L’incontro è al Bulgari Hotel di Roma una mattina di fine giugno. Fuori l’estate è iniziata e io provo una lieve emozione. È la prima volta che Alessandro e Leo Gassmann fanno un’intervista e posano insieme per uno shooting. Per un giorno non sono due artisti con un cognome importante, ma solo un padre e un figlio. Due generazioni a confronto, due mondi uniti da una linea di sangue che parte da nonno Vittorio e arriva fino a noi.

Per Alessandro. Pull girocollo con motivo ciliegie. Per Leo. T-shirt di cotone manica lunga, tutto Universal Overall by WP Store. A sinistra. Per Leo. Polo di cotone con bottoni in madreperla e pantaloni classici tutto Baracuta by WP Store. Cintura personale.

Abbiamo deciso di iniziare da loro per provare a capire come sono cambiati nel tempo i modelli maschili e il concetto di paternità. Se e come è stato “ucciso il padre”, l’archetipo associato alle regole e all’autorità, per fare spazio a qualcosa di nuovo. Non necessariamente il suo opposto, ma un pattern diverso, una versione aggiornata di quel paradigma che è stato specchio di un tempo e di una cultura e ha conosciuto cambiamenti epocali, lasciando il campo aperto alla sperimentazione. Abbiamo a disposizione per il nostro incontro la camera più grande e lussuosa dell’albergo, la Bulgari Suite, location degna di un appuntamento speciale.

Il primo ad arrivare è Alessandro, puntualissimo e cordiale. Ha preso una pausa dal set di Il sospetto, serie Sky con Claudia Pandolfi, per incrociare le date di Leo, intrappolato in una maratona di eventi live – tra le tappe del suo Vita Vera Paradiso Summer Tour e una serie di festival estivi – eppure sempre di buon umore. Metterli insieme non è stato facile. Ma ora eccoli qui davanti a me, rilassati e sorridenti, per parlarmi di una cosa di cui non hanno parlato mai: la loro relazione. Le affinità e le idiosincrasie, le istintive tenerezze e le taciute ragioni d’orgoglio. Si abbracciano, si prendono in giro, si mettono a ballare Sal Da Vinci sul divano. Mentre, dall’alto, il grande assente giganteggia.

Alessandro e Vittorio, Di padre in figlio

Leo: Polo di cotone con bottoni in madreperla Baracuta by WP Store. Pantalone
classico Universal Overall by WP Store. Alessandro: camicia di velluto millerighe B.D.Baggies by WP Store. T-shirt cotone Filson by WP Store. Pantalone Universal Overall by WP Store.

Alessandro, la sua prima volta davanti alla macchina da presa è stata a 9 anni, in un film scritto e diretto da papà Vittorio. Si chiamava Di padre in figlio.

Alessandro «Sì, era un film girato nell’arco di circa 10 anni, nato con l’idea di documentare come cambia il rapporto tra un padre e un figlio nel corso del tempo. In realtà, si è interrotto un po’ frettolosamente quando avevo 17 anni. L’ultimo episodio è finto, e si vede, non ero naturale come negli altri e la mia recitazione lasciava a desiderare. Avrebbe avuto senso continuare ancora un po’, raccontando i primi lavori, l’indipendenza. Così, è come rimasto un po’ incompiuto».

Resta comunque un bel ricordo, il desiderio e il bisogno di raccontare il vostro legame.

Alessandro «Sicuramente. A differenza di Leo, non sono stato un figlio facile. Dai 15 anni in poi ho iniziato a dare problemi. Mi assentavo da scuola, ero molto chiuso in me stesso. Forse perché sono cresciuto di colpo, un gigante di oltre un metro e 90, mi sentivo diverso da tutti, fuori posto. In certi casi ero addirittura aggressivo».

Tutti conosciamo il “mattatore”. Ma com’era Vittorio Gassmann nel privato?

Alessandro «Era una persona riservata, persino un po’ timida, molto diversa dai personaggi esuberanti e spacconi che interpretava al cinema. Con me è stato un papà dolcissimo, estremamente presente e affettuoso. In parte per colmare le lacune lasciate da mia madre».

Anche lei, Juliette Mayniel, era attrice. La loro relazione è finita quando lei aveva solo 3 anni. Com’è stato?

