C’è stato un tempo, che è sembrato eterno, in cui il termine femminicidio è mancato dal discorso pubblico, e con esso la consapevolezza della sua natura di crimine sistemico della società patriarcale: per raccontare il dramma di ogni donna uccisa dalla volontà maschile di dominio e possesso le cronache si rifugiavano nelle formule opache dei “drammi della gelosia” o dei “raptus passionali”, scambiando sopraffazione e controllo per amore.

Così è stato raccontato, all’epoca, anche il femminicidio di Melania Rea, 29enne di Somma Vesuviana, in provincia di Napoli, svanita nel nulla il 18 aprile 2011, durante un pomeriggio in un parco vicino ad Ascoli Piceno dove si trovava in compagnia del marito, il caporalmaggiore dell’esercito Salvatore Parolisi, e della loro bambina di 18 mesi.

Il corpo fu ritrovato 2 giorni dopo in un bosco poco lontano, martoriato da 35 coltellate e sfregiato: una messinscena per depistare le indagini. La verità processuale e l’individuazione del colpevole – lo stesso Parolisi, condannato in via definitiva a 20 anni di carcere – hanno segnato una delle stagioni più morbose della televisione italiana, in cui il feuilleton dei talk show ha finito per spogliare la memoria per fare spazio al teorema mediatico.

Maria Esposito dà voce e luce alla memoria di Melania Rea

Ai tempi, Maria Esposito era poco più che una bambina, eppure restituire corpo e desideri a quella vita nei 4 episodi della serie di Stefano Mordini – che ha il sostegno della Fondazione Una Nessuna Centomila e la voce di BigMama a firmare i titoli di coda – è stato per lei un gesto naturale, confessa.
In Melania Rea, dal 6 novembre su HBO Max, la 22enne attrice napoletana, amata dal grande pubblico per la furia vitale della sua Rosa Ricci in Mare Fuori, lascia da parte la fiction per confrontarsi con la memoria viva di una donna strappata ai suoi cari. A muoverla, un’affinità di terra e di sguardo: l’humus campano, la fierezza e la dedizione sincera a un ideale di famiglia, chiamati a risarcire Melania di tutta la sua luce prima dell’abisso.

scena del film MELANIA con Maria Esposito
Maria Esposito e Daniele Rienzo nel crime drama “Melania Rea”. La serie in 4 episodi, diretta da Stefano Mordini e presentata alla Festa del Cinema di Roma, è su HBO Max dal 6 novembre. Foto Margherita Mirabella

«Ridare voce a Melania e alle donne che non possono più farsi sentire»

Cosa si prova quando alla porta bussa una storia reale finita in tragedia?

«Una grande paura. Ma anche un enorme senso di responsabilità: la cosa che amo di più del mio lavoro è proprio la possibilità di lanciare dei messaggi. Avevo voglia di ridare voce a Melania e alle tante altre donne che quella voce non ce l’hanno più o che, pur avendola, non riescono a farsi sentire».

La cronaca ne ripercorre sempre e solo l’epilogo, mai i desideri, le speranze, lo sguardo sul futuro.

«L’obiettivo principale della serie è proprio quello di rievocare Melania per la donna che era: la figlia, la mamma, la sorella, l’amica. Una ragazza determinata, che viveva di emozioni e sogni. Era necessario mettere in luce tutto il suo spessore umano, prima di arrivare a raccontarla come vittima».

«Ho messo il cuore nel raccontare Melania, cercando di protegger anche me stessa»

Come si entra nei panni di una persona scomparsa quando intorno i ricordi sono ancora così vivi?

