Cosa ci ha insegnato Giulia? Sabrina Martina, interprete del film Se domani non torno dice «a essere libere», come la prima cosa. Poi a non sottomettersi al controllo di chi dice di amarti e invece ti chiude in una gabbia. A riconoscere la violenza anche sotto l’apparenza di un’esistenza normale. A non essere vittima, neanche quando paghi con la vita la tua ribellione.

Dal diario di Giulia

"Se domani non torno" il film che racconta la storia di Giulia Cecchettin
Sabrina Martina nel ruolo di Giulia mentre disegna, in una scena di Se domani non torno. Giulia aveva una passione per i fumetti e sognava di diventare illustratrice.

Motivi per lasciarlo: tutto quello che gli dici è una promessa e prova a vincolarti così. Si lamenta quando metto meno cuori del solito. Lui deve sapere tutto, anche quello che dici di lui alle tue amiche o allo psicologo. Non accetta le mie uscite con la Vale e la Laura. Tendenzialmente i tuoi spazi non esistono.

Questi sono solo alcuni degli appunti che Giulia Cecchettin annotava nel suo diario su Filippo Turetta. Aveva capito che quella relazione stava diventando una gabbia, per questo a un certo punto l’ha lasciato.

Giulia era una ragazza libera, solare, brillante, che aveva le idee chiare sul futuro. Terminati gli studi in ingegneria biomedica sognava di frequentare un’accademia per diventare fumettista o illustratrice. Aveva passato la selezione. Ma aveva paura di dirlo a lui. Sapeva già che l’avrebbe presa male. Quante ragazze vivono storie così?

Se domani non torno il film che racconta la storia Giulia Cecchettin

"Se domani non torno" il film che racconta la storia di Giulia Cecchettin
“Se domani non torno” il film che racconta la storia di Giulia Cecchettin

Se domani non torno, il film tratto dal libro Cara Giulia (Rizzoli) di Gino Cecchettin e Marco Franzoso, in uscita il 5 novembre, parla di questo, di una ragazza come tante finita in una relazione sbagliata. Non una vittima. Ma una giovane donna che ha pagato la sua scelta di libertà.

Sabrina Martina interpreta Giulia

"Se domani non torno" il film che racconta la storia di Giulia Cecchettin
Camicia di cotone con fiocco e abito bustier lungo di pizzo, tutto Emé.

È importante questo cambio di prospettiva per capire il senso profondo del lavoro fatto dalla regista Paola Randi, e da Sabrina Martina, l’attrice che le ha dato corpo e anima. Ventisette anni appena compiuti, già un bel numero di titoli all’attivo (La strada di casa, Non Uccidere, La ragazza nella nebbia, Odio l’estate…), una laurea in psicologia clinica. E una grande sensibilità su questi temi, che l’ha resa estremamente rispettosa e insieme permeabile al ruolo che le è stato assegnato.

Un ruolo che le è entrato dentro, che ha fatto fatica a lasciare andare. Perché non c’era da interpretare un personaggio e neppure soltanto una persona reale. Ma un simbolo, una ferita collettiva. Una rumorosa, necessaria e pacifica chiamata alle armi.

Il film è tratto da Cara Giulia, il libro scritto dal padre

Il “caso Cecchettin” ha avuto un impatto dirompente nel nostro Paese. Che cosa hai provato quando hai saputo che saresti stata tu a interpretare Giulia sul grande schermo?

«Prima di sapere che mi avrebbero presa avevo fatto già diversi step, incontrando la regista e poi quella che sarebbe stata la nostra acting coach. Mi ero preparata con anticipo al provino leggendo il libro di Gino Cecchettin, Cara Giulia.

L’ho finito in 3 ore, piangendo in continuazione, non solo per quello che è successo a lei ma anche per il senso di responsabilità che sentivo nelle parole di suo padre: voleva trasformare il dolore in speranza e in azioni concrete per cambiare il nostro futuro, quello di tutte le ragazze.

Sono entrata così tanto nella storia, che quando mi hanno comunicato che la parte era mia, ho chiuso il telefono e sono rimasta 10 minuti in silenzio, senza capire niente. Ero felice ed ero spaventata».

Perché?

