Laura Chiatti ha dichiarato pubblicamente di convivere con l’ADHD, il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, dando sfogo a un senso di frustrazione che si teneva dentro da un paio di anni. La diagnosi del disturbo, infatti, risale a poco tempo fa, inaspettata: «Ho sempre saputo fin da piccola di avere qualcosa che funzionava in modo diverso, ma la conferma è arrivata solo due anni fa, e ancora oggi sto cercando di farci pace», ha scritto l’attrice in un post che arriva proprio mentre gli studi sfatano una falsa credenza: l’ADHD è diffuso anche tra le donne, anche se si presenta in forme diverse rispetto all’iperattività più tipicamente maschile.
La confessione di Laura Chiatti
«Chi mi conosce sa che non amo raccontare troppo della mia vita privata, ma questa volta ho sentito il bisogno, quasi il dovere, di condividere anche questi aspetti. Quelli meno ‘scenici’, quelli in cui la performance che ci viene sempre richiesta, ormai quasi imposta, lascia spazio alla fragilità, alla fatica, alla verità», si legge sull’account Instagram. La 43enne, sposata con Marco Bocci e madre di due figli, ha anche raccontato cosa significhi fare i conti quotidianamente con il disturbo: «Convivere con l’ADHD, insieme a dislessia e disgrafia, non è solo questione di attenzione o concentrazione, ma è un continuo dialogo con se stessi, tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si riesce a fare».
L’ADHD non è una “moda”
L’outing di Laura Chiatti in un momento in cui molti vip non esitano a parlare anche dei propri problemi di salute (l’ultima in ordine di tempo è stata Enrica Bonaccorti con il tumore con cui sta combattendo), ma l’attrice ci tiene a chiarire: «Spesso sembra diventato un trend, – prosegue – un’etichetta leggera da indossare, ma nella realtà è un peso invisibile: la mente che corre, la fatica di seguire un discorso, le parole che si confondono, il focus che scivola via. È stancante. E col tempo, lo diventa ancora di più – ammette Chiatti – Non condivido tutto questo per cercare comprensione, ma per chi come me, ogni giorno si sente ‘fuori ritmo’, e prova a trovare comunque la propria melodia. Non siamo sbagliati… Siamo solo fatti di luce e intermittenze, e in quelle intermittenze, a volte, c’è la parte più vera di noi».
I dati confermano il boom di diagnosi
Le parole di Laura Chiatti arrivano proprio mentre i dati indicano un aumento di diagnosi di ADHD tra le donne. Il disturbo, che fino a qualche tempo fa sembrava interessare soltanto i bambini, oggi viene riscontrato anche in molti adulti, che scoprono di soffrirne dando una spiegazione a certi loro comportamenti o difficoltà. E molte sono donne, a dispetto di quanto non si credesse in passato. L’ADHD, infatti, era associato soprattutto all’iperattività, un tratto che si pensava potesse interessare prevalentemente i maschi. Un articolo pubblicato su National Geographic, invece, smentisce questo luogo comune, citando anche i dati dei Centers for Disease Control and Prevention negli USA.
L’ADHD colpisce anche le donne
I recenti studi sembrano fornire nuove informazioni sull’incidenza del disturbo, che riguarderebbe anche le donne. «Non sorprende: nelle donne è stato storicamente più sotto diagnosticato per diversi motivi» spiega Adelia Lucattini, Psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. «Sicuramente si presenta in modo più “silenzioso” (meno iperattività esterna, più disattenzione o internalizzazione), ma anche a causa di stereotipi di genere. Incidono anche i criteri diagnostici, pensati in larga misura per i maschi, insieme alla scarsa consapevolezza a livello familiare e sociale, alla stigmatizzazione della diversità, e alla confusione tra disturbi dell’apprendimento, disabilità e malattie mentali. Infine, pesa anche una certa diffidenza verso gli specialisti».
