È stata forse Michela Murgia, alcuni anni fa, la prima a fare un accostamento tanto ardito quanto vero: «Nascere maschi in un sistema patriarcale e maschilista è un po’ come essere figli maschi di un boss mafioso. Non sai nemmeno cosa sia la mafia, ma da quel momento tutto quello che mangerai, berrai, vestirai verrà dall’attività mafiosa». È una frase che inchioda. Perché racconta quanto possa essere pervasivo un sistema di potere quando si trasforma in cultura. Quando smette di essere eccezione e diventa consuetudine.
Femmicidio e analogie: mafia e patriarcato a confronto
Lo abbiamo visto, ancora una volta, con il femminicidio di Pamela Genini, uccisa dall’ex compagno che non accettava la fine della relazione. Una tragedia annunciata, maturata nel silenzio, nel controllo, nella cultura del possesso. L’ennesimo esempio di una mentalità radicata, che punisce le donne quando smettono di “stare al loro posto”. Così accade per la mafia. Così succede per il patriarcato. Ed è da questo sguardo spiazzante ma necessario che nasce Mai più cosa vostra (Mondadori), il nuovo libro di Ilaria Ramoni, avvocata, e Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano. Un’indagine a due voci che invita a tenere insieme due mondi che, a uno sguardo distratto, sembrerebbero lontani. E invece si reggono sulle stesse fondamenta.
Donne, controllo e punizione: come rompere lo schema
Eppure, per cogliere quanto patriarcato e mafia si somiglino, non servono concetti astratti. Basta osservare da vicino le dinamiche che li regolano. Un caso emblematico lo racconta la sociologa Renate Siebert, tra le prime a studiare il ruolo delle donne nelle organizzazioni mafiose. In una sentenza del Tribunale di Palermo del 1983, tre mogli di boss furono assolte dall’accusa di essere prestanome. La motivazione? Erano “donne siciliane tradizionali”: troppo passive per sapere cosa firmavano. Una giustificazione che fotografa una mentalità ancora diffusa: quella secondo cui le donne sarebbero incapaci di comprendere, scegliere, agire. Su questo senso comune si è fondata la forza della mafia e su questo stesso pregiudizio poggia ancora oggi il patriarcato. «Le analogie sono tantissime. Omertà. Isolamento. Dipendenza economica. Mancanza di autonomia psicologica ed emotiva. La violenza non sempre viene riconosciuta come tale, spesso viene negata, giustificata» dice Ilaria Ramoni. Ma cosa succede quando una donna rompe lo schema? Accade che l’ordine si incrina. E allora arriva la punizione. «Come per chi sfida un marito mafioso, anche nel patriarcato la reazione può essere estrema. Il femminicidio è questo: un delitto di potere. La risposta feroce a chi prova a smantellare una struttura che esiste da sempre. Eppure, è proprio da lì che si comincia» aggiunge l’avvocata.
Se impariamo a riconoscere quei meccanismi possiamo iniziare a spezzarli. E forse, finalmente, essere tutte più libere
Radici giuridiche del patriarcato
Per capire quanto il patriarcato sia una struttura resistente occorre guardare indietro. Le sue radici affondano nel diritto, prima ancora che nella consuetudine. Per secoli, la disuguaglianza tra uomini e donne non è stata solo accettata: è stata legalmente sancita. «Le leggi sono cambiate, ma è rimasta la cultura» osserva Fabio Roia. Fino al 1975, era l’uomo a decidere dove vivere e la donna doveva seguirlo. Il matrimonio non era un’unione tra pari, ma un contratto tra uomini, tra il padre della sposa e il futuro marito. L’adulterio era punibile solo se commesso dalla donna. Lo ius corrigendi, cioè il diritto del marito di “correggere” la moglie con percosse, è esistito a lungo senza scandalo. «Il linguaggio stesso del diritto ha contribuito a consolidare la diseguaglianza. Ancora oggi, nel Codice civile, si misura la “diligenza” di un comportamento sulla base del buon padre di famiglia, mai della buona madre» aggiunge Roia. Non è solo simbolico: è il segno di una gerarchia interiorizzata.
