastanza… Però il pop ti permette di spiegare tutto in modo leggerissimo. È questo che lo rende per me il veicolo più bello e nobile che esista: semplificare concetti complessissimi e farli arrivare in maniera immediata. È l’obiettivo di chi scrive canzoni».
Dici, giustamente, di aver imparato le regole del pop. Aggiungerei che le hai anche scritte: questa decostruzione che hai iniziato su di te, la proporresti anche ad altre artiste?
«Quando scrivi per gli altri hai un punto di vista esterno, molto più lucido. Su me stessa è stato molto più complesso: mi guardo allo specchio da sola, sono interna a me stessa in modo doppio. L’unico modo che ho trovato è stato distaccarmi, costruire il personaggio della Federica Abbate Pop Star, immaginarmela da fuori. E dato che non potevo davvero esserla, ci ho messo sopra una dose importante di ironia. Quello che volevo arrivasse è semplice: chi mi guarda non deve pensare che io sia una diva. Spero pensi “è come me”».
«Forse ho trovato la mia strada»
Come artista hai vissuto un po’ in ombra rispetto al tuo percorso da autrice, e — aggiungo — rispetto ai colleghi maschi. È stata una tua scelta o no?
«È assolutamente così. Ho un percorso da autrice molto consolidato, è una cosa che ho fatto quotidianamente per anni. Come artista ho dovuto imparare codici diversi, perché io vengo da un altro pianeta: se all’inizio mi parlavi di look, styling, comunicazione visiva, social, ti rispondevo “Ma perché? Io faccio musica”. Non l’avevo presa in considerazione. In realtà nel pop la musica si comunica a 360° e tu diventi parte di quella musica. Ho impiegato del tempo per capirlo, ma ogni cantautore ci mette il tempo che ci mette. L’importante è che il risultato sia bello e sincero».
Quindi Superman è anche un punto di svolta su te stessa?
«Sì. Non avevo mai considerato l’idea di ammettere apertamente: uso questi strumenti, e te lo dico. Non li uso per fare la figa, li uso per dirti che sono buffa e goffa. Quel doppio salto nella testa non l’avevo mai fatto. Mi ero sempre bloccata su “Faccio pop, ma non sono in grado di vestire il ruolo della pop star”. Nell’ammetterlo ho trovato una via di fuga. Il nodo era proprio quello: non potevo fare la pop star classica perché non mi ci vedo, ma non potevo fare a meno di fare pop perché è quello che sono. Attraverso l’autoironia, ridendo su me stessa e su tutto il resto — il vestito da sposa gigante, il trucco, il parrucco — forse ho trovato la mia strada per raccontarmi».