Ci sono estati che sembrano urlare. Con la musica dalle casse portatili, con le grigliate a venti voci, con le feste che iniziano a mezzanotte. Ci sono estati che sembrano chiedermi di essere un’altra: quella che resta a tavola fino all’ultimo, che balla scalza sotto le stelle, che fa amicizia col vicino di ombrellone. Un esame che non ho mai superato: sembra che il mondo si accenda tutto insieme e io sia l’unica che cerca l’interruttore per abbassare la luminosità a “tramonto malinconico”. Partecipare? Sì, ma con discrezione. Ballare? Volentieri, ma poi sparisco un po’. Interagire? Magari, ma poi mi metto in modalità “ritiro ascetico” per pietà della mia batteria sociale. Per anni ho pensato che questa fatica fosse un difetto di fabbrica. Poi, un giorno, ho letto un libro.
L’ho ordinato su Amazon una sera, dopo l’ennesima conversazione seguita per metà. E non esagero dicendo che Quiet, il longseller di Susan Cain, mi ha cambiato la vita. Per la prima rivelazione mi è bastato leggere la quarta di copertina: «Il mondo è pieno di introversi: li vediamo, anche se non li sentiamo. Sono almeno 1/3 delle persone che conosciamo». Tipo: il collega silenzioso, tua cugina che ama i puzzle e quella tizia che scompare dalle chat per tre giorni (io). Addirittura, negli Stati Uniti (mica patria della timidezza) sono tra il 30 e il 50%. Se ti sembra tanto, è perché siamo immersi in un sistema di valori che Cain chiama “Ideale dell’estroversione”: il modello dell’io desiderabile espansivo, dominante, sempre entusiasta, socievole, a proprio agio sotto i riflettori e in gruppo. In questa logica, l’introversione diventa un «tratto caratteriale di serie B, a metà strada fra iattura e patologia». Per questo gli animatori dei lidi mi odiano, i bambini silenziosi allarmano i genitori e vengono messi accanto ai chiacchieroni. Per questo ci trasciniamo in caotici uffici open space e ci siamo fissati con il brainstorming (il vero miracolo è tornare a casa senza l’orticaria acustica). E pensiamo pure che chi parla di più abbia idee migliori (spoiler: non è vero). Di recente il New York Times ha citato un nuovo studio sui fattori che nell’immaginario rendono una persona “cool”. Il primo? L’estroversione. E io che credevo bastasse un Labubu appeso alla borsa. Intanto, sotto la pressione di questo standard di socievolezza, «tanti introversi si nascondono, persino a se stessi».
La verità, però, è che non c’è un solo modo di stare al mondo. E contrariamente ai pregiudizi, l’introversione non è né misantropia né timidezza (con buona pace di chi si preoccupa tanto per l’esistenza della nostra lingua). Serve anche a noi la socialità, ma in dosi diverse. È, come dice Cain, «un atteggiamento diverso nei confronti degli stimoli». E da questo punto di vista, l’estate docet. Prendiamo un programma di vacanza esperienziale: trekking alle 6, colazione comunitaria, visita guidata, laboratorio di ceramica, aperitivo all’aperto e cena condivisa con gruppo WhatsApp annesso. Alcuni ne escono carichi e rinati. Altri, tipo me, alle 17 erano già diventati un soprammobile umano sotto la tettoia del rifugio. Non è snobismo, né asocialità. È solo bisogno fisiologico di stimoli meno frequenti e più selezionati. Come scrive Cain: «Gli introversi elaborano più in profondità le informazioni che ricevono dal mondo e sono più sensibili degli estroversi a vari tipi di stimolo, dal caffè al brusio di un evento». E poi c’è la dopamina, che rilasciamo con un ritmo tutto nostro. Ci gratificano un’amaca, zero notifiche e un’anguria tagliata bene. Altro che beach party. Insomma, se ti sembra che siamo meno sul pezzo, forse siamo solo su un canale diverso. Gli estroversi si ricaricano nella socialità, gli introversi nella quiete. E non è una classifica. L’estroversione porta con sé doti straordinarie, come la capacità di improvvisare, decidere in fretta, parlare con naturalezza e buttarsi nel mondo senza troppe esitazioni. Ma anche chi sa ascoltare per ore, chi è più creativo quando sta da solo, chi pensa prima esprimersi, ha qualcosa da dire. Del resto, molti progressi dell’umanità li dobbiamo a persone che parlavano poco: la teoria della gravità, il computer, Harry Potter, Google. Gente silenziosa, eppure parecchio efficace.
Come mai Susan Cain ha passato cinque anni a scrivere Quiet e io le vacanze a parlarne? Perché conoscersi nel profondo è essenziale, non solo in agosto. Serve per capire di cosa abbiamo davvero bisogno per stare bene e comunicarlo anche agli altri, che non ci leggono nella mente. Cain spiega che alcuni tratti della personalità sono ereditari per il 40-50%. Ecco perché, quando entro in una stanza piena di persone che parlano tutte insieme, il mio sistema nervoso reagisce come un modem del 2003: rallenta, gracchia, si impalla. Ma se «una parte consistente della persona che siamo è frutto dei nostri geni e del nostro cervello», fino a che punto il temperamento scrive il destino? La risposta di Cain è nella “teoria dell’elastico”: possiamo tenderci, ma non più di tanto. Ok lo stretching emotivo, ma all’interno di un perimetro. Io non sarò mai l’intrattenitrice di un tavolo che propone la ruota dei cocktail, eppure questo non vuol dire che non possa parteciparvi e divertirmi. Quiet racconta che molti si concedono un po’ di finta estroversione per amore di un progetto, una persona o un ideale. Ecco perché riesco a parlare in pubblico, prendere la parola a metà riunione o fare due chiacchiere col barista della spiaggia. Ma non posso farlo troppo a lungo. L’autrice avverte che forzarsi continuamente costa energia: la fatica emotiva è vera, e si paga con stress e logorio. La soluzione? Un po’ di allenamento sul tapis roulant della socialità e, soprattutto, le cosiddette «nicchie rigeneranti»: angoli di silenzio, pause rubate tra due inviti, un libro sotto l’ombrellone, dieci minuti di passeggiata da sola. Piccole zone franche per tornare al nostro vero io. Ergo, se mi vedi in disparte mentre mangio un ghiacciolo all’amarena fissando le onde, non lanciare un SOS: ho solo raggiunto la percentuale minima di contatto umano prevista dal mio contratto.
Per molto tempo ho pensato che ci fosse qualcosa da sistemare in me, che fossi rotta. Oggi, invece, so che sono introversa quasi sempre ed estroversa qualche volta. Ché non è tutto bianco o nero. So che ci sono conversazioni che amo, ma affrontate una alla volta. Che il mondo ha bisogno tanto di chi è «attrezzato per reagire» quanto di chi è «attrezzato per esaminare». E che anche sotto il sole di agosto c’è spazio per noi che, ogni tanto, abbiamo bisogno di ombra.
Quiet: un bestseller silenzioso

In Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare (Bompiani, 2012) Susan Cain accende un riflettore sugli introversi, spiegandone la forza e il ruolo nella nostra società. Lo fa attraverso la ricerca scientifica, la Storia, le neuroscienze, decine di testimonianze personali e interviste a esperti e non, sia introversi che estroversi. Le sono serviti 5 anni e ha venduto oltre 2 milioni di copie nel mondo, tra cui la mia.