Un veloce cambio di foto profilo, una ripulita eliminando contenuti non adatti, non professionali o persino sconvenienti, una revisione della bio: è il “ritocchino” social che viene dato dal proprio account sulle piattaforme, prima di un colloquio di lavoro. Un’operazione che, stando a una recente indagine, riguarda 1 italiano su 4. Ma si può parlare ormai di un must, specie tra la Gen Z.
La prassi del “ritocchino” social
Esattamente come per i trattamenti estetici, dunque, anche i profili social subiscono una sorta di operazione di ringiovanimento, in vista di un colloquio di lavoro. Si tratta di un intervento estetico che riguarda le piattaforme, l’immagine, non fisica ma digitale, che si offre di se stessi e che non sempre mostra il lato migliore di sé o quello più compatibile con il ruolo professionale a cui si aspira. Per questo quasi una persona su 4 procede con una “pulizia” di contenuti e bio. A dirlo sono i dati di un’indagine condotta in Italia da Indeed, portale specializzato nella ricerca di lavoro.
Perché si fa il maquillage social
«Il dato non mi stupisce, anche se va ricordato che l’indagine riguarda persone che usano i social e sono interessate a trovare una nuova occupazione. “Quasi un italiano su quattro” va quindi riferito a questo gruppo. Il fenomeno però è reale: i social non fanno parte del curriculum in senso stretto, ma spesso ne diventano un’estensione informale agli occhi di chi seleziona», commenta Chiara Bacilieri, docente all’Università Cattolica, esperta di lavoro e pari opportunità.
La “gestione dell’impressione”
«Foto e video, commenti, opinioni e interessi raccontano molto più di ciò che una persona sceglie di inserire nel CV, e sapere che questi contenuti possono essere osservati influenza inevitabilmente il comportamento», spiega Bacilieri. Il fenomeno, in crescita, si inserisce poi in un contesto che dal punto di vista psicologico si chiama “gestione dell’impressione”: «Quando sappiamo che saremo valutati, prestiamo più attenzione alle informazioni su cui pensiamo che gli altri formeranno il proprio giudizio. Non significa necessariamente costruire un’identità falsa, ma selezionare o contestualizzare meglio ciò che mostriamo», aggiunge l’esperta.
I Gen Z sono più attenti
Dall’analisi emerge che i più pronti a mettere mano a foto e biografia sono i giovani e, in particolare, la Gen Z con il 38% rispetto al 17% della Gen X, dunque all’incirca la fascia dei loro genitori. «Per la Generazione Z il tema è ancora più rilevante perché i profili social raccolgono spesso anni di vita personale, anche precedenti all’ingresso nel mondo del lavoro. Il “ritocco” del profilo può quindi rispondere alla volontà di apparire più professionali, mentre intervenire sulle impostazioni della privacy può servire a ristabilire un confine tra identità privata e lavorativa».
Anche i datori di lavoro guardano i social
Del resto la preoccupazione alla propria immagine sui social è fondata: «Come emerge dall’indagine, il 73% dei datori di lavoro dichiara di consultare i profili social delle persone candidate e, tra questi, al 70% è capitato di non proseguire una selezione dopo aver visto determinati contenuti – sottolinea Bacilieri – Curare la propria reputazione digitale è comprensibile e può essere utile. Non dovrebbe però diventare l’aspettativa che una persona renda “professionale” tutta la propria identità, compresa quella privata. Un profilo personale non è un curriculum e ciò che racconta della vita privata di una persona non dovrebbe essere utilizzato per valutarne competenze, affidabilità o idoneità professionale, se non ha una concreta attinenza con il ruolo».
Differenze tra uomini e donne
A livello statistico sono soprattutto gli uomini (27%) a controllare ed eventualmente ripulire il proprio account da contenuti ritenuti non idonei in vista di un colloquio di lavoro, mentre le donne si fermano al 21%. Trattandosi di 6 punti percentuali «non possiamo quindi concludere che gli uomini siano più attenti alla propria reputazione digitale o che le donne lo siano meno. Possiamo ipotizzare che gli uomini intervengano maggiormente perché ritengono di aver pubblicato più contenuti poco compatibili con l’immagine professionale che desiderano offrire, oppure perché percepiscono più nettamente la distanza tra il proprio profilo personale e quello lavorativo. Rimane però un’ipotesi e non una spiegazione dimostrata dai dati», osserva l’esperta.