«Perché mi sono sentita investita di una missione importante. Restituire voce e corpo a una ragazza che è diventata un simbolo. Ripercorrere con rispetto la sua storia, che non solo ha toccato tutti, ma ha aperto un dibattito e trasformato la prevenzione e il contrasto alla violenza in una responsabilità collettiva. Ho sentito il peso di questo compito, ma anche la gratitudine e l’orgoglio che fosse toccato a me. Per questo mi sono affidata totalmente alla regista Paola Randi, che aveva parlato molto con i familiari di Giulia e aveva le idee molto chiare su come raccontare la vicenda».

È stata una scossa per tutti

Ti ricordi che reazione ha suscitato in te quella tragedia?

«Ero già molto interessata al tema del femminicidio e della violenza di genere, ma quella vicenda è stata una specie di scossa. Non solo per me, per tutti. Di colpo è diventato necessario parlarne, anche tra chi non lo aveva mai fatto prima. Le parole della sorella di Giulia, Elena, e del padre in quei giorni hanno avuto un impatto mediatico pazzesco, come se ci avessero svegliato. Sono andata alla manifestazione di Roma il 25 novembre, a pochi giorni dal delitto, e subito ho avvertito un’energia incredibile. C’era la voglia condivisa di alzare la voce e fare rumore, per rompere il velo di omertà e silenzio che ancora avvolge le vittime. Era come un urlo collettivo, per dire basta, non possiamo più stare zitte».

Per la prima volta abbiamo capito che la violenza ci riguarda tutti. Che può essere nelle nostre case, nelle persone che ci vivono accanto.

«Esatto. Ho proprio avuto la percezione che tutti avessimo sperimentato qualcosa di simile, a diversi livelli di gravità, e che sentissimo una vicinanza fortissima con Giulia, come se fosse una nostra amica o una nostra sorella, e volessimo dare un senso alla sua fine. È stata un’esperienza emotivamente molto forte».

Giulia era una ragazza solare e straordinaria

C’è un momento di questo film che ti ha particolarmente toccato?

«Ogni progetto che faccio ha un momento emotivo, ma in questo caso l’emozione è stata costante, ho pianto spesso, già a partire dal provino. La regista voleva raccontare Giulia nella sua interezza, non solo come la vittima, ma come la ragazza solare e straordinaria che era. Non voleva che fosse descritta solo da quello che le è successo, nella sua ultima giornata, ma da tutta la vita che c’è stata prima».

"Se domani non torno" il film che racconta la storia Giulia Cecchettin
Cardigan linea kimono di lana a coste Emé. Foto di Marco Craig

Il film si sofferma anche molto sul dopo.

«Sì. Uno da fuori vede solo una parte di quello che porta una tragedia di questo tipo. Ma dietro al fatto di cronaca c’è il dolore privato di una famiglia, la fatica quotidiana di sopravvivere all’assenza. È una cosa enorme, che forse riesce a capire veramente solo chi l’ha vissuta sulla sua pelle».

C’è un prima e c’è un dopo Giulia Cecchettin

Malgrado questa sofferenza indicibile Gino Cecchettin ha trovato la forza per affrontare a livello pubblico il problema della violenza. Possiamo dire che c’è un prima e un dopo Giulia Cecchettin?

«Sicuramente, ma il merito è anche della sorella Elena. Il suo discorso è stato potentissimo. Ci ha fatto capire che se continuiamo a trattare i violenti come mostri, allontaniamo il problema da noi, ci illudiamo che riguardi sempre gli altri. Mentre la violenza è figlia della cultura patriarcale in cui siamo immersi, abita il nostro quotidiano e spetta a noi cambiarla. Quando ha citato la poesia dell’attivista Torres-Càceres, Se domani non torno, che dà anche il titolo al film, in breve tempo quella frase è diventata virale. Tutto questo ha alimentato una riflessione collettiva e alzato il livello di consapevolezza sul tema».

Giulia era consapevole che la relazione con Filippo aveva degli elementi di rischio?

«Mi trovo un po’ in difficoltà a rispondere a questa domanda perché non conoscevo Giulia. Ma so che nel suo diario annotava tutto, e questo probabilmente perché capiva che certi atteggiamenti di Filippo – le gelosie, le smanie di controllo, l’invidia che mostrava per i suoi risultati nello studio – non erano normali. Semmai m’interessa capire se Filippo era consapevole della tossicità dei suoi comportamenti».

È sul carnefice che bisogna farsi delle domande

Hai ragione, bisogna spostare lo sguardo.

«È un passaggio fondamentale. Ci si interroga sempre sulla vittima, se poteva evitare quello che le è successo. Ma è sul carnefice che bisogna farsi delle domande, è lui che ha commesso il delitto».

