Un ritratto dell’800 che inizia a muoversi e parlare. Un mondo del 2090 popolato solo da centenari. Una catastrofe urbana troppo costosa da girare dal “vero”. Sono alcune delle storie arrivate in finale al Reply AI Film Festival, il concorso internazionale dedicato ai cortometraggi realizzati con l’aiuto dell’Intelligenza artificiale.

Il tema di questa terza edizione, “Imaginatio Nova”, sembra una dichiarazione d’intenti: non celebrare la macchina che immagina al posto nostro, ma capire cosa accade quando strumenti capaci di generare immagini, voci, musiche e intere sequenze entrano nel processo creativo. Se finora per realizzare un film servivano attori, attrezzature, troupe, location e budget spesso fuori dalla portata dei giovani autori, oggi – almeno in teoria – bastano un computer e alcuni programmi per creare personaggi, ambienti, voci.

Come l’AI sta cambiando la settima arte

Questo non significa che chiunque possa diventare Steven Spielberg, ma l’AI generativa sta già ridisegnando mestieri, competenze e percorsi di formazione della settima arte. «Nelle prime edizioni del concorso colpivano soprattutto la qualità della singola immagine o di una breve sequenza, quest’anno c’è una maggiore continuità tra personaggi, ambienti, montaggio e sviluppo narrativo» spiega Filippo Rizzante, chief technology officer di Reply e membro della giuria. «La tecnologia non viene più usata solo per accumulare effetti, ma per sostenere una visione e dare forma a storie che prima sarebbero state difficili da realizzare per un singolo autore».

Filippo Rizzante, chief technology officer di Reply

Le spese diminuiscono, ma non solo

Per Christina Lee Storm, produttrice con esperienze in DreamWorks Animation e Netflix, oggi a capo dello studio di intrattenimento di AI Secret Level, il primo errore è considerare l’Intelligenza artificiale utile solo a tagliare i costi. «Si guadagna senz’altro in efficienza, ma non deve diventare l’unico criterio con cui misurare il successo, altrimenti si rischia di perdere ciò che rende davvero interessante questa tecnologia». La domanda, insomma, non dovrebbe essere tanto «Come realizzare lo stesso film con meno tempo, soldi e persone?» quanto «Cosa potremmo creare che prima non avremmo potuto permetterci?».

Christina Lee Storm, produttrice a capo dello studio di intrattenimento di AI Secret Level

La velocità va unita all’originalità

Già nel 2024 il regista di Forrest Gump Robert Zemeckis aveva usato il software Metaphysic Live nel film Here per invecchiare e ringiovanire in tempo reale Tom Hanks e Robin Wright mentre giravano una scena. Nel 2025 Netflix ha impiegato per la prima volta immagini generate con l’AI nella serie argentina L’Eternauta: la tecnologia ha permesso di ricostruire il crollo di un edificio di Buenos Aires 10 volte più velocemente rispetto ai tradizionali effetti visivi.

L’Eternauta, la serie del 2025 dove Netflix ha impiegato per la prima volta immagini generate con l’AI

Quest’anno si è andati oltre con Hell Grind, action fantasy di 95 minuti realizzato da un gruppo di 15 persone che lo hanno promosso come «il primo lungometraggio interamente generato con l’Intelligenza artificiale», frutto di una lavorazione durata appena 2 settimane: un assaggio delle trasformazioni che potrebbero investire a breve maestranze e case di produzione.

Al momento, la rivoluzione è ancora in fieri. Lo sottolinea Giacomo Mineo, supervisore di effetti visivi che ha lavorato a Oppenheimer e Odissea di Christopher Nolan: «È probabile che l’AI trovi presto maggiore spazio nella previsualizzazione e nel design, ma per le immagini finali sul grande schermo ci vorrà del tempo, perché i suoi programmi non raggiungono la piena qualità cinematografica». E ricorda: «L’AI da sola non genera nulla di completamente nuovo, perché si basa su materiale esistente. La creatività umana continuerà a definire l’originalità di una pellicola».

L’action fantasy Hell Grind, il primo lungometraggio interamente generato con l’AI

La competenza artistica resta cruciale

Il punto più delicato riguarda chi aspira a entrare in questo settore: se le attività di base verranno svolte da un software, come si costruirà quella gavetta che ha sempre permesso ai giovani di imparare osservando, provando e, inevitabilmente, sbagliando? Mineo la sua gavetta l’ha iniziata a metà degli anni ’90, “giocando” con Photoshop. Poi è arrivato in un piccolo studio milanese con uno stage non retribuito: «Mi diedero in mano il manuale di 3D Studio Max e dissero: “Imparalo!”». Da lì è passato alle principali aziende italiane di effetti visivi, lavorando soprattutto per pubblicità e televisione, fino al trasferimento a Londra nel 2011 per dedicarsi alla sua vera passione, il cinema.

Oggi quel percorso sarebbe diverso: i programmi sono più facili da reperire e permettono a chiunque di sperimentare e costruire un portfolio in autonomia. Per questo motivo Mineo è convinto che i giovani abbiano un vantaggio, ma anche che sia la creatività il vero valore aggiunto. La sfida, semmai, sarà per chi nel settore lavora già da tempo e dovrà rimanere aggiornato. La facilità di accesso, tuttavia, può alimentare un equivoco.

«Essere capaci di generare un’immagine non fa automaticamente di qualcuno uno scenografo. Generare un’inquadratura non significa essere un direttore della fotografia. E generare un’animazione non vuol dire comprendere la recitazione» avverte Christina Lee Storm. La padronanza tecnica, insomma, non coincide con la competenza artistica: non esistono scorciatoie che possano sostituire lo studio della scrittura, della regia, della fotografia, del montaggio, della musica e del lavoro degli attori. La mancanza di una visione emergerà nel risultato, per quanto sofisticato sia il programma usato.

L’empatia umana non è sostituibile

La combinazione più promettente sarà quella tra una solida cultura cinematografica e la curiosità verso gli strumenti emergenti. «I professionisti dovranno imparare a usare i nuovi mezzi, ma anche stabilire se siano davvero adatti al loro progetto» precisa Storm. Per questo le accademie di cinema continueranno ad avere un ruolo decisivo, non solo nell’insegnamento dei software, ma nella trasmissione del processo creativo e nella costruzione delle prime relazioni professionali.

Giacomo Mineo, supervisore di effetti visivi che ha lavorato a Oppenheimer e Odissea

C’è però un confine per molti invalicabile, e riguarda attori e performer. «Gli interpreti dovrebbero sempre restare al centro della produzione cinematografica e televisiva: per creare una vera connessione tra il pubblico e i personaggi, il processo di immedesimazione ed empatia dovrà restare umano» ammonisce Mineo. L’AI potrà velocizzare una lavorazione, abbassare i costi e permettere a più persone di provarci, ma la capacità di capire cosa raccontare, perché farlo e – soprattutto – come emozionare, non potrà essere delegata a una macchina.

Il concorso al Lido di Venezia

Il 6 settembre, al Lido di Venezia, saranno premiati i vincitori della terza edizione del Reply AI Film Festival, concorso internazionale dedicato ai cortometraggi realizzati con l’Intelligenza artificiale. I 10 finalisti, scelti tra oltre 3.100 titoli provenienti da 76 Paesi, saranno valutati da una giuria presieduta dal Premio Oscar Gabriele Salvatores, di cui fanno parte anche Catherine Hardwicke, regista di Twilight, Rob Minkoff, co-regista di Il re leone, e Christina Lee Storm, produttrice ed ex dirigente di DreamWorks Animation e Netflix.