Perché aumenta l’incidenza femminile
«L’attuale aumento delle diagnosi nelle donne adulte non è necessariamente legato un aumento reale del disturbo in sé, anche se non si può escludere. Piuttosto, può essere segno di una migliore capacità diagnostica, una maggiore sensibilità nei professionisti della salute mentale rispetto all’ADHD nelle donne. Sono cambiati anche alcuni criteri: per esempio, si considera l’età d’esordio in un arco temporale più ampio e non circoscritto a infanzia e adolescenza – spiega Lucattini – Inoltre, è importante sottolineare che c’è una maggiore consapevolezza (e un minore timore) nel chiedere una valutazione per se stesse da parte delle donne».
Le forme “femminili” di ADHD
Il caso di Laura Chiatti sembra emblematico: i suoi sintomi non rientrano nella tradizionale forma di iperattività, associata più spesso agli uomini, quanto alla “inattentive”, ossia la disorganizzazione, l’apparente mancanza di attenzione, le dimenticanze e la maggior difficoltà nell’iniziare o portare a compimento un’attività. Insomma, la classica definizione dell’”avere la testa fra le nuvole”. Lucattini ricorda che «diversi studi pubblicati sul Frontiers of Global Women’s Health (2025) hanno mostrato che le donne presentano significativamente più sintomi di disattenzione e meno iperattività». Ancora una volta, poi, entrano in gioco gli ormoni: «Gli ormoni femminili, in particolare estrogeni e progesterone, modulano la dopamina (il neurotrasmettitore chiave nei processi attentivi) e spiegano perché i sintomi possano peggiorare in alcune fasi del ciclo, in gravidanza o in menopausa».
Più stress per gestire il disturbo in modo “silenzioso”
«Le donne con ADHD, spesso intelligenti e molto motivate, imparano a “mascherare” le proprie difficoltà con strategie di compensazione, perfezionismo e sforzo costante. Ma questo equilibrio ha un prezzo: nel lungo periodo può condurre a stress, senso di inadeguatezza e ansia. Le donne con ADHD sono nascoste in piena vista, tanto capaci e performanti quanto interiormente esauste», chiarisce ancora la psicanalista, che però ci tiene a sfatare alcuni falsi miti.
Luoghi comuni o verità?
«L’immagine della donna con “la testa fra le nuvole” andrebbe superata, è una metafora che sminuisce sia il valore che le difficoltà che alcune donne in particolare, si trovano ad affrontare quotidianamente – sottolinea l’esperta – Le donne con ADHD non sono distratte per superficialità o svagatezza, ma perché il loro sistema attentivo fatica a regolare la direzione e la persistenza dell’attenzione, soprattutto in condizioni di stress o richieste su molti fronti. Non è leggerezza, è un diverso profilo attentivo e regolativo, che purtroppo può passare inosservato fino all’età adulta. Quando le richieste ambientali (studio, lavoro, gestione familiare, cura dei figli) crescono, per molto tempo mantengono buone capacità di risposta e adattamento, ma a caro prezzo.
La fatica delle donne con ADHD
Il costo mentale della compensazione, dunque, «è altissimo e quando non riescono più, le donne con ADHD sviluppano senso di colpa, vergogna, ansia da prestazione, depressione. Oggi che sappiamo che l’ADHD femminile è reale, diffuso e spesso misconosciuto, è indispensabile garantire una diagnosi e un trattamento adeguato, e s’impone l’esigenza di liberare molte donne da un senso di inadeguatezza e inferiorità che non appartiene loro», prosegue la psicanalista, che insiste sulla fatica maggiore alla quale sono chiamate le donne – anche a livello sociale e culturale – nel gestire il loro disturbo.
Le donne imparano a nascondere l’agitazione
Le differenze di genere, dunque, ci sono «sia dal punto di vista biologico, che socioculturale ed economico. Gli stereotipi secondo cui i maschi sono più “iperattivi” e le femmine più “calme” contengono una grande parte di costruzione culturale e psicologica. Negli uomini, la componente motoria e impulsiva dell’ADHD è più manifesta e riconoscibile in irrequietezza psicomotoria ed esplosività. Nelle donne, invece, la stessa difficoltà di regolazione attentiva si manifesta spesso verso l’interno con distrazione, ansia, senso di inadeguatezza. Non sono più calme di per sé, ma fin da bambine imparano a gestire e a nascondere l’agitazione».