Non si risolve la piaga della violenza se non si lavora anche sui maschi.

«Gli uomini sono ancora poco educati a gestire le emozioni, ad ammettere senza vergogna certe fragilità e mancanze. Per questo quando vengono rifiutati, la frustrazione può diventare esplosiva».

Perché anche tra le nuove generazioni vengono tollerati comportamenti tossici come la gelosia e il possesso?

«Perché sono l’espressione delle nostre insicurezze. Purtroppo sono sentimenti difficili da dominare, fanno parte dell’essere umano. Ma vanno contrastati quando limitano la libertà. Il primo step è riconoscerli. Chi li prova spesso non coglie la deriva patologica che possono assumere, chi li subisce ne sottovaluta talvolta la portata. Non dimentichiamo che quando sei dentro una relazione certe cose non le vedi».

Per questo è importante parlare con gli altri, confidarsi?

«È fondamentale. Ma questo spesso non accade perché ci si vergogna di quello che si sta vivendo, si ha paura di essere giudicate o non capite. E questo genera piano piano distanza e solitudine. Purtroppo è proprio nell’isolamento e nel silenzio che la violenza, fisica o psicologica, può agire indisturbata».

C’è bisogno di confrontarsi, parlare ed essere ascoltati

Il film è stato presentato in anteprima alla festa del cinema di Roma e al Giffoni. Quali reazioni ha suscitato nel pubblico?

«Molto intense. Soprattutto al Giffoni è stato emozionante, c’erano più di 100 ragazzi tra i 15 e 19 anni e dopo la proiezione si vedeva che avevano una gran voglia di parlare. C’è chi condivideva un’esperienze, chi faceva domande. È come se la visione di quelle clip avesse risvegliato delle sensazioni comuni e tutti si sentissero autorizzati ad alzare la mano per dire che anche a loro era successo qualcosa che fino a quel momento non avevano avuto il coraggio di raccontare e finalmente ne potevano parlare sapendo di essere ascoltati. È stato molto bello. È stata la prova che c’è un grande bisogno di confrontarsi su questi temi».

È quello che sta cercando di fare Gino Cecchettin.

«È instancabile nella sua missione di divulgazione. E lo fa con grande sensibilità, usando il linguaggio giusto, mettendosi in ascolto. In fondo è questo ciò che cercano i ragazzi: una informazione chiara che li faccia sentire liberi di uscire allo scoperto e chiedere quello che vogliono sapere».

La violenza di genere, un tema che va affrontato

Certi temi è più facile affrontarli fuori casa che in famiglia?

«Non tutte le famiglie sono preparate a confrontarsi con i figli su certi temi, c’è pudore, imbarazzo. Per questo è così importante l’educazione sessuo-affettiva. La scuola è lo spazio ideale per avere le risposte giuste da figure adulte preparate sull’argomento e al contempo creare uno scambio alla pari con i coetanei».

La morte di Giulia ha creato grande clamore risvegliando anche manifestazioni di piazza. Purtroppo però i femminicidi non si fermano. Come si fa a tenere viva l’attenzione?

«Con la collaborazione di tutti. Le associazioni anti-violenza fanno un lavoro importantissimo, ci sono tante persone preparate sulla materia che cercano di far capire che questo è un problema sistemico da affrontare da più parti. Anche il cinema può dare il suo contributo, perché è il mezzo più immediato e democratico per risvegliare delle riflessioni. Spero che il nostro film riesca a farlo. Ma sta a ciascuno di noi fare rumore, a ogni persona singolarmente».

Se domani non torno, un film che cambia la vita (e lo sguardo)

"Se domani non torno" il film che racconta la storia Giulia Cecchettin
Cappotto dalla linea a uovo in tessuto di lana con piccole paillettes Emé. Tuba La Stramberia. Foto Marco Craig.

Ti ha cambiato questo film?

«È un film che non mi si toglierà mai dal cuore e dalla mente. È come se Giulia fosse entrata dentro di me. Attraverso il racconto dei suoi cari ho imparato a conoscere il suo mondo emotivo, la sua dolcezza e non riuscirò facilmente a congedarmi da lei. I suoi sogni purtroppo non sono più realizzabili, ma quelli di altre ragazze, che vivono una situazione simile alla sua, ancora sì».

Che messaggio vorresti lanciare a loro?

