Se c’è un film destinato a incendiare il dibattito sul cinema, è senza dubbio Odissea di Christopher Nolan, adesso nelle sale. Dopo aver portato sullo schermo Batman (con la trilogia iniziata nel 2005), i mondi paralleli (Inception, 2010, e Tenet, 2020), la fisica quantistica (Interstellar, 2014), la seconda guerra mondiale (Dunkirk, 2017) e la bomba atomica (Oppenheimer, 2023), il regista più visionario che ci sia in circolazione ha deciso di confrontarsi con la narrazione epica più influente della storia occidentale. Una scelta a prima vista sorprendente, in realtà quasi inevitabile: ogni grande narratore, prima o poi, finisce per fare i conti con Omero.

Perché proprio l’Odissea di Omero?

Odissea possiede tutto ciò che il cinema contemporaneo cerca disperatamente: avventura, emozione, mostri, guerre, amore, nostalgia, colpi di scena e un protagonista complesso, capace di parlare a ogni epoca. In un’industria che rincorre i franchise, Nolan ha scelto il franchise originale: il poema che da quasi 3.000 anni continua a essere raccontato, reinterpretato e reinventato. Costato una cifra enorme (circa 250 milioni di dollari), interamente girato in IMAX (che offre un’esperienza visiva e sonora estremamente immersiva), con un cast stellare (Matt Damon, Anne Hathaway, Zendaya, Robert Pattinson, Tom Holland, Charlize Theron, solo per dirne alcuni), il film riprende in mano il mito e se ne impossessa.

«Il mito è realmente una struttura di racconto aperto, perché parla a un immaginario privo di una connessione storica» nota Silvia Romani, professoressa ordinaria di Religioni e mitologia del mondo classico all’Università degli Studi di Milano. «Inoltre, pone interrogativi attuali anche oggi: cosa significa essere donna o uomo, o nessuno dei due, qual è il nostro rapporto con la natura, la morte e la vita, l’immortalità. E già tutto lì. Le domande si risolvono non tramite una forma filosofica, ma attraverso un racconto, come vuol dire la parola stessa: mythos significa storia di dèi e di eroi».

La nostalgia del ritorno è universale

Se l’Iliade narra la guerra, l’eroismo e la gloria, l’Odissea racconta qualcosa di più vicino alla nostra esperienza quotidiana. Dice Christopher Nolan: «Ciò che amo di più dell’Odissea è il nostos, la nostalgia del ritorno. Il viaggio di Ulisse verso casa attraversa un paesaggio mitico che riflette continuamente il suo stato interiore. È forse il più grande dei paesaggi mitologici». Ulisse non combatte per conquistare il mondo, combatte per ritrovare ciò che ha lasciato. È un uomo lontano dalla moglie, dal figlio, dalla propria identità.

Ogni sua avventura, dai Ciclopi alle Sirene, da Circe a Calipso, è una deviazione da quell’obiettivo semplice e universale: tornare. Forse è proprio questo il segreto della sua eterna attualità. Tutti, in qualche forma, siamo viaggiatori. Tutti attraversiamo ostacoli, perdiamo la rotta, ci lasciamo sedurre da promesse che sembrano più facili del nostro destino. E tutti, prima o poi, ci chiediamo dove sia la nostra Itaca. Ulisse/Matt Damon nel film griderà: «Nessuno può impedirmi di tornare a casa, neppure gli dèi».

Quanto c’è del libro nel film?

Ma quanto è fedele il film al testo di Omero? Probabilmente abbastanza da far felici gli appassionati e abbastanza poco da farli discutere per mesi. È difficile immaginare una trasposizione letterale dei 24 libri dell’epopea, molto più moderna di quanto ricordiamo dai banchi di scuola. Non procede in ordine cronologico. Alterna presente e passato. Inserisce racconti dentro altri racconti. Cambia continuamente punto di vista. È piena di flashback.

E, come ben sappiamo da tutti i suoi film, se c’è una cosa che appassiona, ossessiona, provoca Nolan è il tempo. Illusione? Realtà? Eterno presente? «In un poema come l’Odissea si può ragionare sul tempo perché continua a ritornare su se stesso» spiega la professoressa Silvia Romani. «Nolan sarà stato affascinato da questo meccanismo e dal tempo magico: Penelope fa e disfa ogni notte la tela, facendo ripartire la scansione temporale da capo. Nel tempo reale il cane Argo avrebbe già dovuto essere morto da decenni, invece quando Ulisse torna a casa scodinzola e muore, saldando tempo storico e tempo ciclico».

Le prime polemiche su Odissea di Cristopher Nolan

Tra le discussioni che hanno accompagnato la produzione, una delle più accese riguarda la scelta di affidare il ruolo di Elena di Troia a Lupita Nyong’o, nata in Messico da genitori keniani: per alcuni una libertà rispetto all’immaginario tradizionale, per altri una forzatura. «Nolan segue la scia di tante riflessioni della cultura anglosassone contemporanea» osserva Silvia Romani. «Penso all’Odissea tradotta da Emily Wilson, che cerca dei pertugi nel mito per rivalutare la figura femminile. Non per fare un romance, ma per valorizzare le complessità della donna».

