C’è qualcosa di intimamente liberatorio nell’ascoltare le minuziose storie di iene, suricati e molluschi raccontate dalla zoologa, documentarista e divulgatrice Lucy Cooke. Ogni specie che la scienziata britannica cita nel libro che ha appena pubblicato, Femmine – Ribelli, per natura (Edizioni Sonda) – dalle anatre che sviluppano vagine a spirale per difendersi dagli stupri alle lucertole lesbiche che si riproducono senza maschi – ha il potere di sbriciolare secoli di stereotipi sulla femminilità, smontando con rigore scientifico e ironia l’idea che nel regno animale le femmine siano invariabilmente creature soccorrevoli, remissive e, in fondo, irrilevanti. Spoiler: non lo sono. A partire dalle galline.

Il “gallismo” non esiste

Nell’immaginario popolare il gallo è l’emblema stesso della virilità: piumaggio vistoso, canto narcisista, “gallismo” da cortile. Cooke ci convince a riconsiderare la supremazia della gallina, spesso bistrattata, capace invece di sabotare gli accoppiamenti coi maschi indesiderati e dirigere la propria riproduzione con sorprendente autonomia. Allo stesso modo, la zoologa rovescia secoli di metafore sessiste: le sue protagoniste lottano, dominano, si scelgono i partner (anche cinque per volta), possono riprodursi senza la loro partecipazione oppure, quand’anche li coinvolgono, divorarli dopo l’accoppiamento.

La diversità motore dell’evoluzione

Tra aneddoti surreali e riflessioni più profonde sulla scienza patriarcale, Femmine ci propone un nuovo sguardo sulla natura, che contempla la diversità – biologica, sessuale, identitaria – non come errore, ma come motore stesso di un’evoluzione in cui le femmine delle diverse specie si riprendono finalmente la scena.

Cosa l’ha convinta a scrivere?

«Credo che tutto sia partito da un fiero senso di appartenenza al mio genere. Quando studiavo zoologia, mi deprimeva l’idea che le femmine fossero rappresentate solo come spettatrici nel grande teatro della natura. Passive, secondarie rispetto ai maschi, che invece sono aggressivi, competitivi, promiscui, quelli che si divertono davvero. Non mi vedevo riflessa nel regno animale, così ho cominciato a mettere in discussione tutto ciò che mi hanno insegnato».

C’è un episodio in particolare che ha acceso la sua curiosità?

«Lavoravo come conduttrice per la BBC. Eravamo nella riserva del Masai Mara in Kenya. Stavamo usando un ruggito registrato per attirare i leoni e ci siamo trovati davanti due maschi e una femmina. I maschi se ne sono andati, la femmina è rimasta. Ho chiesto al professore esperto di leoni cosa stesse succedendo. “Probabilmente vuole accoppiarsi con noi” ha risposto. “Forse ci considera un’opzione”. In quel momento ho capito che il mondo animale è più complesso di come lo rappresenti l’accademia».

Il femminismo nel regno animale

Come ha scelto le specie esplorate nel libro?

«Mi premeva passare in rassegna l’intero spettro di ciò che significa essere femmina. Raccontare storie che non fossero mai state analizzate e, soprattutto, scegliere esempi che illustrassero non solo la diversità comportamentale, ma anche quella fisica delle femmine: un tema molto attuale, visto che anche tra gli esseri umani il dibattito su cosa voglia dire essere donna è acceso e divisivo».

Mi sembrava utile mostrare quanto sia straordinariamente variegata la femminilità nel regno animale, nei corpi, nei cervelli e nei comportamenti.

In natura il genere non è binario

I suoi esempi dimostrano che il genere non è binario in natura. Che implicazioni ha questa nozione?

«Ciò che a me interessa è mostrare quanto siano plastiche e flessibili le nozioni di sesso, genere e ruoli nel mondo naturale. Quando scopri esempi come la talpa femmina portatrice di tessuto testicolare e varietà di pesci “fluidi”, capisci che il sesso non è un sistema rigido. Magari tra 100 milioni di anni vivremo sottoterra e avremo bisogno di sviluppare dei testicoli anche noi, chi lo sa?».

Ha ricevuto critiche dal mondo accademico?

«Qualche vecchio professore bianco ha avanzato flebili obiezioni, ma niente di serio. Quando sei a fine carriera, non hai voglia di ammettere di aver sbagliato tutto, pensi solo a uscirne a testa alta, difendendo le tue convinzioni. Però nessuno è riuscito davvero a criticare il mio lavoro, perché è ben documentato e scientificamente fondato».

Dalla narrazione maschiocentrica all’approccio femminile

Perché la narrazione maschiocentrica darwiniana è rimasta incontrastata così a lungo?

Perché a lungo la scienza è stata un passatempo per uomini e le donne non avevano strumenti per indagare la propria storia biologica

«Gli uomini hanno sempre approfondito ciò che interessava loro, comprensibilmente attratti dai comportamenti degli esemplari maschi: le femmine non interessavano granché. Solo dagli anni ’70, quando le ragazze hanno avuto accesso a un’istruzione paritaria, hanno potuto a loro volta osservare gli animali sul campo, porre domande che rispecchiano il loro punto di vista».

Come si può rendere più consapevole la scienza?

«La risposta è semplice: diversità. Le scoperte che racconto nel libro sono il frutto dell’ingresso di voci più varie nel mondo scientifico. Donne, persone con diverse identità sessuali e di genere hanno cominciato a porre domande che rispecchiano la propria esperienza. Ma servirebbe ancora più diversità. Credo ad esempio che la lingua inglese abbia una sorta di monopolio sulla scienza, e questo è pericoloso. Sarebbe meraviglioso se più voci culturali e linguistiche potessero esprimersi, perché la lingua plasma anche il pensiero».

Esempi di leadership femminile nel mondo animale

L’umorismo che usa è una strategia consapevole?

«È proprio il mio stile, non riesco a farne a meno. Il mio agente in realtà mi taglia metà delle battute per farmi sembrare un po’ più seria, ma a me piace l’umorismo, credo sia un’arma fantastica. Scrivo di teorie evolutive complesse, a volte dure da digerire. Ma se le corredo con esempi coloriti e qualche risata, riesco ad attirare e coinvolgere più persone».

Quali esempi di leadership femminile ci indica il mondo animale?

«Sono tantissimi. A me piace moltissimo quello delle orche, le cosiddette balene assassine: vivono in società guidate da femmine in post-menopausa. Sono gruppi estremamente coesi, empatici. C’è una comunità, al largo delle coste americane, in cui vive un’orca con la scoliosi: ha la colonna vertebrale deformata, eppure ha avuto una vita lunga e sana, perché è sostenuta dal resto del gruppo».

Dove la porta la sua ricerca?

«Il mio prossimo libro parlerà di mascolinità. L’idea che i maschi siano tutti tossici, aggressivi e competitivi è una visione limitata. Il mio nuovo progetto esplora proprio questo: cos’è davvero la mascolinità e cosa abbiamo trascurato nel raccontarla?».

Un messaggio per le giovani scienziate?

«Seguite le vostre convinzioni. Nella scienza c’è ancora tanto sessismo. Ci vorrà tempo per smantellare il patriarcato scientifico, ma le voci femminili sono fondamentali: le scienziate che ho scoperto scrivendo Femmine sono le mie nuove eroine».