Alessandro «Meno traumatico di quello che si può pensare. Mio padre era al culmine del successo internazionale ed era anche un uomo molto vivace dal punto di vista sentimentale. Mamma ha capito subito l’antifona. Però si sono separati in modo civile, senza litigare, io quasi non me ne sono accorto. Lei era una donna molto intelligente, una grande viaggiatrice, ma non era adatta a fare la madre, non in senso classico almeno. Non aveva un grande istinto per l’accudimento. Solo col tempo ho recuperato un rapporto con lei. In compenso, lui è stato una specie di padre-madre».

L’approvazione paterna per Alessandro Gassmann

Per Leo. Giacca modello Bedale Barbour by WP Store. Jeans Universal Overall by WP Store. Per Alessandro. Overshirt di cotone e jeans, tutto Universal Overall by WP Store. T-Shirt a maniche corte Filson by WP Store. Grooming Concetta Argondizzo per Simone Belli Agency.

È cresciuto con lui?

Alessandro «Fino ai 14 anni ho vissuto con mia madre la settimana di scuola, stando il weekend con mio padre. A 14 anni, per mia sfortuna, ho fatto il contrario».

Perché “per sfortuna”?

Alessandro «Perché sulla scuola lui, che era stato uno studente eccezionale, primo in tutte le materie, era esigentissimo. Un paragone per me frustrantissimo. Mi ricordo ancora quando attraversavo quel corridoio buio a casa dopo un brutto voto e in fondo, in uno studio con 4.000 libri, tutti letti, lui mi aspettava. Non era solo mio padre, era Vittorio Gassman, con il suo aspetto e la sua voce. Provate a immaginare, una cosa spaventosa!».

Quando ha sentito per la prima volta la sua approvazione?

Alessandro «Quando feci uno spettacolo con Gianmarco Tognazzi in un piccolo teatro di Roma, una commedia di Angelo Longoni che avevamo deciso di fare con due lire senza neanche essere pagati. Mio padre venne a vederci e ci fece un sacco di complimenti. Lì ho capito che potevo fare non solo cose inguardabili e che ero giusto per quel mestiere, non lo facevo soltanto per mio padre. Lo spettacolo ebbe successo e ci regalò una tournée di 3 anni memorabili».

Leo, crescere in una famiglia di “grandi”

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Leo, vieni da un padre e da un nonno importanti. Come si vive in una famiglia così, con quel cognome?

Leo «È una cosa a cui non penso mai. Se non quando me lo chiedono gli altri. Papà e mamma (l’attrice Sabrina Knaflitz, ndr) sono stati molto bravi a disinnescare la miccia e proteggermi fin da piccolo, forse perché avevano già sperimentato sulla loro pelle cosa si prova. Mi hanno lasciato libero di seguire i miei sogni senza pressioni e senza aspettative, solo con la promessa di proseguire gli studi».

E del nonno che ricordo hai?

Leo «Avevo solo 2 anni quando è mancato, il ricordo che ho di lui è come un puzzle che ho costruito nel tempo, attraverso i racconti di chi lo ha conosciuto e amato».

Hai iniziato con la musica perché cinema e teatro ti sembravano posti già troppo affollati in famiglia?

Leo «No, mi ci sono avvicinato per caso. Quando ero bambino, ci piaceva cantare insieme in macchina durante i viaggi: i miei hanno intuito una passione e mi hanno regalato una chitarra. Il maestro che mi dava lezioni, a un certo punto, mi ha suggerito di fare un provino al Conservatorio di Santa Cecilia. Sono entrato che avevo solo 9 anni, ero il candidato più giovane. Ho frequentato per un po’, finché non è diventato troppo faticoso conciliare quell’impegno con lo sport, la scuola, gli amici…».

Dai palchi al set, sulle orme di papà

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La semifinale a X Factor 2018 e la vittoria a Sanremo nelle Nuove Proposte sono state la prova che quella era la strada giusta. E come sei arrivato al cinema?

Leo «Anche quello è successo un po’ per caso, dopo la pandemia. Mi hanno proposto un provino per il ruolo da protagonista nel film tv Califano di Alessandro Angelini».

Hai chiesto consiglio a papà?

Leo «All’inizio ne ho parlato solo con mamma. In generale tendo a dire prima le cose a lei. Papà ha un approccio più cinico e tranchant, ho paura che mi influenzi…».

