Ogni volta che il cinema s’accosta a una ferita ancora aperta solleva una domanda, scomoda ma necessaria: come si racconta una tragedia senza profanarla? Come s’aggira la cronaca, restituendo la forza trasformativa di un lutto che ha cambiato chi lo ha subìto e la coscienza di un intero Paese?
Quando Notorious Pictures ha proposto alla regista Paola Randi – co-sceneggiatrice insieme a Lisa Nur Sultan – di portare sullo schermo la vicenda di Giulia Cecchettin a partire da Cara Giulia (scritto dal padre Gino con Marco Franzoso), la direzione è apparsa subito chiara.
Se domani non torno parla di Giulia e racconta la sua assenza
«Letto il libro, con Paola ci siamo viste a cena» ricorda Lisa Nur Sultan. «Abbiamo scoperto di pensarla nello stesso modo: il film doveva scansare la pornografia della violenza e del dolore. Non volevamo un true crime. Il nostro scopo era dare un contributo a quel “per Giulia fate rumore” chiesto da Elena e Gino Cecchettin».
Presentato alla Festa del Cinema di Roma con Alice nella città e sostenuto da Fondazione Giulia, il film Se domani non torno (in sala dal 5 novembre) sceglie così una strada limpida: raccontare l’enormità dell’assenza.
«Mi interessava far comprendere il peso delle conseguenze di un femminicidio» osserva Paola Randi. «Il vuoto concreto di un posto rimasto irrevocabilmente libero a tavola».
«A vincolarci» continua la regista «un patto morale: Giulia non c’è più e non volevamo inventare parole o situazioni non verificabili. Nel film, lei vive nel ricordo luminoso e intimo di chi l’ha amata». Da qui la scelta di non mostrare mai l’aggressione né il femminicida, che non è mai nominato.
La rotta data da Elena Cecchettin
È stata proprio Elena Cecchettin a indicare la rotta, ricordandoci che l’assassino della sorella non è un mostro venuto dal nulla, ma un «figlio sano del patriarcato». Un assunto che il film sposa fino in fondo: «Mostrare la dinamica delittuosa avrebbe solo distratto dall’essenziale: capire le radici della violenza per imparare a prevenirla» chiarisce Randi.
C’è un prima e c’è un dopo Giulia Cecchettin
«La storia di Giulia ha costituito un prima e un dopo dimostrando che spesso il colpevole è il cosiddetto bravo ragazzo, inserito in una normalità quotidiana. Il vero nodo è il contesto culturale, l’humus che permette alla sopraffazione di attecchire e crescere».

Un rigore condiviso nella scrittura da Lisa Nur Sultan: «Ho cercato di “raffreddare” la materia del dolore. Non per togliere calore, ma per emancipare lo spettatore dall’angoscia pura e consentirgli di riflettere. Lo strazio indicibile di quei giorni appartiene alla loro intimità, non c’era bisogno di spettacolarizzarlo. Ci interessava capire cosa accade dopo, quando lo smarrimento si fa presa di coscienza e volontà di riscatto».
Il film nasce da un rapporto di ascolto e fiducia con la famiglia Cecchettin
Il cuore del film s’è alimentato così del rapporto costante di ascolto con la famiglia. Randi e Sultan sono state a Vigonovo per raccoglierne le testimonianze, confrontandosi passo dopo passo sulla sceneggiatura affinché ogni parola fosse fedele al vero.
Per la regista, milanese con radici venete, è stato come ritrovare un paesaggio dell’anima: «Quella pianura, con le sue nebbie e le geometrie sospese, riverbera lo stato esistenziale dell’attesa e della perdita. Ma soprattutto, Gino e i suoi cari incarnano il tessuto connettivo d’Italia: una famiglia normale in cui chiunque può riconoscersi, che ha saputo trasformare una tragedia privata in impegno civile collettivo. Davanti a loro, ogni timore reverenziale svanisce: capisci di lavorare per la stessa causa».
Il cast del film

Una fiducia reciproca che è diventata straordinaria sintonia col cast. Filippo Timi incarna Gino Cecchettin con una mimesi toccante: al primo incontro, lo ha guardato esclamando «Mannaggia, ma sei bellissimo!» aprendo a un’intesa immediata. Mentre Sabrina Martina restituisce a Giulia una luce radiosa, Tommaso Allione è diventato un vero amico per il fratello Davide e Tecla Bossi è diventata una carismatica Elena. «Cercavamo un’attrice che veicolasse l’autorevolezza limpida di Elena senza scimmiottare modelli maschili, preservando la freschezza dei suoi vent’anni» racconta la regista.
Il riscontro più emozionante è arrivato dopo le proiezioni private: non solo Gino ed Elena si sono riconosciuti, ma la sorella della nonna – figura cruciale, scomparsa poco dopo Giulia – si è avvicinata in lacrime a Paola Randi sussurrandole: «Hai fatto rivivere mia sorella».
Il padre Gino e la sorella Elena
Uno dei nodi più potenti è il racconto della staffetta generazionale tra padre e figlia. Nei giorni tra il ritrovamento del corpo e i funerali, Gino – uomo pratico, abituato al fare, costretto all’immobilità -, si mette in ascolto di Elena. Si fa consigliare libri, approfondisce le letture femministe, scopre la matrice sistemica della disparità di genere.
«Elena è stata la scintilla iniziale», sottolinea Sultan, «quella che a caldo ha trovato la lucidità e l’intransigenza per dare pubblicamente il nome giusto alle cose. Poi il testimone è passato a Gino: già provato dalla perdita recente della moglie, s’è trovato a fare da padre e da madre, assorbendo l’onere invisibile della cura e sviluppando un’empatia ancora più profonda. È giusto che sia un uomo a parlare agli altri uomini, perché – ammonisce la Elena del film – non spetta alle donne educarli».
Nel racconto, la presa di coscienza di Gino s’allarga fino a toccare un tema apparentemente laterale come la medicina di genere. «Ci sono molti modi per sminuire una donna; tutti feriscono, alcuni tolgono la vita» riflette la regista. «Il patriarcato è un impianto millenario che assume il corpo maschile come parametro neutro: ho perso mia madre a causa di questa distorsione, ha avuto un infarto gravissimo che i medici non hanno riconosciuto perché i sintomi femminili sono diversi».
L’addio pubblico a Giulia
Il climax del film trova il suo apice nell’addio pubblico a Giulia. Durante le esequie avviene un rovesciamento inaspettato, nota Sultan: «Elena, a cui tutti attribuivano un ruolo politico, sceglie di dedicare alla sorella un ricordo intimo e affettuoso. È Gino ad assumersi la responsabilità del discorso civile, rinunciando a qualsiasi pulsione vendicativa per chiedere un cambio di passo, a partire dall’educazione». Un’evoluzione che ha portato alla nascita della Fondazione e della sua battaglia contro la cultura del controllo e del possesso.
C’è bisogno di confronto e dialogo tra i giovani
«Presentando trailer e clip a Giffoni, con Gino e i giovani attori, abbiamo toccato con mano il bisogno gigantesco dei ragazzi di confrontarsi su questi temi» conclude Paola Randi. «Il cinema in sala possiede ancora la magia di creare un sentimento collettivo tra sconosciuti, un tessuto comune di cui abbiamo disperatamente bisogno.
L’auspicio è che il film diventi un detonatore di dialogo: che i padri ci vadano coi figli adolescenti, che se ne parli nelle scuole e nelle piazze dove i giovani già si battono per l’educazione affettiva. Perché la società è fatta da noi: se l’abbiamo edificata così, abbiamo lo stesso potere di cambiarla».