Branco. Bestie. Galletti. Stalloni. Mi è capitato di recente di notare come molti degli appellativi che siamo soliti usare per commentare certe esibizioni di virilità smargiassa e comportamenti spregevoli con cui certi uomini danno libero sfogo ai loro istinti primari siano mutuati dal mondo animale. Come se fosse responsabilità della natura la loro incontinenza sessuale, l’irrefrenabile incapacità a “tenersi”, l’attitudine da predatori. Quasi che a guidarli, nelle azioni ordinarie e nelle relazioni, fossero più le parti basse, impacchettate nelle mutande, che quelle nobili, chiuse nella scatola cranica.

Le giustificazioni storiche della violenza

È forse (anche) a causa di queste similitudini, con cui conviviamo da tempo immemore, che tanti gesti ignobili contro le donne hanno ottenuto attenuanti persino dalla legge. Pensiamo al delitto d’onore, che fino all’81 giustificava varie forme di omicidio e femminicidio (contro mogli fedifraghe, figlie, sorelle) per riparare l’onore offeso; o al Codice Zanardelli, prima legislazione penale del Regno d’Italia, che sotto il cappello di reati sessuali faceva un distinguo tra violenza carnale e atti di libidine, riducendo la pena per questi ultimi in quanto espressione di “sfoghi di appetito” colpevolmente scatenati dalle femmine. Soppiantato dal Codice Rocco, il diritto penale italiano ha giustificato fino a tempi recenti atteggiamenti abusivi o molesti con la scusante del gesto passionale o del raptus di gelosia, riconoscendo solo nel ’96 lo stupro come delitto contro la persona invece che contro la morale. E mostrandosi ancora oggi vulnerabile rispetto a certi retaggi che addossano alle vittime la correità di certi reati, per l’abito troppo corto o il fare troppo “sciolto”. La carne è carne.

Natura o cultura? La scienza e il patriarcato

Dunque, dobbiamo rassegnarci a una vita da prede? Guardarci le spalle da potenziali molestatori, che a volte si annidano persino in casa? Insomma vivere “in difesa”, perché questo è il “progetto” di Madre Natura. Le femmine di ogni specie remissive e sottomesse, i maschi competitivi e dominanti. Perennemente in balia degli ormoni. Per scoprirlo abbiamo interpellato una zoologa, che, sgrondando i suoi studi da convinzioni ataviche e facili cliché, è arrivata a questa conclusione.

Il patriarcato non è un assioma della genetica o dell’etologia. Semmai è patriarcale la scienza che ce l’ha raccontato

Preparatevi allora a smantellare stereotipi e granitiche certezze che ancora circolano attorno all’immaginario sul mondo animale – da sempre dominato da re leoni e tori scatenati – e lasciatevi sedurre da orche che vivono in società guidate da femmine in post-menopausa, pesci “fluidi” e galline intelligenti (come cantavano Cochi e Renato). Le sue ricerche, raccolte in un libro appena uscito, non sono altro che la conferma che è la cultura, non la natura, che ha generato le discriminazioni, i falsi miti su ruoli e propensioni, la “guerra tra i sessi”. Esasperando o silenziando alcuni tratti “dominanti” dei generi. Ché sul fronte biologico, è innegabile, non siamo uguali. Ma senza alcun criterio di merito, nessuna pretesa di superiorità (o, peggio, assunzione d’inferiorità).

Siamo essere pensanti, animali evoluti

Morale: non è l’istinto che guida le nostre azioni. Non sempre, almeno. E, quando lo fa, possiamo mediarlo con la ragione. Siamo esseri pensanti. Possiamo scegliere di essere abietti o nobili. Barbari o civili. Rispettosi o violenti. Possiamo tenere a bada gli impulsi stupidi e le voglie moleste, qualora si presentino. Siamo animali, sì, ma pur sempre evoluti. Anche se molte, troppe volte non sembra. L’ho presa alla larga, ma ancora non mi capacito che possa davvero esistere un gruppo di uomini che postano e condividono sui social foto private delle proprie mogli, facendo i fenomeni coi compagni di branco. Giustificandosi, una volta beccati, dicendo che è un gioco. Lo stesso, in nuce, che ha portato Gisèle Pelicot a essere sedata e stuprata per anni da sconosciuti reclutati sul web dal marito guardone. Orrore. Non so se sia peggio l’abuso in sé o il fatto di trattarlo come un innocuo passatempo. Non coglierne proprio la gravità. A volte mi chiedo se certi umani siano davvero mammiferi evoluti.