Mentre l’Afghanistan, quattro anni dopo la presa del potere da parte dei talebani, precipita in una crisi umanitaria senza precedenti, quattro ragazze, fuggite il 15 agosto del 2021 in quel ponte aereo che tutti ricordiamo, hanno realizzato il loro sogno qui in Italia: fare le cicliste.

Il sogno di 4 ragazze afghane che amano la bici

Già, perché nel loro Paese, sotto il governo dei talebani, sempre più feroce e sordo ai richiami internazionali, le donne devono essere invisibili. Neanche la loro voce si può udire: non possono cantare, non possono andare a scuola oltre le elementari, non possono lavorare, non possono uscire da casa se non con un uomo al seguito, anche per far giocare i bambini. Non possono naturalmente fare sport, né pensare di avere una vita al di fuori di un destino già deciso. Ma per loro, Yuldoz e Fariba Hashimi, Samira Ehrari, Zahra Rezayee, il futuro sarà diverso. Abbiamo incontrato due di loro, le sorelle Hashimi, quattro anni dopo la fuga precipitosa dall’Afghanistan.

La fuga da un futuro di segregazione

Avevamo raccontato la loro storia appena arrivate in Italia, quando si poteva rivelare molto poco dei tanti fuggiti in quei giorni drammatici dall’aeroporto di Kabul. Le famiglie rimaste in patria rischiavano rappresaglie, in alcuni casi la morte, come in effetti è accaduto. Oggi invece possiamo anche dire dove abitano e loro stesse parlano al mondo attraverso profili Instagram da decine di migliaia di follower. Nelle loro parole risuona l’eco del canto delle donne afghane, quello che non possiamo sentire più. La loro voce è per loro. «Oggi, mi sento orgogliosa e libera. Ho la libertà di pedalare, di parlare, di sognare e so che questo è qualcosa che molte ragazze afghane ancora non hanno. Spero che un giorno abbiano la stessa libertà, possibilità e possibilità di sognare, realizzare i loro sogni e pedalare insieme» scrive Yulfdoz, che oggi ha 25 anni. È la più grande delle sorelle Hashimi. Le incontriamo in una call mentre si trovano a Schio, dove vivono quando non gareggiano, insieme ad Alessandra Cappellotto: ex campionessa di ciclismo, è presidentessa dell’Associazione Road To Equality, che ha come obiettivo sviluppare il movimento del ciclismo femminile in Paesi dove non esiste, dall’Africa all’Asia. È lei che, con l’aiuto della onlus Cospe, attiva da più di dieci anni in Afghanistan, è riuscita a portarle in Italia in quel rovente 15 agosto 2021 che sembra ormai lontanissimo.

Yuldoz Ashimi durante in una gara

Il coraggio di portare la bandiera dell’Afghanistan alle Olimpiadi

Questo infatti accadeva alle ragazze della squadra di ciclismo che aveva cominciato a fare i primi passi a Kabul prima dell’avvento dei talebani. «Oggi la squadra femminile non c’è più, ci sono solo i maschi» spiega Alessandra Cappellotto. «L’UCI (Unione Ciclistica Internazionale) non ha riconosciuto il governo dei talebani, e neanche la nuova federazione a cui hanno dato vita dopo il 2021. Quindi a livello internazionale non esiste una squadra afghana, neanche maschile». Per questo, la scelta delle sorelle Ashimi e delle altre due ragazze di partecipare alle Olimpiadi di Parigi come rappresentanti dell’Afghanistan – contro il divieto dei talebani – è stata di rottura. «Avremmo potuto entrare a far parte della squadra dei rifugiati, con divisa bianca e bandiera bianca, ma abbiamo scelto di sfilare con la nostra bandiera e i nostri costumi tradizionali» dice Yuldoz. «Oggi celebriamo il potere dello sport di unire, ispirare e portare speranza» si legge nel suo post su Instagram dedicato alle Olimpiadi Parigi, mentre lei raggiante sventola la bandiera afghana.