«Ero molto piccola quando è successo, non conoscevo bene il caso, ma ricordo che a casa il suo nome risuonava spesso, perché mia mamma ha seguito tutto il processo. Sul set ho conosciuto la sua famiglia. Non abbiamo mai parlato del caso, però ho sentito subito un’affinità profonda: abbiamo le stesse radici, il medesimo carattere determinato, l’attitudine a fantasticare, il desiderio di formare una famiglia. Mentre su Parolisi c’è tantissimo materiale, tra interviste e registrazioni, su Melania Rea è rimasto pochissimo. Mi sono affidata alla sceneggiatura, al lavoro con il regista e, soprattutto, a ciò che sentivo dentro. Ho cercato di metterci quanto più cuore possibile per riportarla alla nostra coscienza con la dignità di una persona».

Qual è stata la parte più complicata? C’è stato un momento in cui ha vacillato?

«Sembra paradossale, perché per un’attrice la prima leva deve essere l’empatia, ma la cosa più difficile è stata proprio cercare di non empatizzare troppo con la storia. Sono ipersensibile, quasi senza pelle, e rischiavo di non uscirne più: ho provato a mettere un muro di protezione tra me e il personaggio, eppure la sera tornavo comunque a casa arrabbiata, sopraffatta dalla manipolazione che Melania ha subito in vita».

«Controllo e gelosia non sono amore: bisogna imparare a riconoscere i segnali»

La sceneggiatrice Doriana Leondeff ha dichiarato che la sua unica colpa è stata quella di aver creduto alla favola del Principe Azzurro, «che ha fatto più danni e vittime di tutti i grandi dittatori della storia messi insieme».

«Spero davvero che rievocare ciò che le è accaduto possa accendere dei campanelli d’allarme; che chi si rivede in Melania capisca in tempo che quello non è amore, ma malattia; mi auguro, allo stesso modo, che chi invece si riconosce nella rabbia di Salvatore trovi la forza di fermarsi prima».

Tra i suoi coetanei persiste l’equivoco che scambia l’esercizio del controllo e della gelosia per un eccesso di amore?

«Purtroppo sì. Spesso, quando sei innamorata, certe dinamiche non riesci proprio a vederle, non le capisci. L’unico consiglio sincero che posso dare è: ascoltate le persone che vi stanno intorno.
Spesso chi ci vede dall’esterno riesce a scorgere con chiarezza ciò che noi, accecate dall’amore, non riusciamo a cogliere».

«Amare non significa rinunciare a se stessi: uomini e donne imparino a mostrarsi fragili»

Ci ostiniamo talvolta a tenere in vita relazioni tossiche per paura di ammettere il fallimento. Come si concilia la dedizione con la salvaguardia di sé?

«Non si può scegliere a tavolino di chi innamorarsi: ti innamori e basta. Nessuno ha la sfera magica per sapere in anticipo se quella persona sia la scelta giusta per sempre o se un domani si rivelerà l’esatto opposto di ciò che sembrava. Sono d’accordo sul fatto di non consegnare mai la propria vita nelle mani di nessuno, eppure io per prima, quando amo, mi do al 100%. Una cosa, però, mi è chiara: non sopporterei mai la possessività. Se qualcuno provasse anche soltanto a dirmi come devo tagliarmi i capelli, risponderei che mi piaccio così e la storia finirebbe all’istante».

Vestire i panni di Melania ha cambiato la sua consapevolezza su questi temi?

«Per fortuna, non ho mai vissuto situazioni di manipolazione o sopraffazione. Rivivere questa storia, immaginare quelle sensazioni sulla mia pelle, mi ha fatto capire che il mondo ideale che spesso mi costruisco in testa non corrisponde alla realtà: queste dinamiche purtroppo esistono.
Il mio pensiero ora corre spesso alle tante ragazze, ma anche ai ragazzi, che si trovano intrappolati in situazioni del genere».

Ai ragazzi manca un modello maschile alternativo al cliché predatorio a cui ispirarsi?

«Questione di tempo. Non sta scritto da nessuna parte che un uomo non possa piangere, mostrarsi fragile o sensibile. Gli uomini, esattamente come le donne, sono esseri umani: hanno un cuore e un’anima. Cominciamo a sentirci solidali e accomunati almeno da questo».