C’era una volta il primo appuntamento con la camicia stirata e la versione premium di noi stessi: quella gentile, brillante un po’ misteriosamente priva di difetti. Che antichità. Oggi, infatti, la nuova frontiera del dating sembra essere l’esatto contrario: le hanno dato un nome straniero per renderla glam, goblintimacy e dovrebbe garantire autenticità. In soldoni, ci si presenta come si è, niente fronzoli. Anzi, come si è nel momento peggiore: felpa da divano, capelli ribelli, ironia autodifensiva e un elenco di fragilità servito prima ancora dell’aperitivo.

L’idea è seducente: niente maschere, niente giochetti, niente sorprese future. Ma sicure-sicure che questa ostentazione dell’imperfezione sia sinonimo di maturità emotiva? La psicologa clinica Ilaria Albano invita a non farsi incantare troppo in fretta dal mantra comodo dell’“io sono così”. «Mostrarsi imperfetti può essere un segno di maturità, ma non sempre. A volte è una strategia che ci dà l’illusione di prevenire le delusioni». E qui arriva il cartellino giallo: dietro il “ti faccio vedere subito tutti i miei difetti” potrebbe nascondersi un tentativo di controllare il rifiuto.«È un modo implicito per gestire il rischio: se mi rifiuti per come sono, almeno fallo adesso. Una sorta di controllo dell’imprevedibilità. Peccato che le relazioni, per definizione, non siano prevedibili». Insomma, più che autenticità assoluta, potrebbe essere una forma di assicurazione emotiva: “Io ti avevo avvisato”.

Autenticità nella goblintimacy: sincerità o alibi?

Secondo Albano, il “sono fatta così” è uno dei grandi equivoci dell’autenticità contemporanea. «Può essere un invito sano a non voler essere cambiati a tutti i costi. Ma molto più spesso diventa un alibi», insinua. Perché quella frase, apparentemente onesta, rischia di chiudere il dialogo prima ancora che inizi. «Diciamo di essere fatti così, ma spesso cadiamo in una semplificazione limitante della nostra persona». Traduzione: se al primo spritz dichiari “io sparisco per giorni”, “sono fredda”, “odio parlare dei problemi”, non stai necessariamente offrendo all’altro una mappa per conoscerti. Può essere che appendi un cartello esplicito e disarmante: “non si effettuano resi né aggiornamenti del sistema operativo”.

L’amore nell’era dell’efficienza: curriculum, colloquio

La goblintimacy nasce anche da una cultura che vuole tutto rapido, ottimizzato, misurabile. Perfino i sentimenti. «Anche l’amore rischia di essere gestito come un processo di selezione efficiente», riflette Albano. L’obiettivo diventa capire subito se vale la pena investire tempo o archiviare il candidato con la stessa velocità con cui si elimina una mail promozionale. Peccato che, osserva la psicologa, «stare in una relazione significa anche fare cose apparentemente inutili, perdere tempo, attraversare momenti senza una funzione precisa. E forse è proprio lì che nasce l’intimità vera: non nella checklist delle fragilità compatibili».

Goblintimacy, autenticità e marketing della vulnerabilità

La riflessione più divertente – e anche la più feroce – riguarda quello che Albano definisce il rischio della performance dell’imperfezione. «Potremmo passare dalla performance della perfezione alla performance dell’imperfezione», ironizza. In pratica: prima postavamo solo tramonti e addominali, ora postiamo ansia, occhiaie e sedute di terapia. Con lo scopo di costruire un personaggio, una volta fighissimo, oggi completamente destrutturato, fintamente trasandato come certa moda post-Covid. «Anche la vulnerabilità può diventare una maschera». E diciamolo: c’è una certa abilità scenica nel dichiarare con aria casual “sono emotivamente disfunzionale” mentre si aspetta che l’altro risponda “che coraggio, quanto sei autentica!”. E farlo abboccare.

Raccontare tutto non crea automaticamente intimità

La tentazione di fare l’autobiografia completa entro il secondo cocktail è forte. Traumi infantili, rapporto con la madre, paura dell’abbandono, allergia ai latticini: tutto sul tavolo, un po’ alla rinfusa. Ma Albano frena: «Raccontare tutto e subito non crea necessariamente più intimità. Si rischia di sostituire la conoscenza con l’informazione». Una persona, spiega, non si conosce perché ci racconta tutto di sé, ma perché la vediamo pensare, reagire, cambiare, affrontare le situazioni nel tempo. E qui la psicologa ci regala un’immagine bellissima: «Non esiste un tempo giusto per svelarsi. Esiste un ritmo della relazione. Si danza insieme finché non si crea un senso condiviso». Altro che speed date: serve più tango e meno interrogatorio della polizia emotiva.

Più che sciatta autenticità e goblintimacy, serve mistero

La goblintimacy parte dall’idea che il mistero sia sospetto, quasi una forma di inganno. Albano ribalta la prospettiva: «L’attrazione nasce dalla curiosità». E aggiunge: «Stare nel mistero significa riconoscere che una persona non può essere esaurita in un racconto». Forse il punto non è nascondere chi siamo, ma accettare l’idea che nemmeno noi ci conosciamo del tutto. Alcune parti emergono solo dentro una relazione, quando qualcuno ci guarda in un modo nuovo.

Quindi: felpa sì o felpa no? Albano è meno normativa di quanto ci si aspetterebbe. Dopo molte delusioni è comprensibile voler arrivare al primo appuntamento senza maschere: «Questa esigenza racconta una paura valida». Il problema nasce quando ci trattiamo come prodotti da scaffale. «A volte ci consideriamo come un prodotto da prendere: “Sono questo, decidi se scegliermi o no”». La sintesi potrebbe essere stampata sui profili delle app di dating: «Al primo appuntamento non serve informare su tutto. Serve concedere spazio e tempo alla relazione». Quindi sì, puoi anche presentarti con la felpa lisa e i capelli indomabili. Ma forse non è necessario consegnare all’altro il dossier completo delle tue ferite emotive. Perché l’intimità è molto meno controllabile e infinitamente più interessante.