Nulla misura il cambiamento quanto le canzoni. Trent’anni fa, 32 per l’esattezza, una generazione di teenager giurava amore eterno sul ritornello di T’appartengo. «Prometti, per sempre sarà» diceva Ambra, dando voce alle fantasie sentimentali delle ragazzine di allora. E pazienza se il “per sempre” durava il tempo di una cotta: l’amore funzionava così. Succede però che le canzoni invecchino quanto chi le ascolta e che decenni dopo abbiano l’effetto degli abiti della nonna: roba fuori tempo. Proprio come la voglia di appartenersi, archiviata dalla Gen Z insieme all’idea che il futuro sia un tempo da declinare al duale, cioè in coppia, qualsiasi cosa significhi. Se la forma d’amore più alta è quella per se stessi, il “noi” diventa una gabbia da cui scappare per non perdere il focus sui propri bisogni. Meglio investire su di sé tempo, energie, denaro. Lo dicono le statistiche e i trend: solomaxxing, cioè la tendenza degli under 30 a preferire la vita da single, è uno degli ultimi tormentoni su TikTok. Le ragioni sono molte, il risultato non cambia.
Il solomaxxing è sempre più diffuso
È davvero la fine della vita di coppia? Per rispondere Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, ha scritto A volte ti amo. La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove generazioni (Einaudi): un saggio nato dal dialogo con gli adolescenti che frequentano il centro clinico della Fondazione Minotauro di Milano di cui è presidente, dove racconta il passaggio da un modello in cui l’io si annullava nell’altro a uno in cui è il noi a essere guardato con sospetto.
Davvero la solitudine, che oggi i Gen Z declinano nel solomaxxing, è l’anticamera della felicità?
«È l’esatto contrario. Lo dicono le grandi istituzioni sanitarie internazionali. Ciò che può avvicinarci alla felicità, e persino avere ricadute profonde sulla salute, è sentirsi dentro una relazione autentica. La coppia è il nucleo simbolico dell’incontro tra un individuo e l’altro. Invece esiste un grande problema di solitudine in mezzo agli altri».
Perché?
«Vorremmo relazioni capaci di salvarci dalla solitudine, ma che non ci cambino e non ci chiedano nulla. Incontro giovani adulti che mi descrivono rapporti migliori di quello che ho io con mia moglie e però si lasciano perché li considerano tossici: dicono che li costringono a rinunciare a una parte del loro progetto individuale. Ginevra, uscita da una relazione di 4 anni, mi disse: “Quando ci siamo conosciuti non eravamo corrispondenti, adesso lo siamo diventati. Sento di aver tradito me stessa”. Incontrarsi, mediare, costruire qualcosa insieme – quello che un tempo era considerato il risultato positivo di una relazione – oggi diventa la prova di una dipendenza affettiva».
Se la coppia dura solo finché non richiede compromessi
Sono decenni che spieghiamo ai figli che non devono annullarsi per amore. Ora hanno smesso di farlo e ci lamentiamo. Non è un controsenso?
«È stata una conquista fondamentale, soprattutto per le donne. Mia madre appartiene alla generazione che ha combattuto per il divorzio, l’aborto, la liberazione da modelli familiari che chiedevano il sacrificio totale di sé. Mia nonna serviva la polenta alle 6 a mio nonno, che poi mangiava da solo, e ai suoi tempi una donna senza sei figli era considerata una zitella. Non ho nostalgia di quel mondo. Ma da quella liberazione siamo arrivati allo strapotere del sé, all’idea che il progetto individuale non debba mai subire rinunce e che la coppia possa durare solo finché non richiede compromessi».
E invece?
«Qualsiasi rapporto, dall’adolescenza alla vecchiaia, richiede di riconoscere i propri bisogni e quelli dell’altro, quindi di negoziare. Nessuna coppia può fare manutenzione del legame senza mediare. Naturalmente esistono relazioni violente e patologiche, dalle quali bisogna uscire. Ma, se definiamo tossico qualsiasi rapporto che ci costringa a tenere conto di un’altra persona, rendiamo la coppia impossibile».

La dipendenza affettiva può (e deve) anche essere sana
Nel suo libro torna spesso una parola che oggi ha una pessima reputazione: dipendenza. Lei però sostiene che una dipendenza affettiva possa anche essere sana.
«Non solo può: deve esserlo. L’essere umano nasce dipendente affettivamente. Un neonato non ha bisogno soltanto di mangiare, ma di presenza, di contatto. Poi quella dipendenza deve trasformarsi: a 27 anni non posso chiedere a mia madre il permesso di uscire. Crescendo, però, non smetto di dipendere: sposto il mio investimento. Prima ci sono i genitori, poi gli amici, infine un partner. Per arrivarci, però, serve la madre».
Non erano troppo presenti le madri?
«Per anni abbiamo parlato di madri elicottero, padri assenti e cordoni ombelicali da tagliare. Oggi il problema è opposto. Spingendo i bambini all’autonomia, abbiamo chiesto loro di non dipendere e di non esprimere emozioni negative che potessero disturbarci mentre facevamo altro. Se hanno paura di un cane, diciamo che il cane è buono; se sono arrabbiati, li definiamo violenti. Ma paura, tristezza e rabbia non vanno corrette: serve un adulto capace di contenerle e dare loro un senso. È questa la funzione materna, che può essere svolta anche da un padre o da un insegnante. Serve consolare il pianto, non eliminarlo».
È anche per questo motivo che i ragazzi fanno sempre meno sesso?
«Credo di sì. L’intimità richiede sicurezza emotiva, perché significa avvicinarsi all’altro e mettere in gioco il corpo. Ma quel corpo lo abbiamo sequestrato noi adulti, prima di Internet. I ragazzi non vanno più a scuola da soli, non giocano nei cortili, non prendono il motorino. Abbiamo eliminato il rischio e poi ci stupiamo se social e videogiochi hanno sostituito quelle esperienze. Vale anche per il sesso: siamo contenti perché ci sono meno gravidanze indesiderate e comportamenti pericolosi, però poi parliamo di recessione sessuale. Non possiamo avere entrambe le cose».
Per resistere la coppia dovrebbe assomigliare a una “amicizia amorosa”
Dunque è davvero la fine della coppia?
«Forse dovremmo smettere di chiamare coppia qualcosa che non lo è più e accettare che la fluidità faccia parte delle nuove normalità. Questo non significa rinunciare ai legami. Al contrario: dobbiamo tornare a fare il tifo per qualsiasi relazione sia il più autentica possibile».
E se per reinventare la coppia provassimo a guardare all’amicizia?
«L’amicizia è una democrazia degli affetti: un legame solidale, capace di spingerci a crescere, discutere e cambiare. Ho ancora due o tre amici del liceo: li conosco da 40 anni, da prima di mia moglie e dei miei figli. Sono persone che ho scelto e che hanno attraversato tutta la mia vita. Forse la coppia del futuro dovrebbe assomigliare di più a questo: un’amicizia amorosa che non escluda la passione e il conflitto».