Tutto corre velocemente, fin troppo, e il nostro cervello fatica a tenere il ritmo. Il risultato? Troppo stress. Non è colpa nostra, insomma: il senso di ansia e la pressione in aumento tra giovani e meno giovani, dunque, non dipende da singole difficoltà individuali, ma ha una ragione ben precisa, fisiologica e ha a che fare con la nostra natura. In altre parole, non siamo fatti per vivere come invece ci impone la società moderna. A scoprirlo sono stati alcuni ricercatori di Singapore, che parlano di “mismatch evolutivo”.

Tutti (o quasi) vittime di “mismatch evolutivo”

Secondo una ricerca, coordinata da Jose Yong, della James Cook University di Singapore, e da Sarah Chan, della Singapore University of Technology and Design (SUTD), oggi viviamo tutti alle prese con gli effetti del cosiddetto “mismatch evolutivo”. Si tratta di una sorta di disallineamento tra il modo in cui siamo stati programmati e le richieste della società nella quale viviamo. Secondo il report, pubblicato sulla rivista Behavioral Sciences, il cervello si è sviluppato nel corso della storia umana per poter rispondere a minacce esterne e immediate, ma soprattutto per vivere in piccoli gruppi sociali, nei quali le relazioni siano dirette e concrete. Un contesto quantomai lontano dallo stile di vita moderno.

Dalla natura alle giungle urbane (globali)

Se un tempo l’uomo e la donna dovevano far fronte a esigenze differenze, dal procurarsi il cibo senza diventare prede di altri cacciatori all’occuparsi dell’accudimento e del mantenimento delle relazioni umane di un villaggio limitato, oggi siamo catapultati in una dimensione globale che spesso ci fa perdere i contatti diretti con i nostri interlocutori, che magari si trovano a migliaia di chilometri di distanza, collegati viaZoom o Meet. Grazie alle piattaforme social si può interagire con chiunque, ovunque e in qualunque momento: se da un lato questo offre opportunità uniche, dall’altro è diventato fonte di stress.

Quando la risposta è eccessiva

Di fatto, quindi, la società in rapida evoluzione impone anche un’evoluzione nei comportamenti umani e nelle risposte psicologiche, che invece richiede uno sforzo enorme al nostro cervello, che si trova “disallineato” nelle modalità e nei tempi di reazione alle esigenze attuali. Da qui le risposte spesso eccessive che forniamo in condizioni di forte pressione. «L’idea di un disallineamento tra i tempi della nostra risposta emotiva e i tempi della vita contemporanea è un punto di vista utile per leggere alcuni fenomeni di disagio diffuso», conferma Corena Pezzella, psicoterapeuta e Clinical Manager di Unobravo, che punta l’attenzione sui ritmi.

Questione di ritmi

«Il nostro sistema nervoso si è organizzato per rispondere a minacce concrete e circoscritte, spesso legate a contesti relazionali diretti. Il contesto attuale propone stimoli in continuazione, meno definiti nel tempo e nello spazio – sottolinea Pezzella – Questo non significa che il cervello sia “difettoso” rispetto al presente, ma che alcune risposte automatiche pensate per altri scenari possono risultare meno efficaci o più costose in termini di energia psicologica».

L’ipercompetitività sociale moderna

Secondo i ricercatori uno dei trigger maggior è dato dalla competitività sociale spinta, tipica del nostro presente e che si manifesta soprattutto attraverso i social network. In uno spazio virtuale nel quale si ha spesso a che fare con perfetti sconosciuti, ciò che rimane sono le immagini di perfezioni rimandate dai social, le storie di successo e il confronto continuo con vite altrui spesso ammalianti quanto false. «La competizione non è un fenomeno nuovo, ma la vita moderna può farla percepire come continua», spiega Jose Yong. «Una prospettiva evoluzionistica può aiutare a comprendere perché le persone reagiscano così intensamente al confronto sociale e alla paura di restare indietro, anche rispetto ad estranei o ad uno schermo», aggiunge la ricercatrice.

Come è cambiato il confronto sociale

«Il confronto sociale è una dinamica psicologica antica, che in piccoli gruppi aveva una funzione di orientamento reale rispetto al proprio ruolo e alle proprie risorse», osserva Pezzella. «Sui social, questo meccanismo si attiva di fronte a un numero molto più ampio di persone e a immagini spesso selezionate o parziali. Il rischio non è il confronto in sé, ma la sua frequenza e la difficoltà di verificarne l’accuratezza: può esserci una tendenza a confrontare la propria esperienza quotidiana con la rappresentazione più curata di quella altrui», sottolinea ancora la psicoterapeuta.

Una vita allo specchio

Per questi in molti hanno la sensazione di vivere una vita allo specchio, che sia quello delle immagini di altri o quello delle proprie, postate o messe in bella mostra, costantemente: «Può descrivere una tendenza reale per alcune persone: l’attenzione si sposta progressivamente dal vivere un’esperienza al modo in cui quella esperienza viene o potrebbe essere mostrata. Il bisogno di riconoscimento sociale è una componente stabile del funzionamento umano, non un’anomalia moderna. Quello che può fare la differenza è la proporzione: quanto spazio interno resta a un’esperienza vissuta e non condivisa, rispetto a quanto viene assorbito dalla sua rappresentazione esterna», spiega Pezzella.

Il disagio psicologico non è solo individuale

Da qui una riflessione: di fronte all’aumento del disagio psicologico, la spiegazione non può essere sempre individuale, le cause non possono essere ricondotte alla condizione del singolo soggetto, ma vanno ricercate a livello sociale e, soprattutto, in quella difficoltà della mente – fisiologica – ad adattarsi a una condizione per la quale non era stata “programmata”. «Un adattamento parziale è plausibile, soprattutto a livello di abitudini e strategie di gestione dello stress. È più complesso immaginare un adattamento biologico nei tempi brevi della vita di una persona: i meccanismi di regolazione delle emozioni evolvono su scale temporali molto più lunghe di quelle dei cambiamenti tecnologici e sociali», osserva la psicoterapeuta.

Cosa possiamo modificare noi e cosa no

«Questo apre a una distinzione importante tra ciò che possiamo modificare attraverso consapevolezza e abitudini, e ciò che invece resta strutturalmente più lento a cambiare», sottolinea Pezzella. Sempre più spesso, infatti, si parla dell’esigenza di ricreare que lterzo posto di un tempo: gli spazi di aggregazione, dove coltivare le relazioni umane. I ricercatori di Singapore ritengono che una delle strade per ridurre le difficoltà che in molti oggi vivono, per migliorare il benessere psicologico e alleviare lo stress passi proprio dalla riprogettazione delle città, così come dei luoghi di lavoro.

Più aree verdi, più senso di comunità, meno stress

«Dobbiamo progettare interventi che lavorino con, e non contro, la nostra natura umana evoluta», insiste Jose Yong, pensando all’aumento di aree verdi e centri di aggregazione. Un’utopia? «Non è utopistico come principio, anche se la sua applicazione su larga scala richiede tempi lunghi e risorse considerevoli. Dal punto di vista psicologico, la disponibilità di spazi che favoriscono contatti diretti e non mediati da uno schermo può sostenere alcuni bisogni relazionali di base, come il senso di appartenenza a un contesto riconoscibile. Non si tratta di una soluzione che elimina il disallineamento descritto dagli autori, ma di una condizione che può renderlo più gestibile, conclude Pezzella.