Lupita Nyong’o in una scena di Odissea.

L’idea moderna di una Grecia antica etnicamente uniforme è, del resto, molto più recente di quanto si creda. Il Mediterraneo era un crocevia di popoli, commerci e migrazioni. Nolan sembra dunque interessato meno alla ricostruzione tradizionale e più alla forza simbolica dei personaggi. Elena non è ricordata per i suoi tratti somatici: è il volto del desiderio, della bellezza e delle conseguenze che possono derivarne.

Ulisse è l’eroe dell’intelligenza e ogni epoca ha avuto il proprio

E poi c’è l’eroe. Ulisse non attraversa il Mediterraneo. Attraversa gli ostacoli che si frappongono tra lui e il nostos. Le Sirene sono le tentazioni. Polifemo è l’arroganza. Circe è la perdita di sé. Calipso è la comodità che rischia di trasformarsi in prigionia. «Ulisse non è il più forte. Non è il più veloce. Non è il più coraggioso. È il più intelligente. Vince usando la testa. L’idea che il cervello possa essere più utile della forza fisica è oggi quasi scontata. Nell’antichità era una rivoluzione narrativa. Ulisse è il primo grande eroe dell’intelligenza. Mentre gli altri sfoderano la spada, lui inventa il cavallo di Troia» racconta ancora Nolan. E poi Ulisse sbaglia. Sbaglia spesso. È impulsivo, curioso oltre il necessario, vanitoso quando non dovrebbe.

Se resta lontano da Itaca per 20 anni, non è soltanto colpa degli dèi. Ed è proprio qui che nasce la sua grandezza. Ulisse ha difetti, debolezze e contraddizioni. Cade e si rialza. Perde tutto e ricomincia. Forse è per questo che nessun personaggio della letteratura occidentale ha avuto una seconda vita altrettanto lunga. Dante lo trasforma nell’esploratore della conoscenza. Alfred Tennyson nell’avventuriero che non vuole invecchiare. James Joyce nell’uomo comune che attraversa Dublino. Konstantinos Kavafis nel simbolo del viaggio come esperienza della vita. Ogni epoca ha costruito il proprio Ulisse. Adesso tocca a Christopher Nolan. E il successo del suo kolossal dipenderà da una sola domanda: riuscirà a ricordarci perché questa storia continua a parlarci? Il vero segreto dell’Odissea non sono i Ciclopi, le Sirene o gli dèi. È qualcosa di molto più semplice. Tutti noi stiamo cercando la nostra Itaca. E tutti, in un modo o nell’altro, stiamo ancora navigando.

Il mito è lo specchio in cui ci riconosciamo

I miti non appartengono al passato. Sono specchi. È questa l’idea che attraversa Il dono del mito. Quello che gli antichi sapevano di noi (Mondadori), il nuovo libro della professoressa Cristina Dell’Acqua, che torna a interrogare il mondo classico come una sorprendente mappa delle emozioni contemporanee. L’assunto è semplice e potente: gli antichi conoscevano molto bene ciò che ancora oggi ci rende umani. «Paura, rabbia, desiderio, perdita, gioia, smarrimento… Cambiano le epoche, cambiano le tecnologie, ma il cuore resta ostinatamente lo stesso».

Per questo, scrive l’autrice, «ogni volta che leggiamo un mito, è come se fosse la prima». Non perché le storie cambino, ma perché siamo noi a cambiare e a riconoscerci in personaggi diversi. Così «l’Odissea è costellata di protagonisti che hanno moltissimo da dirci. Le figure femminili, un’eccezione rispetto alla concezione della Grecia antica in cui la donna era marginale, brillano per il segno che lasciano. Pensiamo a Nausicaa, Calipso, Circe, Penelope. Ognuna declina il femminile: la donna autonoma, seduttrice, maga, strategica…». Il libro di Dell’Acqua raccoglie 9 miti che funzionano come strumenti di comprensione di sé: Medusa, Achille, Atena, Elettra, Dioniso, Pan, Chirone, Narciso, Andromeda. Non una lezione di mitologia, ma una sorta di viaggio interiore.

«Racconto i miti secondo me più attuali e attraverso di essi risalgo a una realtà della nostra vita interiore, per riconnetterci ad alcuni aspetti di noi. Il libro ha un taglio psicoterapeutico: Medusa, per esempio, ho scoperto grazie a delle mie studentesse, è molto seguita da un gruppo di donne su TikTok che vedono in lei un’anima protettrice di tutte coloro che si sentono violate». Alla fine, resta una sensazione precisa: forse i Greci non avevano psicologi, ma avevano inventato qualcosa di altrettanto efficace. Avevano i miti. Che continuano a funzionare perché, sotto il velo del fantastico, raccontano sempre la stessa storia: la nostra. Come scrive l’autrice, i miti sono «veri e propri doni provenienti dal passato» e, a ogni rilettura, ci insegnano qualcosa di nuovo su chi siamo.