Che abbiano avuto presto il desiderio di un figlio o l’abbiano scoperto un po’ per caso, tutti al suo arrivo sono cambiati. Riprogrammando i propri obiettivi, scendendo a compromessi, fermandosi. A volte il tempo di un congedo, a volte anni. Mettendo in stand by sogni e carriera per esserci. Non solo come supplenti delle madri. Rinuncia? No, scelta consapevole. Storie di uomini che rivendicano il diritto di fare i padri. Quindi, per favore, non chiamateli babysitter.
Angelo Pisani: il mio posto accanto a mia figlia
Diventato famoso a poco più di 20 anni grazie a un duo che “spaccava” sul palco di Zelig, Angelo ha interrotto di colpo una carriera in ascesa appena ha saputo di una figlia in arrivo. Oggi Agata ha 16 anni e si divide tra la casa di papà e quella della mamma, Katia Follesa.

Angelo, la cosa più inaspettata che ha scoperto diventando papà?
«Innanzitutto il fatto che volessi esserlo. Perché ho sempre pensato di non volere figli».
E poi cosa è successo?
«È nata Aghi, l’ho presa in braccio e ho sentito “clac”. Si è incastrata perfettamente nel mio abbraccio e qualcosa è cambiato nella mia testa. Per questo ho deciso di dedicarmi solo a lei».
Quanto tempo si è fermato?
«Dieci anni. Stavo partendo con Katia per un tour molto lungo e importante, ma ho capito che il mio posto era accanto a mia figlia. Ho rinunciato alla carriera, ho finito tutti i soldi e ho fatto il papà full time».
Nessun rammarico?
«È la cosa migliore che abbia fatto. Ovviamente, ne ho pagato le conseguenze. Nel mio ambiente, quando esci dal giro, è un attimo che si scordano di te. Ma, tornassi indietro, rifarei lo stesso. Ora che lei è cresciuta, sto riprendendo in mano la mia vita e sto tornando a essere Angelo, non più solo il papà di Agata e l’ex marito di Katia».
Una cosa che tante donne provano.
«È vero, e ho massimo rispetto per questo. Ma occhio a non cadere nell’errore opposto. Mi è successo più volte di essere guardato male dalle donne quando mi occupavo di mia figlia, come se invadessi un territorio che non era il mio. Rivendicare il ruolo di padre non significa rinnegare quello che è stato fatto finora dalle madri, ma provare a lavorare insieme. Senza essere chiamati mammi…».
È capitato?
«Capita. Come se il lavoro di cura non fosse contemplato nei padri».
Un tempo i papà erano assenti. Il suo com’era?
«Molto chiuso. Ma sapeva dimostrarmi affetto con uno sguardo o un gesto. La sua generazione aveva poca educazione ai sentimenti, non era neanche abituata a toccare. Per questo io ho cercato di fare il contrario».
Tra lei e Katia i ruoli si sono invertiti?
«Diciamo che Katia per sua natura è più risoluta e io più empatico. Lei è una che mette i paletti, io preferisco spiegare le cose».
Ci sono cose di cui s’imbarazza a parlare con una figlia femmina? Il ciclo, il sesso…
«In verità parliamo di tutto, ma ovviamente su certi temi la madre è più ferrata, in quanto femmina».
Cosa sogna per Agata?
«Che sia libera di essere ciò che vuole, senza farsi condizionare dalle aspettative e dal giudizio degli altri».
Davide Dattoli Zhang: l’importanza di fare squadra
Fondatore di uno dei network di co-working più importanti d’Europa, Davide ha capito già all’arrivo del primo figlio l’importanza di fare squadra. Ora che i bambini sono tre, applica le regole dell’impresa a casa. E viceversa. Forte di una moglie di successo come lui. Una visione elastica dei congedi. E un team in età riproduttiva che impenna gli indici di natalità.

Due genitori nella classifica di Forbes, tre figli da 0 a 3 anni. Come ci si organizza, Davide?
«Pianificando in anticipo gli impegni e dandosi il cambio per i progetti importanti. L’obiettivo è cercare di stare il più possibile con i bambini, soprattutto ora che sono piccoli».
Totale parità nella divisione dei carichi familiari?
«Sì, non sarebbe giusto che una scelta condivisa pesi di più sulle spalle di uno piuttosto che dell’altro. Abbiamo entrambi vite complesse, è giusto spartirsi onori e oneri».
Col matrimonio ha preso il cognome di sua moglie, Giada Zhang. Ha avuto buoni modelli da bambino?
«Mia madre. Papà è mancato quando ero piccolo e mi ha cresciuto da sola. Anche lei era imprenditrice ed è guardandola che ho capito l’importanza di organizzarsi bene e bilanciare gli impegni».
I padri in Italia hanno 10 giorni di congedo. Bastano?
