«Cerco l’estate tutto l’anno e all’improvviso eccola qui», cantava Adriano Celentano, inneggiando all’arrivo del periodo delle vacanze. Salvo poi ritrovarsi da solo in città. A quanto pare il copione anche oggi non cambia, ma i motivi sono ben diversi: nonostante le ferie siano sempre più agognate, cresce il numero di chi alla fine ci rinuncia o le ridimensiona. E la crisi economica non c’entra, o c’entra solo in minima parte. A pesare, invece, è il senso di colpa ad abbandonare l’ufficio e soprattutto i colleghi, specie se il personale è ridotto.
Il paradosso: avere ferie, ma faticare a chiederle
A scattare la fotografia (impietosa) dell’Italia che rimane in ufficio nonostante possa godere di qualche giorno di meritato riposo è un sondaggio realizzato da SD Worx, su un campione di 16.500 lavoratori. Emerge che solo il 44,5% dei dipendenti italiani riesce a usufruire delle proprie ferie. Significa che ben il 55,5% (più della metà) ci rinuncia, in tutto o in parte. Su chi parte, però, pesa il senso di colpa per paura di lasciare ai colleghi un carico di lavoro eccessivo, a causa della mancanza di sostituzioni estive da parte delle aziende.
Il peggioramento del clima lavorativo
«Confermo che dagli anni 2000 si assiste a un netto peggioramento del clima lavorativo in Italia e ancora oggi ne raccolgo testimonianze quotidiane sia nella mia attività di coaching per lavoratori e professionisti, sia nell’attività di formatore di gruppi eterogenei di lavoratori. Il fatto che 1 lavoratore su 2 non riesca a usufruire delle proprie ferie non mi sorprende, quindi, perché rientra in una generale carenza organizzativa all’interno delle aziende, che ha le sue origini in una mancanza di sensibilità verso la ricerca di un equilibrio tra esigenze aziendali ed esigenze personali delle risorse umane. Il senso di colpa del lavoratore è solo uno dei tanti effetti collaterali negativi», spiega Stefano Nicoletti, coach e formatore professionale.
Il paradosso tutto italiano
A colpire è il fatto che il Bel Paese rappresenti la “maglia nera” nella classifica sulla capacità o possibilità di disconnessione estiva. A fare peggio in Europa è solo la Serbia: significa che, mentre nei Paesi del nord Europa spegnere il computer per tornare solo dopo i legittimi giorni di ferie è del tutto naturale, in Italia pesa una sorta di “senso di responsabilità”, se non di colpa. «I dati mostrano che il tema non riguarda soltanto il numero di giorni di ferie disponibili. In Italia emerge soprattutto una questione culturale e organizzativa», afferma Chiara Valdata, People Director di SD Worx Italy, che parla di assenza di una cultura delle ferie sana.
Manca la cultura delle ferie “sane”
«Molti lavoratori faticano a utilizzare interamente i giorni maturati e temono che la propria assenza possa creare difficoltà ai colleghi. Una cultura delle ferie sana non si misura dalle giornate previste dal contratto, ma dalla possibilità concreta di utilizzarle senza sensi di colpa e senza compromettere l’operatività del team», spiega ancora Valdata. Insomma, anche quando le ferie sono previste (e non è affatto scontato, specie per chi non ha un contratto a tempo indeterminato, dunque soprattutto per i giovani e molte donne), si fatica a usufruirne.
Basta mentalità della “catena di montaggio”
Nicoletti, però, ci tiene a ridimensionare il “mito da sfatare” sui paesi nordici: «Molte delle soluzioni da loro adottate si rendono strettamente necessarie a compensare condizioni di vita difficili, soprattutto nei mesi invernali, in cui si è costretti a vivere costantemente in ambienti chiusi (e abbiamo visto in tempi di Covid quanto questo sia stressante e alienante). In ogni caso, la cultura delle ferie dovrebbe essere una naturale conseguenza di una visione complessiva e sostenibile dei tempi di lavoro e della produttività, che è invece spesso molto superficiale e ancora di mentalità industriale da catena di montaggio».
Poche ferie e mal godute
Va detto che i dipendenti italiani hanno a disposizione in media 24,7 giorni di ferie retribuite all’anno, leggermente meno rispetto ai colleghi europei (25,3 giorni), ma a far riflettere è che ne desidererebbero di più e non per “pigrizia”. Dal sondaggio Worx emerge che se ne desidererebbero 33,6, mentre in altri Paesi europei le aspettative sono molto inferiori. Secondo gli osservatori, sarebbe la conseguenza di un senso di frustrazione e insoddisfazione nei confronti del proprio lavoro, che in Italia sembra particolarmente diffuso, complice il mancato equilibrio tra vita privata e lavoro.
Come superare il senso di colpa
«Il senso di colpa di chi lascia i propri carichi di lavoro al collega è figlio di frustrazione e ansia da perdita di controllo. In una situazione di carenza organizzativa, assentarsi è vivere nel pensiero di quello che potrà succedere alla nostra identità lavorativa, fatta di compiti e mansioni, quando noi non ci siamo», sottolinea il coach Nicoletti. «La tensione nervosa che ne consegue deve essere canalizzata in modo positivo su azioni che possono dar soddisfazione e fare la differenza, oppure su altri compiti esterni, quando questo diventa impossibile all’interno dell’azienda».
La ricerca di equilibrio vita privata-lavoro
A fare la differenza, però, possono essere «relazioni umane positive, vere e solidali, per poter provare anche a cambiare l’ambiente aziendale. In ambienti sempre più competitivi, queste relazioni vere tendono a essere sempre più rare e difficili», osserva Nicoletti. I dati, del resto, parlano chiaro: il report HR & Payroll Pulse 2026 indica come più della metà dei dipendenti italiani (52%) sia insoddisfatta della propria work-life balance. Il 27,5% ammette che il lavoro influisce negativamente sulla propria salute mentale, mentre il 22% lamenta comportamenti tossici o dannosi da parte dei propri manager.
Le donne sono le più penalizzate
Ad essere penalizzati, intanto, sono soprattutto giovani e donne: «I giovani vivono ancora spesso l’ingresso nelle realtà aziendali con ingenuità: si concentrano sugli aspetti economici e riescono inizialmente a passare sopra a situazioni che diventeranno poi problematiche. Sono comunque sempre di più quelli che rifiutano a priori quelle situazioni e preferiscono la ricerca di ambienti di qualità, anche se devono aspettare. Le donne sono quelle che soffrono di più, molte volte in silenzio, nel conciliare lavoro e vita personale e nel gestire i carichi di pressione lavorativa. La loro sensibilità è considerata debolezza negli ambienti produttivi, e si tende a dire e fare a una donna quello che non si direbbe e farebbe mai con un uomo. L’ho visto fare e continuo a vederlo e considero questi atteggiamenti una vera violenza a sangue freddo che in molti casi è parte integrante delle culture aziendali», conclude l’esperto.