Violenza secondaria: la giustizia che non protegge le donne
Ma il linguaggio, che per secoli ha legittimato il patriarcato, continua ancora a plasmarlo nei luoghi che dovrebbero tutelarne le vittime, le aule di giustizia. Come nelle zone d’ombra che proteggono la mafia, anche nel sistema giudiziario resistono retaggi culturali duri a morire. «Gli stereotipi entrano in aula, si fanno parola, insinuano dubbi sulla credibilità delle donne. E, troppo spesso, le trasformano da vittime in imputate» dice Roia. È la violenza secondaria: quella che colpisce dopo il reato, quando la donna viene interrogata più per la sua vita privata che per ciò che ha subìto. Se un uomo viene borseggiato, nessuno gli chiede se aveva bevuto. Ma una donna che denuncia uno stupro si sente ancora chiedere: «Com’eri vestita?». Non è solo cultura popolare distorta: è anche giurisprudenza. «I jeans non possono essere sfilati senza una fattiva collaborazione» scrisse la Cassazione nel 1999, assolvendo l’imputato. Nel 2022 un uomo è stato assolto a Torino perché la vittima «era alterata dall’alcol». E ancora nel 2024, a Milano, un’avvocata ha posto a una vittima questa domanda: «Dopo ha visitato un sexy shop?». Il giudice l’ha dichiarata inammissibile. Ma il danno era fatto.
Le parole contano
Anche la scelta delle parole conta. Parlare di “conflitto familiare” quando c’è violenza è un errore grave e diffuso: confonde la reciprocità con l’abuso. Allo stesso modo, usare “stalking” al posto di “atti persecutori” attenua la portata di un reato che distrugge la vita. «L’approccio deve essere neutro, non suggestivo, ma anche empatico e non giudicante. La donna va messa nelle condizioni di potersi aprire, senza cadere di nuovo vittima dei pregiudizi. Solo così può liberarsi dal senso di colpa e vergogna che la società patriarcale ha creato» ricorda Roia. E non è una questione di forma. Ma di giustizia. E se è una questione di giustizia, dobbiamo chiederci perché così tante donne non chiedono aiuto. «Secondo l’indagine fatta in recente passato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio il 63% delle donne uccise non aveva mai denunciato violenze precedenti» continua Roia. «Solo il 9% si era rivolta a un avvocato, appena il 2,5% a un centro antiviolenza. È una solitudine che parla chiaro».
Le donne non denunciano perché hanno paura — di ritorsioni, di essere giudicate, di fare una brutta fine — ma anche perché non hanno fiducia nella giustizia. Non credono che lo Stato possa proteggerle
Formazione e risorse: il cambiamento che parte dal sistema
E allora il cambiamento non può che partire da qui. «Servono percorsi di alta formazione, specialistica e multidisciplinare, per giudici, avvocati, operatori, forze dell’ordine. Ma anche formazione “di contatto”, come la chiamo io: ritrovarsi attorno allo stesso tavolo per rileggere insieme un processo, una domanda sbagliata, un silenzio mal interpretato. Per chiedersi: cos’altro si poteva fare? Cos’altro si può fare d’ora in poi?» propone Roia. Eppure, formazione e consapevolezza, da sole, non bastano. «Il quadro normativo c’è ed è allineato alle direttive europee. Ma spesso si fanno leggi “a costo zero” che indicano obiettivi senza prevedere risorse» spiega Ramoni. L’analogia con la mafia torna anche qui: come la criminalità si rafforza dove lo Stato è assente, così la violenza maschile si alimenta nel vuoto istituzionale, nella mancanza di strutture e di prevenzione. «Oggi una donna potrebbe essere ascoltata da remoto, evitando la presenza in aula. Ma questo sarebbe possibile solo se ogni tribunale avesse dispositivi funzionanti, connessioni stabili, personale formato» aggiunge l’avvocata. Invece, i malfunzionamenti restano la norma. E la promessa di tutela, troppo spesso, resta sulla carta.
Priorità invertite: politica, fondi e responsabilità culturale
Lo squilibrio è evidente anche nelle scelte politiche. Nell’estate di quest’anno ha fatto discutere la decisione del governo di stanziare 43 milioni di euro per le Olimpiadi invernali, prelevandoli dal fondo per vittime di mafia, usura e orfani di femminicidio. Un fondo che presentava un “residuo” non speso. «Ma perché quei soldi non sono stati usati prima per prevenzione, sostegno, reinserimento? Perché non si è ritenuto urgente proteggere chi vive sotto minaccia quotidiana?» si chiede Roia. Anche qui, come nel contrasto alla criminalità organizzata, non si può combattere un sistema togliendo risorse a chi ne ha più bisogno. Ma il cambiamento non è solo questione di leggi o investimenti. È una questione culturale. Una trasformazione che parte dalle istituzioni, sì, ma che chiama in causa ognuno di noi. Le radici del patriarcato sono profonde e spesso crescono dove non guardiamo, nei pensieri che lasciamo passare, nelle parole che scegliamo. Tolstoj scriveva che tutti vogliono cambiare il mondo, ma pochi vogliono cambiare se stessi. Rita Atria, testimone di giustizia, a 17 anni lo aveva già capito: per combattere la mafia (e il patriarcato) dobbiamo prima sconfiggerli dentro di noi.