Alessandro «E infatti, appena l’ho saputo, l’ho immediatamente scoraggiato. Se fallisci con un personaggio così amato dal pubblico, ti bruci. Invece ho dovuto ricredermi, Leo è stato bravissimo. Ha una capacità mimetica che a me manca. Io devo poter mettere pezzi di me nei ruoli che interpreto, non so imitare personaggi reali».

L’approvazione di Alessandro, il talento di Leo

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Anche per Leo essere approvato era importante.

Alessandro «Certo. Ma io sono meno drastico di mio padre. Il suo insegnamento era: nella vita puoi fare ciò che vuoi, ma devi farlo bene. Io ho tolto la seconda parte: nella vita puoi fare ciò che vuoi, se ti rende felice».

Sicuramente recitare ti rende felice, Leo, e lo fai bene. Hai appena vinto un premio a Venezia e presto tornerai sul set.

Leo «Vincere il premio come miglior attore protagonista per Fuori la verità al Filming Italy Venice Award è stata una grande soddisfazione. Una spinta a continuare. Il prossimo progetto sarà ancora con Alessandro Angelini su un film storico per la Rai, Storia di un marinaio. Ma non posso dire di più».

Leo e Alessandro Gassmann: in cosa si somigliano? In cosa sono diversi?

In cosa senti di assomigliare a tuo padre?

Leo «Mettiamo la stessa passione in ciò che facciamo. E non diamo niente per scontato».

In cosa, invece, siete diversi?

Alessandro «Nei ritmi. Io sono super accelerato. Lui flemmatico, compassato».

Leo è il classico bravo ragazzo. Tutto merito del carattere o c’entra anche l’educazione?

Alessandro «È un ragazzo estremamente gentile. Ma quello credo sia un tratto comune in casa. In più, ha avuto una famiglia molto solida alle spalle, a differenza mia».

La famiglia Gassmann, oggi

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Con sua moglie fate coppia fissa da oltre 30 anni…

Alessandro «Il primo bacio ce lo siamo dati nel 1993… Immagino che questo abbia contribuito a far sentire Leo protetto e a dargli una direzione. Tornassi indietro, su alcune cose sarei forse meno rigido ma, vedendo qual è il risultato, mi posso dire orgoglioso».

E cosa rende te orgoglioso di tuo padre, Leo?

Leo «Che è una brava persona. E ha il coraggio di dire sempre quello che pensa, di esporsi, pur sapendo che schierarsi a volte può danneggiarti se sei un personaggio pubblico».

Che papà è Alessandro Gassmann?

Che papà è?

Leo «Un papà eccezionale. Severo, giustamente, nei primi anni di vita. Ma, per fortuna, mamma è stata brava a mitigare i nostri attriti».

Un padre che ricorda un po’ Dante, il protagonista di Un professore, serie Rai amatissima.

Alessandro «Lui è più paziente di me e soprattutto conosce molto meglio la filosofia. Se avessi incontrato un professore così quando andavo a scuola, sarei di sicuro stato uno studente migliore. A febbraio iniziamo a girare la quarta stagione».

Prima è sul set della seconda stagione di Guerrieri – La regola dell’equilibrio. Ma non si ferma mai

Alessandro «Si ricomincia a settembre. Un anno denso, con tanti progetti per il 2027 (vedi dida a pag. 19, ndr). Mi piace lavorare».

Si dice che i genitori di oggi vogliano essere più amati che rispettati. Quindi tendono più a compiacere che a educare. È così?

Alessandro «È un approccio che non condivido. È responsabilità di noi genitori, almeno fino ai 18 anni, che le persone che mettiamo al mondo si comportino bene. Che siano utili alla società e che trovino il modo di essere felici. Per farlo bisogna seguirli, ascoltarli, correggerli se sbagliano, evitando di difenderli quando commettono degli errori. Purtroppo ho l’impressione che i 15enni di oggi siano molto abbandonati a loro stessi».

I momenti insieme, padre e figlio

C’è qualcosa che amate fare solo voi due insieme?

Alessandro «Stare nella natura. Leo ama dormire fuori, campeggiare in luoghi isolati, fare sport all’aria aperta. Questa è una cosa che ci accomuna. A me non c’è niente che emozioni di più, a parte la musica, che stare dentro un bosco in ascolto. Potrei restarci per ore, senza nessuna presenza umana».

Sembra che non ci sia nessun imbarazzo tra voi, anche nel comunicarvi le emozioni in modo fisico.

