Ogni due anni Venezia diventa la capitale mondiale dell’arte contemporanea. La Biennale è uno di quegli appuntamenti che vale davvero il viaggio: non solo per quello che si vede, ma per come lo si vede, in una città che è già di per sé un’opera d’arte.
I Padiglioni nazionali ai Giardini e all’Arsenale sono il cuore ufficiale della manifestazione, ma fermarsi lì sarebbe un errore. In tutta la città, nei palazzi storici, nelle chiese, nelle fondazioni e negli spazi più inaspettati, fiorisce un programma parallelo di mostre che spesso regala le sorprese migliori. Ecco quelle che, questa edizione, meritano davvero una visita.
Leandro Erlich al Negozio Olivetti
Nel cuore di Piazza San Marco, dentro il raffinato Negozio Olivetti progettato da Carlo Scarpa, Leandro Erlich costruisce un mondo in cui le categorie si dissolvono con la mostra Hybrids, ideata da Mario Cristiani e curata da Marcello Dantas e realizzata da Associazione Arte Continua con il supporto del FAI e di Galleria Continua.
In mostra circa venti sculture, alcune inedite, che sembrano il risultato di un’evoluzione andata diversamente: farfalle con ali che ricordano orecchie, coralli che diventano città, alberi che prendono la forma di corpi umani. Forme impossibili, eppure stranamente familiari.
Per Erlich l’arte non è solo rappresentazione: è una forza attiva, capace di continuare la creazione del mondo. In questo spazio così preciso e raffinato, le opere non occupano l’architettura ma la completano, in continuità con la visione culturale di Olivetti.
Horst P. Horst alle Stanze della Fotografia
Sull’Isola di San Giorgio, le Stanze della Fotografia dedicano una grande retrospettiva a Horst P. Horst, e chi lo conosce solo come fotografo di moda troverà molto di più. La Geometria della Grazia riunisce oltre 400 opere: stampe vintage, schizzi, riviste d’epoca, lettere di Coco Chanel e Salvador Dalí, molte delle quali non erano mai state esposte prima.
Quello che emerge è un fotografo che costruiva le immagini come architetture, con una disciplina quasi matematica nel gestire luce, forma e spazio. Il glamour c’è, ma è sorretto da qualcosa di più solido. Nelle sue fotografie la moda diventa una costruzione visiva rigorosa e insieme profondamente sensuale.
Marina Abramović alle Gallerie dell’Accademia
Per la prima volta nella loro storia, le Gallerie dell’Accademia ospitano una mostra dedicata a un’artista donna vivente. È Marina Abramović, con Transforming Energy, curata da Shai Baitel, un progetto che coincide anche con gli ottant’anni dell’artista.
Il percorso si sviluppa tra la collezione permanente e gli spazi temporanei, mettendo in dialogo la sua ricerca con i capolavori del Rinascimento veneziano. Materiali come quarzo e ametista si confrontano con la tradizione veneziana del mosaico, mentre il corpo dello spettatore diventa parte attiva dell’esperienza.
Il pubblico è invitato a rallentare, sostare, entrare in relazione con le opere. Non si tratta di guardare e andare avanti, ma di essere davvero presenti.
Anish Kapoor a Palazzo Manfrin
Palazzo Manfrin, sede dell’Anish Kapoor Foundation, riapre al pubblico dopo quattro anni di restauri ospitando al 5 maggio una mostra dell’artista. L’esposizione è un’indagine su quello che succede prima che le sculture diventino sculture: modelli, studi, ipotesi formali che attraversano oltre cinquant’anni di ricerca, alcuni realizzati, altri ancora no, tutti pensati per riflettere sullo spazio di incontro tra l’oggetto e chi lo guarda.
A queste si aggiungono lavori inediti, tra cui un ambiente immersivo fatto di silicone e pittura, con accumuli e gesti cromatici portati fino alla saturazione. Esperimenti che raramente entrano nel circuito commerciale, ma che, dice Kapoor, sono cruciali per mantenere vivo il suo linguaggio.
