C’è una foto in cui sono incappata qualche giorno fa. Si vede una ragazza che sorride con una corona d’alloro in testa, le spalle incurvate per togliersi importanza, l’espressione soddisfatta e modesta di chi ha raggiunto un traguardo importante ma sa che la strada è ancora lunga. Accanto a lei, un padre e un fratello, le mani sulle spalle, lo sguardo fiero attraversato da un’ombra. Manca all’appello una madre. Forse una sorella. In quel quadretto da grandi occasioni si coglie un’assenza. La riempie la frase sotto alla foto, postata su Instagram: «Nel silenzio dell’emozione ho sentito due presenze leggere: tua mamma e Giulia, a gioire da lontano». L’ha scritta Gino Cecchettin, commentando la laurea di sua figlia Elena.
Elena Cecchettin: la felicità, ora, ha un sapore diverso
Dopo l’uccisione della sorella Giulia per mano dell’ex fidanzato, il clamore mediatico che ne è scaturito, la sovraesposizione, gli attacchi sui social, la rabbia e il dolore che non mollava la presa, Elena si è chiusa in un legittimo bozzolo di riservatezza, andando a completare gli studi a Vienna. Master in Microbiologia e Immunologia. Perché la vita continua, anche dopo la tragedia. Ma la felicità, credo, ha un sapore diverso quando arriva. Brucia la lingua, o, forse, non si sente. Come se fosse un cioccolatino scaduto. Rimane l’idea della cosa buona e dolce, ma le papille sono come atrofizzate. Restituirgli sensibilità, tornare ad assaporare il gusto delle cose, concederselo, ridando vibrazione alle sensazioni, dopo che un buio invincibile le ha come scolorite, richiede un esercizio non indifferente. È la pratica quotidiana della ricostruzione, lo sforzo sovraumano di riappropriarsi di una parvenza di normalità, malgrado tutto, ciò che accomuna tutte le vittime di una sciagura. La condanna di chi resta. Fingere che tutto sia come prima. Nascondendo quel buco nel cuore, quella mancanza abissale che ha cambiato per sempre il proprio destino.
Giuseppe Delmonte: un orfano di femminicidio che ha trasformato il dolore in impegno
C’è un’altra foto che mi ha colpito, anche questa scattata in un giorno di festa. C’è una donna con un mazzo di fiori in mano e accanto un ragazzo di 16 anni, che la guarda rapito. Si chiama Giuseppe Delmonte e quella è l’ultima immagine che ha con sua madre Olga, uccisa a distanza di un anno da suo padre, a colpi d’ascia. In un solo giorno ha perso tutto: la persona che amava di più, la sicurezza economica, i progetti per il futuro. Sognava di fare il chirurgo. È diventato un orfano di femminicidio. Invisibile per la società, non contemplato dalle istituzioni. Era il 1997.
La prima legge che ha riconosciuto tutele processuali ed economiche a figli minorenni e maggiorenni non autosufficienti di donne vittime di violenza è arrivata nel 2018 e resta una delle poche in Europa. Per 20 anni Giuseppe ha fatto finta di niente, non raccontando a nessuno la sua storia, cercando con le sue sole forze di rimettersi in piedi. Finché ha capito che non era rimuovendo il suo passato che poteva superarlo, ma guardandolo in faccia e cavandone fuori qualcosa di buono. Così è nata un’associazione intitolata a sua madre, che mira a educare contro ogni forma di violenza e che ha appena istituito delle borse di studio per garantire agli “orfani speciali” quello che a lui è mancato: la possibilità concreta di realizzare le proprie ambizioni.
La vita dopo il dolore
Sono due foto che raccontano momenti diversi di una sorte comune. La gioia inconsapevole e lieve che precede la tragedia e quella appannata e resiliente dopo che lo tsunami è passato. Come si riesce a sopravvivere a un dolore che si porta via tutto? Si resta rotti per sempre oppure ci si può riparare? È quello che proviamo a capire, attraverso le storie di chi ci è passato, nel podcast che abbiamo realizzato in collaborazione con l’associazione Olga e l’impresa sociale Con i bambini, disponibile da questa settimana sul sito e su tutte le principali piattaforme. Quando uno ha subito un danno, come diceva e titolava un famoso film di Louis Malle, se lo porta dentro per sempre. Può restarne schiacciato oppure diventare più forte. Facendo di quella ferita non una cicatrice da nascondere ma un’impronta da esibire, la memoria di ciò che è stato e la base di un nuovo inizio. È così nelle grandi disgrazie, ma anche nei piccoli e medi inciampi della vita. Le perdite, gli sbagli, le cose che finiscono.