Alessandro «Probabilmente perché sono stato abituato così. Ripeto: mio padre era molto affettuoso. Ricordo che mi piaceva tanto, da piccolo, fare il pisolino con lui. Appoggiarmi sul suo petto e sentire il suo respiro mi trasmetteva una sensazione di forza e protezione. Anche oggi, quando faccio il riposino con Leo, mi sento rassicurato».

La fragilità, vista da figlio

Non deve essere stato facile vedere suo padre di colpo fragile a causa della depressione.

Alessandro «È stato difficile e commovente. Vivere accanto a una persona depressa fa provare un grande senso di impotenza, perché non si può fare niente per dare sollievo».

Si è mai chiesto cos’è che lo aveva fatto ammalare, dopo una vita così intensa?

Alessandro «Credo sia stato proprio quel tipo di vita la causa di tutto. Il successo dà grandi soddisfazioni, ma pretende anche un investimento continuo. Richiede sforzo fisico e ti fa sempre sentire sotto esame. Poi, per uno che fa quel mestiere, non va sottovalutato l’impatto del tempo che cambia la tua immagine».

La bellezza, la virilità, la mascolinità

A proposito di immagine, nella sua vita c’è stata anche la fase dei calendari. Che fase è stata?

Alessandro «La fase che me dovevo comprà casa (ride, ndr). Quella cosa mi ha fatto guadagnare parecchio, inutile negarlo. Ma, poi, perché solo le donne si devono spogliare? Pure gli uomini! Che male c’è?».

Quanto ha contato la bellezza nella sua carriera?

Alessandro «Indubbiamente mi ha aiutato a ottenere dei ruoli. Ho sfruttato biecamente questa cosa, cercando di fare del mio meglio come artista. Il bello del mestiere di attore è che non è una gara di prestanza fisica ma di verità. È un lavoro adatto a tutti i corpi. Ognuno ci mette quello che ha».

Leo, tu che sei di una nuova generazione ti senti ingabbiato in ruoli predefiniti, in primis quello della virilità?

Leo «No, non mi sento condizionato da nessun modello di riferimento. Non mi vergogno di piangere in pubblico né di dire una cosa che magari un uomo non dovrebbe dire. Credo che il merito sia anche dei social, che hanno permesso a ciascuno di esprimersi liberamente».

Alessandro, perché storce il naso? Non è d’accordo?

Alessandro «Penso che i social siano macchine meravigliose, perché ci consentono più informazione, più uguaglianza, più rispetto, ma allo stesso tempo non proteggono i minorenni, che hanno spesso accesso a contenuti “sensibili” molto prima di raggiungere l’età giusta per capirli. Sta a noi adulti porre delle regole, è nostra responsabilità vigilare sull’uso che fanno dei social».

A volte la Rete diventa veicolo di odio e misoginia. Leo, anche tra i ragazzi permane una cultura che legittima la violenza e il controllo sul corpo delle donne. Perché, secondo te?

Leo «Io cerco sempre di guardare con speranza al futuro e credo che la razza umana abbia bisogno di tempi lunghi per cambiare. Ma già il fatto che oggi si parli di questi temi mi sembra una cosa importante. La violenza e il controllo c’erano già ai tempi di mio nonno, però nessuno lo raccontava, per molti era addirittura una cosa normale. Bisognerebbe fare informazione a partire dalle scuole».

Le battaglie (e i sogni) dei Gassmann per il futuro

Molti hanno paura che questo metta a rischio i ruoli di genere…

Alessandro «Bisogna assolutamente fare educazione sessuale per salvare i nostri ragazzi. E chi se ne frega dei ruoli di genere! Per fortuna in questo ci siamo evoluti, e non solo per i social. Io fino a 11 anni non si capiva se ero un maschio o una femmina, anche perché mia madre si ostinava a tagliarmi i capelli a caschetto. Quando gli altri mi scambiavano per una bambina, ovviamente mi dava fastidio. Una volta al ristorante il cameriere, dopo aver preso l’ordinazione di mio padre, gli chiese: “ E cosa portiamo, Maestro, a sua figlia?”. E lui: “Mio figlio Alessandro, come sempre, prende un whisky on the rocks!”».

Stupendo… Voi due girerete mai un film insieme?

Alessandro «Non lo abbiamo mai fatto finora perché ho sempre paura che ci accusino di nepotismo. Ma, semmai dovessero proporci dei ruoli giusti per noi come artisti, perché no? Sarebbe bellissimo».

La video intervista