«Innanzitutto di non rinunciare alla propria libertà, perché è un valore imprescindibile e nessuno può togliercela, tantomeno chi dice di amarci.Anche solo se un ragazzo ci vieta di indossare un certo vestito o di uscire con le amiche, è una privazione di libertà, ed è un segnale da non sottovalutare. Poi consiglio di parlare, di non isolarsi, perché gli altri possono aiutarci a capire quello che non va nella relazione e darci la forza di reagire. Il libro di Gino Cecchettin e il nostro film sono pieni di speranza. Le cose possono cambiare se davvero lo vogliamo».

Giulia Cecchettin, che poteva essere una di noi

A te è mai capitato di essere intrappolata in un rapporto?

«Ho avuto una relazione che aveva degli aspetti che se ci penso adesso mi dico, mamma mia. Ma allora non avevo neanche gli strumenti per capirlo. Il punto è proprio questo, non è una “colpa” non cogliere i segnali. Spesso non si è educate alla consapevolezza, soprattutto in adolescenza. Ci sono meccanismi che ti imbrigliano e tu non te ne rendi neanche conto, ma poi uscirne è difficilissimo».

Un segnale che spesso si sottovaluta è il fastidio del partner per i successi di lei. Filippo non gioiva dei risultati di Giulia, anzi ne era invidioso.

«Se un ragazzo non è capace di condividere la felicità e i traguardi della sua compagna, è il primo a doversi interrogare perché gli succede. Limitare le libertà e i sogni dell’altro, è la spia lampante che qualcosa non va. Prima di lei, è lui che deve notarlo. O dovrebbero farglielo notare gli amici, i familiari, chi gli vive accanto».

I tuoi studi di psicologia ti hanno aiutato ad avvicinarti a questa storia e più in generale ai personaggi che interpreti?

«Tantissimo. Mi hanno arricchito, mi hanno fatto capire meglio la psiche umana e sicuramente mi sono serviti per quest’ultimo film».

Sabrina Martina: scegliere il cinema

Come mai, malgrado la laurea, hai deciso di fare l’attrice?

«Già lo facevo prima di iscrivermi all’università. È una cosa che ho iniziato da giovanissima e un po’ per caso. Un’amica di mamma, vedendo in casa delle foto che lei mi aveva scattato e trovandomi molto espressiva, l’ha convinta a girarle a delle agenzie. Una mi ha contattato e mi ha proposto un corso di 8 sabati a Roma. Quegli 8 sabati si sono trasformati in 4 anni, durante i quali mamma mi veniva a prendere a scuola, mi caricava sul treno e poi la sera mi riportava a casa. Abitavamo a Rho. Praticamente ho cominciato che avevo 13 anni e negli anni del liceo ho fatto i primi provini. Ho cominciato con La strada di casa, la serie con Alessio Boni, e da allora non mi sono più fermata».

La psicologia resta un piano B?

«No, non l’ho mai pensata in quest’ottica. Mi sono iscritta semplicemente perché mi piace studiare e mio fratello un giorno mi ha detto: “Ma se ti piace stare sui libri perché non fai l’Università? E in effetti mi sono molto appassionata. Ho preso la laurea e ho già fatto l’esame di Stato. Ora mi manca solo l’abilitazione. La farò».

"Se domani non torno" il film che racconta la storia Giulia Cecchettin

C’è una donna, non necessariamente un’attrice, che ti ispira?

«Viola Davis. La stimo tantissimo sia come attrice che come persona. È una che difende le sue idee ed è molto autentica, trasparente rispetto alle difficoltà che incontra sul lavoro e alle sue fragilità. Un bel modello di riferimento».

Senti la responsabilità di questo film?

«Sì, la sento ma la accolgo e ne sono grata. Faremo una proiezione per le scuole e questo mi fa sentire molto orgogliosa».

Per contrastare la violenza occorre educare

La primissima cosa da fare per il contrasto alla violenza di genere.

«Educare. E non parlo solo di educazione sessuo-affettiva, parlo di educazione in generale, di rispetto per l’altro».

Dove ti immagini tra 10 anni?

«Avrò 37 anni e non so dire dove sarò, perché ho una vita molto movimentata e mi sembra tutto imprevedibile. L’unica cosa che vorrei è continuare a crescere, fare esperienze, conoscere nuove persone, arricchirmi. E ripensare con tenerezza a questa intervista. Io vivo il futuro già con l’occhio della nostalgia».

Styling Cristina Nava. Make-up Jo Sanna@greenapple. Hair Giovanni Erroi@greenapple. Ufficio stampa Giuseppe Corallo.