Yuldoz aveva già l’obbligo del burqa

E lontanissimo lo è, considerando la svolta che ha preso la vita di queste giovani donne. «Quando pensavamo al nostro futuro, lì in Afghanistan, ci vedevamo sposate e con tanti bambini. Questo sarebbe stato il nostro percorso» ci raccontano con gli occhi che brillano. Quelli di una segregazione scampata. Yuldoz, la più grande, che oggi ha un taglio coraggioso ai capelli, con un ciuffo che grida tutta la sua voglia di libertà, viveva già con il burqa. Fariba invece quattro anni fa aveva 18 anni e aveva già sperimentato alcune delle restrizioni alla libertà personale che vivono le donne. Limiti per noi impensabili e inaccettabili. «Ci ho messo molto a capire che qui in Italia potevo andare in bici tranquilla, senza dire bugie. E che nessuno mi avrebbe preso a sassate». Snocciola così i suoi ricordi Fariba.

L’aparheid delle donne oggi in Afghanistan

Nel frattempo, mentre loro gareggiano in tutta Europa nel circuito delle professioniste d’alto livello, la loro famiglia ha dovuto fare sei traslochi e il fratello è stato aggredito e accoltellato. «Oggi in Afghanistan la ferocia del regime si acuisce di giorno in giorno» racconta Anna Meli, presidentessa di Cospe. «Nei 20 anni di controllo occidentale, la morsa sui diritti umani e delle donne in particolare si era attenuata, oggi invece 15 milioni di donne non studiano e non lavorano, otto su dieci vivono segregate in casa e stanno di nuovo aumentando i matrimoni precoci. L’Alto Commissariato per i Diritti umani ha chiesto l’impeachment del leader dei talebani per apartheid di genere, cioè l’esclusione sistematica delle donne da qualsiasi attività pubblica. In Afghanistan il divario di genere è il più alto al mondo: 76 per cento (quello italiano è del 16-17 per cento). Le ultime notizie riportano la drammaticità dei rimpatri: Pakistan e Iran stanno costringendo le persone fuoriuscite dall’Afghanistan in questi anni a farvi rientro, ma sono soprattutto donne e bambini, ora bloccati al confine perché non possono rientrare senza un uomo accanto. Con una crisi economica e sanitaria devastante, ci sono 3 milioni di bambini a rischio malnutrizione».

L’amore per l’Italia da parte delle cicliste

Come suonano lontane le parole di Fariba: «Sono piena di amici e amiche e faccio quello che amo di più al mondo: andare in bici. Quando sono arrivata in Italia ho capito che avrei potuto scegliere per me e vivere la vita che volevo, senza che altri decidessero al posto mio. Ora parlo italiano, e anche inglese, e devo ringraziare questo Paese straordinario, così pieno d’amore, che non voglio lasciare mai più. Eppure noi l’Italia non sapevamo neanche che esistesse, studiavamo solo cultura e tradizioni afghane». Un isolamento internazionale che, prima di tutto, è volutamente culturale, perché chi non conosce non può essere libero. «Oggi possiamo scegliere» dice Fariba «Certo per noi non è stato facile abbandonare tutto e affrontare una vita piena di incognite. Ma siamo lottatrici».

La libertà oggi non deve essere una conquista: è un diritto

Nelle parole delle due atlete, la lotta e la fatica dello sport si sovrappongono alla lotta per la libertà. «Il giorno in cui ho iniziato – scrive Yuldoz in un post su Instagram- sapevo che questo percorso non sarebbe stato facile, e ho accettato tutte le sfide e ho continuato. Continuerò a lavorare sodo e dimostrerò di essere forte abbastanza, e lotterò per la libertà fino alla fine». Ma non dovete lottare, ragazze. La libertà qui non si deve conquistare, vi appartiene.