Fatti o parole? Le parole pesano e hanno un valore, certo, ma è con quel che una persona dice che ci formiamo un’opinione su di lei o con le azioni che questa persona compie? Interrogativo un po’ ozioso, ma è estate, dai, possiamo fare questo giochino e chiederci: ameremmo davvero qualcuno se potessimo giudicarlo solo dalle sue azioni e non dalle sue parole? Risposta della scrivente: per il mio partner è un sì pieno, lui predica così così e razzola benissimo. Perché le parole sono generose: promettono, seducono. Possono mascherare benissimo le crepe. Le azioni, invece, hanno una brutalità quasi matematica, non raccontano chi vorremmo essere; mostrano chi siamo quando non ci atteniamo a un copione. Questa domanda costringe a un esperimento radicale: togliere dichiarazioni d’amore, scuse, buone intenzioni, rassicurazioni. Restano i fatti. La presenza o l’assenza, l’attenzione o la trascuratezza, la cura o l’indifferenza, la coerenza o il suo contrario. E allora il quesito diventa: ami la persona che si descrive o la persona che si manifesta? Marianna Farese, anima di Psicotao, progetto di divulgazione filosofica che intreccia psicologia, neuroscienze e grandi pensatori sorride:«È una domanda radicalmente onesta e proprio per questo scomoda», osserva. «Ci costringe a fare i conti con una verità che preferiamo tenere a distanza: spesso amiamo la narrazione che qualcuno costruisce di sé più della persona reale che abbiamo davanti». Insomma, se le parole sono il curriculum, le azioni sono le referenze.
Fatti, parole e costruzioni mentali
Per Farese il vero ostacolo dell’amore non è il tradimento né il tempo. «Il peggior nemico dell’amore è il pensiero. Il pensiero produce parole, le parole producono immagini e le immagini generano aspettative. A un certo punto la persona reale scompare dietro questa costruzione mentale e viene sostituita da una versione narrativa». È qui che entrano in gioco i fatti. «Le azioni hanno una qualità che le parole non possiedono: accadono, lasciano tracce concrete. Sono molto più nude di qualsiasi dichiarazione d’intenti», riflette Farese. La nudità, infatti, è il concetto chiave del suo ragionamento.
Possiamo scegliere con cura le parole, costruire un’immagine coerente di noi stessi. Ma le azioni si manifestano nel tempo, nella ripetizione, nelle circostanze impreviste. Ed è lì che emerge qualcosa che sfugge al controllo dell’ego.
Il corpo arriva sempre per primo
Farese richiama il Tao Te Ching, dove «la vera natura di qualcosa si rivela nel suo modo di muoversi nel mondo», e le neuroscienze, secondo cui il nostro corpo registra le incoerenze tra ciò che una persona dice e ciò che fa ancora prima che la mente le elabori. «Quella sensazione sottile di disagio che a volte non sappiamo spiegare è spesso il corpo che ha già letto ciò che la mente non vuole ancora vedere». Secondo Farese, molte storie d’amore si reggono proprio sulla distanza tra promesse e comportamenti.
Le parole senza i fatti sono un potenziale vuoto
«Ci innamoriamo del potenziale invece che della persona. Di ciò che potrebbe diventare invece di ciò che è» avverte. Una dinamica che Farese collega alle riflessioni del filosofo René Girard sul desiderio: «Spesso desideriamo le persone non per ciò che sono, ma per ciò che proiettano di poter essere». E cita anche il filosofo Byung-Chul Han: «Più tutto viene dichiarato e narrato, meno c’è vera conoscenza dell’altro. La parola senza il corpo che la sostiene è un potenziale affascinante, ma anche vuoto. E noi tendiamo ad abitare quel potenziale molto più a lungo di quanto sarebbe saggio». Il corpo non mente, lo sanno anche i bambini.
Prova a mentire sui fatti (se ce la fai)
Naturalmente anche i comportamenti possono essere costruiti ad arte. Ma, secondo Farese, c’è una differenza sostanziale: «Le azioni possono mentire, certo. Esiste la manipolazione. Però la menzogna comportamentale è molto più faticosa da sostenere nel tempo rispetto a quella verbale». Il motivo è semplice: «Le parole costano poco, i comportamenti invece si accumulano. La coerenza, o l’incoerenza, tra ciò che qualcuno dice e ciò che fa nelle piccole circostanze quotidiane è molto più difficile da falsificare». Scrive Concita De Gregorio, parlando del ruolo di suo marito quando lei ha affrontato il cancro: «Ti accorgi che nell’amore conta anche un “fare le cose” e nel mio caso questo è stato importantissimo. Ho ritenuto doveroso, nel libro, ringraziare mio marito per quello che ha fatto e che continua a fare».
Io sono le mie parole, e dunque?
È proprio nell’ordinario, sostiene Farese, che emerge il carattere. «Lo psicanalista James Hillman parlava del carattere come di qualcosa che si rivela nelle scelte ripetute nel tempo. Non quando tutto va bene, ma quando una persona è stanca, sotto pressione, quando non c’è nessuno che guarda. È lì che diventa molto più difficile mentire». E che dire di chi, invece, vive soprattutto attraverso le parole? Non sarebbe una perdita enorme privarlo del proprio linguaggio? Farese riconosce che l’obiezione è fondata: «Esistono persone per cui il linguaggio è davvero il canale più autentico di espressione. Per loro perdere la parola sarebbe una mutilazione».
La manomissione delle parole
Ma introduce una distinzione decisiva: «Ci sono parole che cercano la verità e parole che costruiscono un’immagine. C’è un linguaggio che esplora, che si corregge. E uno che convince, giustifica, presenta». Per questo conclude con questa riflessione: «La questione non è se qualcuno usa le parole, ma come le usa. Se servono ad avvicinarsi alla verità o ad allontanarsene. E questa differenza, paradossalmente, si legge molto meglio nei comportamenti che nelle parole stesse».