Ci sono coppie in cui uno dei due partner parla e l’altro ascolta. Uno intreccia conversazioni, organizza cene, tiene vivi i rapporti con gli amici e con i parenti, l’altro si fa andar bene tutto o quasi. Poi ci sono le coppie in cui lei, o lui, finisce per fare qualcosa di più: promuovere il partner. Raccontarne l’intelligenza, giustificarne i silenzi. Una specie di ufficio stampa sociale, incaricato di convincere il mondo che dietro quella persona impenetrabile si nasconde un tesoro sotterrato in una sorta di pantofolismo mentale. L’effetto per chi riceve quella delega è straniante perché quando te lo sei scelto, quel partner, era brillante, pieno di amici e iniziativa: poi, puff! ha battuto la ritirata.

Giuseppe Iannone, psicologo, psicoterapeuta e sessuologo, invita a guardare oltre la superficie, senza confondere la diversità dei caratteri con un problema di coppia. Perché non tutti devono essere brillanti conversatori o campioni di networking. E una relazione stabile dovrebbe essere proprio il luogo in cui possiamo permetterci di abbassare la guardia. «In una relazione solida può diminuire la spinta a mostrarsi interessanti, a cercare conferme e a investire energie nella propria immagine sociale. Questo non è necessariamente un problema: sentirsi accolti dal partner può permetterci di abbassare le difese e di essere più spontanei».

La vita sociale non si organizza da sola

Il punto, dunque, è che cosa accade quando cominciamo a pensare che, una volta conquistato il partner, possiamo sederci belli comodi. «La difficoltà emerge quando il senso di sicurezza diventa una delega implicita: non mi preoccupo più di coltivare le relazioni perché qualcun altro lo farà anche per me», ammette Iannone. Non è una questione di estroversione, ma di equilibrio. «La questione non è quanto ciascuno sia estroverso, ma se questa differenza sia condivisa e accettata oppure produca un sovraccarico per uno dei due».

Solo che, mentre il carico mentale domestico ha finalmente trovato un nome, quello sociale rimane spesso nascosto dietro la definizione rassicurante di “persona organizzata”. «Possiamo parlare di una responsabilità organizzativa e relazionale che spesso rimane invisibile», spiega Iannone. Una responsabilità fatta di «tempo, ma anche attenzione e anticipazione: bisogna ricordarsi che cosa serve, prevedere le reazioni e prendere iniziative».

E se gli lasciassi il diritto di essere timido?

Ma perché sentiamo il bisogno di aiutare continuamente l’altro a stare al mondo? A volte è amore, naturalmente. Conosciamo la sua timidezza, sappiamo che certi ambienti lo mettono in difficoltà, intuiamo il disagio dietro un silenzio. E allora interveniamo, alleggeriamo, facilitiamo. Ma altre volte, suggerisce Iannone, il nostro zelo racconta qualcosa anche di noi.

«C’è chi interviene per affetto, per facilitare la partecipazione del partner o per attenuare un disagio reale. C’è chi, invece, fatica a tollerare il silenzio, l’imbarazzo o la possibilità che gli altri si facciano un’impressione negativa della persona che ama». In quest’ultimo caso, aiutare l’altro può diventare un modo per tranquillizzare se stessi.

Quando senti che subentra l’imbarazzo

Cerchiamo di controllare lo sguardo degli altri. Vogliamo che vedano ciò che vediamo noi e, forse senza confessarcelo, abbiamo bisogno che approvino la nostra scelta. «Quando investiamo molto in una relazione, può essere difficile accettare che gli altri non vedano la persona esattamente come facciamo noi», osserva Iannone. Finché la premura non si trasforma in una trappola. «Il problema nasce quando non riusciamo più a lasciare che il partner si presenti agli altri per quello che è, con i suoi pregi e i suoi limiti».

Così lui diventerà ancora più “pigro”

L’amore, insomma, non dovrebbe obbligarci a costruire una versione promozionale della persona che abbiamo accanto. La questione si complica quando l’aiuto, anziché favorire l’autonomia, finisce per indebolirla. Chi anticipa ogni bisogno e organizza ogni incontro può essere convinto di rendere la vita più facile a entrambi. Ma rischia di creare un equilibrio in cui il proprio intervento diventa indispensabile. «Se una persona interviene sistematicamente per evitare al partner un disagio, quest’ultimo può avere meno occasioni di sperimentare, imparare e assumersi responsabilità», spiega Iannone. E mentre uno si abitua a essere soccorso, l’altro può convincersi di non potersi mai tirare indietro: «Si crea così un equilibrio nel quale entrambi, senza volerlo, contribuiscono a mantenere la dinamica».

Il rischio dei rapporti asimmetrici

E a forza di organizzare, ricordare, suggerire e correggere, il rischio è che il partner si trasformi in un figlio da accompagnare, più che in un adulto con cui condividere la vita. «Si crea una dinamica asimmetrica: uno assume il ruolo di chi prevede e risolve, l’altro quello di chi aspetta e aderisce». Una dinamica che non riguarda soltanto le cene in cui qualcuno deve rompere il ghiaccio, può insinuarsi nella quotidianità e arrivare a intaccare persino l’intimità. Iannone lo sottolinea con chiarezza: «Nel tempo, questa configurazione può impoverire la reciprocità e anche la dimensione erotica, perché la relazione viene vissuta più in termini di gestione e dipendenza che di incontro tra due adulti».

Serve un po’ di sana autoanalisi

La persona che sostiene tutto può finire per sentirsi sola; quella sostenuta può sentirsi controllata. Ma come capire quando la comprensione smette di essere una risorsa e diventa una forma di complicità con l’immobilità dell’altro? Bisogna osservare ciò che accade nel tempo. «Il sostegno favorisce una maggiore partecipazione e responsabilità, oppure rende sempre più indispensabile l’intervento di chi sostiene? Se una persona è sistematicamente costretta a compensare, giustificare e riparare, mentre l’altra non mostra disponibilità a interrogarsi sulla propria parte, è opportuno rivedere l’equilibrio della relazione», afferma Iannone.

L’immaturità c’entra poco (o nulla)

È una distinzione importante, soprattutto perché non tutte le difficoltà sono uguali. «La timidezza non è un difetto da correggere, così come l’ansia, la depressione, le condizioni di salute e altre vulnerabilità non possono essere liquidate come semplice immaturità», distingue lo psicologo. Non si tratta di trascinare il partner fuori dalla sua zona di comfort a ogni costo, né di pretendere che diventi una persona diversa ma di capire se il sostegno gli permetta di trovare risorse proprie oppure se lo renda sempre più dipendente da chi gli sta accanto. Se il nostro aiuto apre possibilità o, involontariamente, le restringe.

Esserci ok, fare da ufficio stampa no

«Siamo responsabili del modo in cui trattiamo il partner, dell’attenzione che gli dedichiamo e del contributo che offriamo alla relazione. Non siamo, però, gli unici responsabili del suo benessere, delle sue relazioni sociali o della sua capacità di affrontare ogni situazione». Iannone lo dice con parole che restituiscono all’amore una dimensione insieme tenera e adulta: «Amare significa esserci, ma anche riconoscere l’altro come una persona autonoma, capace di assumersi responsabilità e, quando necessario, di attraversare il disagio senza essere immediatamente salvata». Non è un invito a smettere di prendersi cura. È un invito a farlo in modo diverso. Perché siamo partner, non pierre. E l’amore, per fortuna, non dovrebbe richiedere un ufficio stampa.