Jenny Saville a Ca’ Pesaro
Passeggiando tra calli e canali, si arriva a Ca’ Pesaro, che nel periodo della Biennale ospita la prima grande retrospettiva italiana di Jenny Saville: un’artista che dipinge il corpo senza sconti e senza compiacenza. La mostra, curata da Elisabetta Barisoni con il supporto di Gagosian, attraversa tutta la sua carriera: dai grandi nudi degli anni Novanta, potenti e scomodi, fino ai lavori più recenti che, ispirati anche a immagini di guerra, trasformano la sofferenza in qualcosa di universale.
Il dialogo con la tradizione è costante, soprattutto con Tiziano, ma non è mai nostalgico. Saville usa il corpo come campo di tensione in cui si confrontano identità, bellezza, violenza e storia. L’ultima sala è riservata a opere inedite pensate appositamente per Venezia, un omaggio personale dell’artista alla città.
Arthur Jafa e Richard Prince alla Fondazione Prada
Con il progetto ospitato a Ca’ Corner della Regina, Fondazione Prada mette in dialogo due artisti americani: Arthur Jafa e Richard Prince. Nella mostra curata da Nancy Spector, più di cinquanta opere tra video, fotografie, installazioni e nuovi lavori costruiscono un percorso che funziona per accostamenti e cortocircuiti.
Entrambi gli artisti lavorano sull’appropriazione: prendono immagini dalla cultura pop, dai media, dalla storia americana, e le rielaborano fino a farle diventare altro. Ne emerge un ritratto degli Stati Uniti che non semplifica nulla: identità, razza, violenza, immaginario collettivo si sovrappongono senza risolversi.
Il titolo Helter Skelter, carico di riferimenti, riflette proprio questa instabilità, un sistema di significati che sfida qualsiasi lettura definitiva.
Jan Fabre alla Scuola Grande di San Rocco
Visitando Venezia in occasione della Biennale è d’obbligo una tappa alla Scuola Grande di San Rocco, uno degli spazi più straordinari della città con il ciclo di Tintoretto che ricopre soffitti e pareti. Al suo interno, in dialogo con l’artista cinquecentesco, Jan Fabre presenta The Quiet Source, una riflessione sui temi della famiglia, della memoria e della mitologia personale.
La mostra, curata da Giacinto Di Pietrantonio e Katerina Koskina, sottolinea come due artisti separati da secoli siano accomunati da riflessioni analoghe su luce, spiritualità ed esperienza umana.
Le opere di Fabre sono realizzate in bronzo al silicio, materiale che riflette la luce in modo da diventare una presenza quasi immateriale.
Lorna Simpson a Punta della Dogana
Alla Punta della Dogana, l’artista americana Lorna Simpson presenta Source Notes, mostra curata da Emma Lavigne in collaborazione con il Metropolitan Museum of Art. Circa cinquanta opere tra dipinti, collage, installazioni e un film, più lavori inediti realizzati per Venezia, attraversano oltre vent’anni di ricerca.
Simpson esplora i meccanismi dell’immagine e la costruzione dell’identità: paesaggi, figure e materiali d’archivio si alternano in un percorso che ragiona su memoria, rappresentazione e ambiguità dello sguardo.
Il collage, centrale nella sua pratica recente, diventa uno spazio di assemblaggio e trasformazione visiva, in cui le immagini vengono smontate e rimontate per dire qualcosa di nuovo.
Amar Kanwar a Palazzo Grassi
Co-travellers è la mostra dell’artista indiano Amar Kanwar curata da Jean-Marie Gallais ospitata a Palazzo Grassi nelle sale della Pinaulto Collection.
Due installazioni realizzate a distanza di anni si confrontano nello stesso spazio: The Torn First Pages, sulla storia della Birmania e la sua lotta per la democrazia, e The Peacock’s Graveyard, una riflessione su morte e trasformazione.
Kanwar lavora per frammenti, immagini, testi, suoni che non spiegano ma suggeriscono. Non è una mostra da consumare in fretta: richiede tempo, attenzione, disponibilità a stare con quello che si vede. Un viaggio condiviso, più che una visita, in cui lo spettatore diventa davvero compagno di strada.