Avere una bella voce non basta. Anzi, quasi quasi è l’ultima cosa che conta. Per fare il doppiatore bisogna innanzitutto saper recitare: a dirlo sono i professionisti che da anni fanno parlare italiano alle star di Hollywood e ai personaggi dei film di animazione.

I doppiatori devono essere come prima cosa bravi attori

Come Alex Polidori, che – dopo Timothée Chalamet in Marty Supreme – doppia Tom Holland nei due film cult dell’estate: Odissea e Spider-Man: Brand New Day. «Molti si iscrivono ai corsi di doppiaggio senza aver mai fatto recitazione, ma noi siamo prima di tutto attori» dice. La formazione è il primo requisito per entrare in un settore che sta vivendo una profonda trasformazione: da un lato, piattaforme di streaming, videogiochi, podcast e audiolibri hanno moltiplicato le occasioni di lavoro, dall’altro, ci sono sempre più spettatori che scelgono di guardare film e serie in lingua originale. E l’Intelligenza artificiale apre interrogativi inediti sul futuro della professione.

Il doppiaggio è tecnica e arte

Il doppiatore Luca Ward
Luca Ward, uno tra i doppiatori italiani più celebri.

Anche Luca Ward, voce tra le più amate e riconoscibili, di Russell Crowe, Keanu Reeves e Hugh Grant, la pensa così: «Ai ragazzi che vogliono fare questo mestiere dico di cominciare dal teatro: il doppiaggio è una tecnica, come il cinema o la radio, ma l’arte interpretativa si impara sul palcoscenico». È un dettaglio non da poco: un bravo doppiatore, infatti, non deve limitarsi a dire una battuta, ma restituire intenzioni, ritmo e perfino il respiro dell’attore sullo schermo.

Russell Crowe in una scena di Norimberga
Russell Crowe, qui in una scena di “Norimberga“, è doppiato in italiano da Luca Ward.

Molti iniziano questo lavoro da bambini

«Non bisogna imitarlo, ma seguirne il modo di parlare» spiega Alex Polidori. «La soddisfazione più grande è quando il pubblico ha l’impressione che l’attore stia parlando davvero in italiano». Non è un caso che molti doppiatori abbiano iniziato da bambini: a quell’età, spiegano i professionisti, si concentrano le maggiori opportunità, perché le voci si modificano rapidamente e il ricambio è continuo. Alex Polidori è arrivato al microfono seguendo il fratello maggiore, Gabriele Patriarca, doppiatore del personaggio di Neville Paciock nella saga di Harry Potter, mentre Domitilla D’Amico, la Emma Stone italiana di Povere creature!, ha debuttato a 7 anni davanti a Federico Fellini.

Questo mestiere va imparato davanti a un leggio

E Perla Liberatori, voce della serie cult La casa di carta, ne aveva solo 5 quando, aspettando la zia in una sala di registrazione, fu chiamata a sostituire una piccola doppiatrice in un film. «I miei genitori me l’hanno fatto vivere sempre come un gioco» racconta. È stato poi lo studio a trasformare quel gioco nel mestiere di una vita. La stessa Perla Liberatori, che insieme al compagno Alessandro Parise ha fondato la scuola A&F Dubbing, invita a diffidare delle scorciatoie: «Il doppiaggio non si può imparare online. È un mestiere che va vissuto davanti al leggìo».

Bisogna fare teatro e lavorare sulla dizione

Polidori, anche lui insegnante presso la Voice Art Dubbing, osserva: «Oggi le scuole sono molte più che in passato e l’offerta è ampia, ma questo rischia al tempo stesso di creare aspettative poco realistiche: per farcela bisogna studiare tanto, fare teatro, lavorare sulla dizione». Secondo Domitilla D’Amico, doppiatrice anche di Scarlett Johansson, Kirsten Dunst e Margot Robbie, «negli ultimi anni la mole di lavoro è cresciuta tantissimo, però il rischio è sacrificare la qualità per la quantità. Grazie al contributo delle associazioni di categoria e al rinnovo del contratto si sta cercando di recuperare tempi di lavorazione più adeguati».

