“Tredici” spiegato ai genitori

Credits: Beth Dubber

Alisha Boe nei panni di Jessica Davis

di

Filippo Brunamonti

È la serie più discussa del momento, perché affronta temi tabù tra i ragazzi e scomodi per le famiglie: suicidio, bullismo, stupro. Alla vigilia della seconda stagione, abbiamo preparato una “guida per adulti”. Per capire il fenomeno. E i rischi dell’effetto-emulazione

«I suicidi sono ognuno diverso dall’altro» scriveva Stefano Benni nel romanzo La traccia dell’angelo. Quello della studentessa Hannah Barker nella serie tv Tredici è il più visto e discusso dell’anno. La prima stagione ha raccontato la storia delle 7 audiocassette spedite da Hannah al compagno di classe Clay con le 13 ragioni che l’hanno spinta a togliersi la vita: lentamente, con una lametta, in una vasca da bagno. La seconda stagione, dal 18 maggio su Netflix, si concentra sul periodo successivo alla morte di Hannah: la scuola Liberty High si prepara ad affrontare il processo e gli studenti si devono confrontare con altre importanti tematiche che oggi coinvolgono i ragazzi a tutte le latitudini: il bullismo, l’abuso di droga e la violenza sessuale.

Gli adolescenti si sentono compresi perché gli argomenti sono autentici

Il successo, secondo il creatore della serie Brian Yorkey, nasce dal fatto che «i teenager si sentono capiti quando intercettano un telefilm capace di trattare in maniera realistica temi forti come l’incomprensione, il bullismo, il suicidio. Il linguaggio degli adolescenti è un mistero: ogni ragazzino deve poter contare su qualcuno – un genitore, un amico, un insegnante – in grado di sostenerlo. Abbiamo preso coraggio e dato un supporto a chi si sente solo». Brian Wright, vice presidente Original Series di Netflix, aggiunge che «è l’autenticità del progetto ad aver conquistato le fasce d’età tra i 13 e i 18 anni. La prima stagione ha scatenato un dibattito globale». Secondo uno studio della Northwestern University, il 71% di giovani sotto i 20 anni ha giudicato la serie «di forte impatto e immedesimazione» e circa tre quarti degli spettatori hanno detto che lo show ha permesso loro di «digerire temi spinosi e parlarne pubblicamente», rompendo un tabù. Le famiglie americane, tuttavia, si sono rivolte a Netflix chiedendo supporto: da qui la scelta di creare sul web delle clip in cui ogni attore della serie spiega come combattere la depressione, e quali sono le possibilità di aiuto. Il canale è all’indirizzo 13reasonswhy.info.

Il pubblico riconosce il valore soclale della serie

L’impatto culturale di Tredici ha condizionato anche l’attrice Kate Walsh, 50 anni: «Interpreto Olivia Baker, la madre di Hannah» racconta. «Per prepararmi ho scelto di non leggere il romanzo, ma ho parlato con alcune famiglie che hanno vissuto l’esperienza di un parente suicida. Il punto è: sappiamo davvero tutto dei nostri figli? Ho capito che noi genitori non parliamo volentieri di depressione, ansia e morte con le persone che amiamo. Se all’inizio ero scettica sul valore sociale di Tredici, le ricerche per il ruolo mi hanno fatto cambiare idea». La seconda stagione, anticipa l’attrice nota per Grey’s Anatomy e Private Practice, scava a fondo su questioni come giustizia e redenzione.

Justin 13 reasons why

Brandon Flynn nei panni di Justin Foley

Eppure, le critiche che vorrebbero la serie colpevole di rendere il suicidio glamour non mancano

«Gli adolescenti che seguono Tredici senza la guida di un adulto potrebbero essere più esposti all’autolesionismo» sostiene la dottoressa Christina Conolly del Montgomery County School District, nel Maryland. «Guardare una serie dove si mette in scena un suicido o si evoca la morte di un coetaneo causata da depressione e bullismo può influenzare negativamete i ragazzi più deboli». E il New York Times ha scritto: «Mentre i personaggi discutono di suicidio, poco si fa per aprire un dibattito più ampio sulle vere difficoltà giovanili». Ribatte Walsh: «La fiction va a stanare problematiche difficili del mondo reale. Abbiamo scelto, insieme alla giovane produttrice esecutiva Selena Gomez, di inserire un avviso prima di ogni puntata, allertando il pubblico sui contenuti. Non c’è ragione per demonizzare un progetto che offre aiuto a chi si sente emarginato: non esiste l’effetto-contagio. Abbiamo bisogno di storie come Tredici per comprendere i nostri figli e cambiare il sistema insieme a loro».

La seconda stagione fa da eco a movimenti mondiali come #MeToo

Il bollino “suicide drama” potrebbe allontanare i genitori da Tredici o liquidarlo come trend del momento. Ma sul tavolo della seconda serie ci sono storie, volti, drammi molto attuali: la violenza sessuale, il possesso di armi da fuoco, la rabbia giovanile, il razzismo, l’identità di genere, l’omofobia, la depressione, la malattia mentale. Creatore e cast di Tredici sono convinti che «trasportando il pubblico verso un territorio non protetto, dove ci si confronta su problematiche considerate tabù, l’impatto sarà massiccio». La seconda stagione fa da eco a movimenti mondiali come #MeToo, denunciando la disparità uomo-donna, a partire dalle scuole, e a manifestazioni contro l’odio e la lobby delle armi del calibro di March for Our Lives, la marcia che a marzo ha portato in piazza migliaia di giovani studenti americani. Gli spunti di riflessione non sono rivolti soltanto al pubblico Usa. Anche qui in Italia fenomeni come bullismo e cyberbullismo sono all’ordine del giorno: il 52% degli studenti tra 11 e 17 anni subisce comportamenti offensivi, secondo l’ultimo rapporto Censis. E le femmine sono le vittime predilette: il 70%.

Riproduzione riservata
Stampa
Scelti per te