«No, trovo più giusto il modello nord-europeo, in cui entrambi i genitori hanno a disposizione 6 mesi da dividersi come vogliono. Mia moglie si ferma completamente almeno un mese dopo il parto, come vuole la tradizione cinese, e io per ogni figlio ho preso congedi flessibili».
È lo stesso per i suoi dipendenti?
«Certo. So quanto sia faticoso, anche fisicamente, gestire in contemporanea lavoro e genitorialità. E, visto che ho sempre pensato che si è più produttivi quando si è sereni, lascio ognuno libero di organizzarsi come crede. Dove lavora e quando per me non è rilevante. Con una media di 10-12 bambini all’anno, direi che il metodo funziona».
Lei e sua moglie venite da culture diverse: siete allineati nell’educazione dei figli?
«Non su tutto. Lei è la classica “mamma tigre” molto focalizzata sulla performance scolastica. Io, che a scuola non ero bravissimo, tendo a dare più importanza alla passione e alla creatività. Per trovare un punto di incontro abbiamo messo a punto un “Manifesto familiare”, facendoci aiutare dall’AI, e ci siamo divisi le aree di competenza». Niente è lasciato al caso.«Siamo entrambi imprenditori, sappiamo che per far funzionare le cose ci vogliono regole precise. La famiglia è come un’azienda. Bisogna anche lì impostare obiettivi a lungo e breve termine e darsi feedback periodici per capire se si sta andando nella giusta direzione. Sembrerà poco romantico, ma anche l’amore si costruisce. Se si sa come gestire stress e difficoltà, è più facile che duri».
Stefano D’Andrea: marziano tra mamme e tate
Spesso a un bambino non ci pensi finché non incontri la persona giusta. A Stefano è successo quando aveva superato da un bel pezzo la boa degli “anta”. Per questo si è fatto aiutare dalla scienza e a 48 anni è diventato papà. Da quel momento Margherita è il suo centro di gravità permanente. E, mentre tutto nella sua vita passa, lei per fortuna resta.

Stefano, ha avuto paura di non poter avere figli?
«Vista l’età avanzata mi sono subito giocato la carta della procreazione medicalmente assistita, pur sapendo che le chance di riuscita non erano altissime. Su consiglio dei medici, con la mia ex compagna abbiamo fatto l’eterologa a Valencia e per fortuna è andata bene».
Se fosse stata donna, l’avrebbero definita primipara attempata.
«Non è l’unica ingiustizia. Con la fecondazione spetta alle donne la parte più difficile, noi dobbiamo solo guardare una rivista porno e deporre il seme in un bicchierino. Però non farei una gara. Anche gli uomini partecipano alla gravidanza. Io l’ho vissuta come se dovessi partorire io».
Margherita sa com’è nata?
«Appena l’abbiamo ritenuta abbastanza grande per dirglielo, le abbiamo raccontato la storia dell’ovetto donato in Spagna e cresciuto nella pancia della mamma. Da grande capirà meglio».
La sua nascita è stato uno tsunami. Se lo aspettava?
«No, perché nessuno degli amici che c’erano passati me lo aveva raccontato. I maschi non parlano di queste cose tra loro. Per questo ci ho scritto un libro, che è una specie di j’accuse. Si chiama Il padre è nudo. Tutto quello che gli uomini non dicono (Baldini+Castoldi, ndr)».
Cosa non dicono?
«I dubbi, le paure, le meraviglie. Insomma, tutto quello che provano, le emozioni».
E lei cosa ha provato?
«Il senso di colpa per averla chiamata alla vita, sapendo che rimarrà orfana, perché l’ho fatta tardi e prima o poi morirò. Però anche una gioia pazzesca».
Al punto da mettere in secondo piano il resto.
«Certo, perché se decidi di fare un figlio ci devi stare, te lo devi godere. Io ho la fortuna di poter gestire il mio tempo perché insegno e scrivo, ma se non lavoro non guadagno. Confesso che ho passato momenti difficili».
Pentito?
«Per niente. Ho deciso di dedicarmi totalmente a mia figlia non solo perché è un tempo bello, ma perché è un tempo giusto. Anche se a volte è faticoso. Soprattutto quando mi chiede di giocare per terra».
Mai capitato di essere l’unico maschio a una festa?
«Sì, ed è bellissimo. Un po’ perché le mamme e le tate mi guardano come un marziano e la cosa mi diverte. E poi perché mi piace osservare i bambini. Pensare che prima dell’arrivo di Margherita non li sopportavo».
Che padre ha avuto?
«Un padre che pensava solo alla sua musica (è un jazzista famoso, ndr). Persona magnifica, ma per noi non c’era. Ora ho un rapporto splendido con lui, ma certo non è stato un modello. Se ho scelto di essere al 100% con mia figlia, è anche per riparare quella ferita».