Oggi è difficile fare la gavetta accanto a grandi maestri

La doppiatrice Domitilla D'Amico
Domitilla D’Amico, doppiatrice di varie star tra cui Scarlett Johansson, Kirsten Dunst e Margot Robbie (PH. Giulia Parmigiani).

In passato il mestiere si imparava soprattutto recitando fianco a fianco con i professionisti più esperti, oggi si registra più spesso da soli. «Quando ho iniziato, ci si ritrovava al leggìo davanti ai grandi maestri. Li osservavi, li ascoltavi, imparavi ogni giorno qualcosa» ricorda Domitilla D’Amico. Una scuola informale che, secondo Luca Ward, rischia di andare perduta: «I giovani sono tutti molto bravi dal punto di vista tecnico, ma a volte manca la credibilità: un soldato dell’antica Roma non può parlare come un ragazzo del 2026».

Serve una grande capacità di immedesimazione

«A differenza degli attori, noi raramente riceviamo il copione prima, quindi abbiamo poco tempo di studiare» racconta Perla Liberatori, voce, tra le altre, di Stella delle Winx. Anche per questo il doppiaggio richiede una capacità di immedesimazione fuori dal comune: in pochi minuti bisogna entrare nella psicologia di un personaggio e restituirne carattere, emozioni e sfumature, spesso senza sapere come evolverà la storia. Un film, una serie, un cartone animato, un videogioco o un audiolibro richiedono inoltre abilità diverse. «L’animazione lascia qualche libertà in più» racconta Alex Polidori, che è stato anche il pesciolino Nemo nel classico Disney-Pixar. «Con un attore in carne e ossa, invece, devi metterti completamente al suo servizio».

Una volta era un mestiere invisibile

Per anni quello del doppiatore è stato un mestiere invisibile. Gli spettatori riconoscevano le loro voci, ma quasi mai i loro volti. Oggi, i festival, le fiere e soprattutto i social hanno cambiato il rapporto con il pubblico. «Una volta gli italiani pensavano che John Wayne parlasse davvero in italiano!» scherza Luca Ward. «Internet ha rivoluzionato tutto». Per Perla Liberatori questo cambiamento ha avuto un effetto inatteso: «La frase che mi sento dire più spesso è: “Sei la voce della mia infanzia”. È bello, perché significa aver accompagnato le persone in un pezzo della loro vita».

La diffusione dei film in lingua originale non è vista come la minaccia peggiore

E le attrici e attori a cui prestano la voce «sono spesso molto grati del lavoro che facciamo» sottolinea Domitilla D’Amico. Forse anche per questo chi lavora nel doppiaggio non è preoccupato dalla diffusione delle versioni originali. «Ci sarà sempre chi continuerà a emozionarsi guardando film e serie in italiano» dicono tutti. Il discorso, tuttavia, cambia quando entra in ballo l’Intelligenza artificiale. Luca Ward è stato il primo doppiatore in Italia a registrare la propria voce come marchio, per proteggerla da clonazioni digitali. Una scelta nata dalla convinzione che, in futuro, la voce e la recitazione possano diventare un patrimonio da tutelare come qualsiasi altra opera dell’ingegno.

L’intelligenza artificiale non può trasmettere le emozioni più autentiche

Nessuno, però, immagina un futuro in cui gli attori vengano sostituiti completamente da un algoritmo. Piuttosto, gli interrogativi riguardano i lavori più standardizzati e le opportunità per chi si affaccia alla professione. «L’Intelligenza artificiale può funzionare su prodotti più tecnici, come alcune narrazioni o lavorazioni minori» osserva Domitilla D’Amico. Una riflessione condivisa anche dal collega e narratore di podcast e audiolibri Filippo Carrozzo, secondo cui il rischio è soprattutto nelle produzioni più piccole, dove i costi contano più della qualità. «Per i grandi studi non vedo ancora questo pericolo» spiega. «Ma ci sono realtà minori che iniziano già a utilizzare voci sintetiche per lavori semplici». Per tutti, c’è una differenza che la tecnologia non è ancora riuscita a colmare: le emozioni autentiche, che nascono dalle persone. Proprio quelle che il pubblico finirà per amare e ricordare.