Donne penalizzate dal web?
Ciò che, invece, è stato provato è che uno stesso contenuto può avere conseguenze diverse per uomini e donne. «Uno studio del 2023 ha rilevato che, quando sui social comparivano fotografie in cui le persone candidate si presentavano in modo sessualizzato, le donne venivano penalizzate nelle decisioni professionali più degli uomini – ricorda l’esperta – L’effetto emergeva anche quando le donne avevano qualifiche molto solide e quando a valutare erano persone con esperienza nelle assunzioni. Il dato più rilevante, a mio avviso, non è quanto uomini e donne modifichino la propria immagine online, ma il fatto che, a parità di contenuto, possano essere valutati in modo diverso».
Immagini diverse a seconda dei social
Tra i “ritocchi” più diffusi sui social ci sono la revisione dei contenuti (46%), il cambio di foto profilo o biografia (45%), ma anche oscuramento di alcuni post o immagini, forse ritenuti non idonei o “compromettenti” (16%), e una revisione delle impostazioni privacy (22%). Da questo punto di vista si potrebbe pensare che stia aumentando una sorta di “maturità digitale” con più sensibilità e consapevolezza nei confronti di ciò che si pubblica, anche se in realtà manca un raffronto con gli anni passati. Andrebbe anche valutato come si “ritoccano” i profili social a seconda dei canali mentre, come osserva Bacilieri, «la ricerca non distingue tra LinkedIn, Instagram, TikTok o altre piattaforme: è plausibile che le persone intervengano in modo diverso a seconda del canale, quindi che sui social professionali curino soprattutto foto, biografia e contenuti, mentre su quelli personali tendano a delimitare maggiormente il pubblico e la visibilità delle informazioni».
Più “maturità digitale”
«Trovo particolarmente significativo che il 22% intervenga sulle impostazioni della privacy. Rendere privato un contenuto può essere un modo consapevole di gestire i confini, scegliendo quali aspetti di sé condividere con amici, familiari, colleghe e colleghi o potenziali datori di lavoro. Non tutto deve essere visibile a tutti e uno stesso contenuto può assumere significati diversi a seconda del contesto in cui viene osservato – spiega la docente – Tra le generazioni più giovani emerge una forte attenzione all’equilibrio tra vita personale e lavoro. In quest’ottica, intervenire sulle impostazioni della privacy può essere letto anche come un modo per proteggere il confine tra queste due dimensioni».
I rischi della selezione tramite social
Il fatto che si possano controllare i profili social dei candidati, però, pone un problema: «Il Codice di condotta approvato dal Garante per il settore delle Agenzie per il lavoro prevede che, prima di consultare un profilo, si verifichi la natura professionale del social e che vengano utilizzate soltanto informazioni pertinenti alle capacità e all’attitudine richieste per il ruolo, nel modo meno invasivo possibile. Sono indicazioni riferite alle Agenzie per il lavoro che rientrano nel perimetro del Codice, ma esprimono un principio più generale molto importante: la distinzione tra social professionali e personali non può essere ignorata», sottolinea Bacilieri.
La necessaria distinzione tra pubblico e privato
Come spiega l’esperta, infatti, «consultare senza criteri i profili personali espone chi seleziona a informazioni che potrebbero non avere alcuna attinenza con il lavoro, come origine, orientamento sessuale, situazione familiare, convinzioni religiose o politiche, aspetto fisico e stile di vita. Elementi che possono attivare stereotipi e influenzare il giudizio, anche inconsapevolmente. Inoltre, un contenuto può essere vecchio, ironico, incompleto o estrapolato dal proprio contesto e non offrire quindi indicazioni attendibili sulla futura prestazione lavorativa».
Rimuovere gli stereotipi
«Una fotografia, un’opinione personale o un momento della vita privata non dovrebbero pesare sulla valutazione professionale se non hanno una concreta attinenza con il ruolo», insiste la docente, che esorta a «lavorare, a livello culturale e organizzativo. Più che chiedere alle persone candidate di rendere la propria vita privata adatta allo sguardo di chi seleziona, bisogna aiutare recruiter e responsabili delle assunzioni a riconoscere stereotipi e automatismi, adottare criteri di valutazione chiari e tenere fuori dalla decisione tutto ciò che non è realmente pertinente al ruolo».