Le dispiace che Margherita sia figlia unica?
«All’inizio sì, perché mi sentivo responsabile. Ma ora che ho una nuova compagna e una famiglia allargata con tre adolescenti, mi fa piacere che Margherita abbia trovato dei “tipo-fratelli”, come li chiama lei».
Per cosa si dice “bravo”?
«Per tutto! Penso di essere il miglior padre sulla terra. Scherzo, ma ogni tanto devo dirmelo. Penso di aver gestito con grande dignità la separazione, quando con molte difficoltà economiche ho preso una piccola casa in cui accogliere Margherita, che faceva la spola tra me e la mamma. Ho colorato la sua camera, ho cercato di rendere quel posto il più bello possibile. Spero di esserci riuscito. Perché, in realtà, non era bello per niente».
Flavio Furno: non sono un babysitter
Quando si diventa padri? Alla comparsa della fatidica lineetta del test di gravidanza o quando prendi per la prima volta il neonato in braccio? Flavio, attore, ha avuto le prime avvisaglie appena fuori dalla sala parto. Ma la consapevolezza del suo nuovo status è arrivata solo vari mesi dopo. In una camera d’albergo in cui sperava che nessuno entrasse.

Flavio, come ha reagito quando ha saputo che sarebbe diventato padre?
«L’ho realizzato in due step. Il primo è stato quando la mia bambina è nata. Quel giorno l’ansia che non mi lascia mai, come se fosse un motorino sempre acceso, si è spenta di colpo. E ho avvertito due sensazioni mai provate prima: l’istinto di protezione e il senso della fine. Da quel momento in poi, era mio dovere esserci per lei. Mi sono fatto una foto prima di entrare in sala parto, perché mi volevo ricordare l’ultima mia faccia prima di diventare padre».
Vi siete divisi i compiti in famiglia?
«Visto che entrambi lavoriamo nel cinema, cerchiamo di darci il cambio per permettere a ognuno di seguire i suoi progetti. Quando tocca a lei, divento un genitore full time».
E com’è?
«Duro. Credo di aver realizzato pienamente cosa significa fare il padre un giorno a Genova, in una camera d’albergo, mentre Fiorenza lavorava. Tea aveva 5 mesi, era nelle prime fasi di svezzamento e ha inondato la stanza di pappine. Se fosse entrato qualcuno, avrebbe pensato che c’era stato l’esorcista. Lì ho sentito tutto il peso della paternità…».
La fatica più grande?
«Scontrarsi col giudizio degli altri. Anche nel mio ambiente, che è abbastanza aperto, mi accorgo che molti trovano ancora strano vedere un uomo che accudisce i figli. Fanno la battutina, ti dicono che fai il “babysitter”… Magari! Non vengo pagato e non mi posso neppure licenziare».
Ha sempre desiderato avere bambini?
«Più che un desiderio, è stata una paura. Ascoltando colleghi più anziani che si lamentavano di non aver fatto figli, ho capito presto che era una cosa che non volevo perdermi. Ma penso che l’istinto paterno sia solo una convenzione culturale. Semplicemente, ci sono persone più portate di altre all’accudimento».
Suo padre è stato un modello a cui ispirarsi?
«Mio padre era una persona iperattiva, che ci ha stimolato in mille modi, ma era molto concentrato su di sé e le sue passioni. Io, come tutti quelli della mia generazione, sono arrivato alla genitorialità più preparato, dopo aver fatto un lungo lavoro su di me con l’analisi».
E lei che modello vuole dare a sua figlia?
«Quello di un uomo rispettoso della sua compagna e che non ha paura delle emozioni. Io le manifesto senza alcun pudore».
L’arrivo di un bambino mette spesso a dura prova la coppia. Lei cosa auspica per la sua?
«Che riesca a mantenere la complicità e non si perda. Non bisogna fare l’errore di diventare solo due funzioni che assecondano i bisogni dei figli. Non siamo solo genitori, siamo anche persone».
Il videopodcast : Oggi a chi tocca?
Oggi a chi tocca? è la nuova serie videopodcast di Donna Moderna, realizzata in collaborazione con Osservatorio Maschile e Valore D. Protagonisti sono i papà intervistati in queste pagine insieme alla nostra direttrice Maria Elena Viola, a Claudio Nader, founder di Osservatorio maschile, e a Leonardo Mendolicchio, psicanalista e autore del libro Diventerai uomo. Ecco i quattro episodi:
L’istinto paterno con Flavio Furno, attore
Più congedi per tutti con Davide Dattoli Zhang, imprenditore
Dopo la separazione con Angelo Pisani, comico
Il padre tardivo con Stefano D’Andrea, scrittore
Saranno disponibili dal 13 ottobre, uno alla settimana, su Spreaker e Spotify. Non perderli!
