Lasciano il lavoro per dedicarsi ai figli e alla casa. Ma non chiamateli “mammi”, “baby sitter” o “papà marsupio”. Sono i padri che decidono di lasciare il lavoro per dedicarsi ai figli, e sono in crescita. Nel biennio 2023-2024 sono stati circa 19mila, in aumento rispetto al passato. Ma a rinunciare alla carriera – e allo stipendio – sono ancora soprattutto le donne: ben il 70% rispetto al 30% degli uomini.
Crescono i padri che si dimettono e scelgono la famiglia
La notizia è proprio che i padri che scelgono la famiglia rispetto al lavoro sono in aumento. Secondo l’Ispettorato nazionale del lavoro, sono stati circa 19mila tra il 2023 e il 2024. Un dato in crescita, che potrebbe indicare una tendenza in consolidamento, anche se ben lungi dall’indicare un’inversione di tendenza o una parità rispetto alle donne. In Italia, infatti, a presentare le dimissioni per occuparsi della famiglia sono ancora soprattutto le donne: 7 su 10, rispetto agli uomini, che compiono “l’ardua scelta” solo in 3 casi su 10.
Verso la normalizzazione del padre caregiver?
I più ottimisti cercano di sottolineare l’aspetto positivo del quadro: qualcosa sta forse cambiando, complice anche il post pandemia, con un aumento delle dimissioni in generale (l’effetto quiet quitting) per privilegiare il benessere e l’equilibrio lavoro-famiglia rispetto alle prospettive di carriera o a uno stile di vita troppo stressante. La strada verso una maggiore parità nella genitorialità, infatti, pare ancora lunga.
Chi sono i padri che si dimettono
In ogni caso, a indicare nuove strade sono soprattutto i giovani, come dimostrano ancora i dati dell’Ispettorato del lavoro: le dimissioni volontarie riguardano la fascia d’età 34-44 anni e si concentrano soprattutto tra chi ha un solo figlio. A ben vedere, poi, le motivazioni che spingono a lasciare un posto di lavoro sono ancora segnate da differenze di genere: tra le donne prevale l’esigenza di occuparsi della famiglia; per i padri, invece, spesso si tratta di un cambio a favore di un impiego migliore, anche se appunto stanno emergendo quelli che decidono di rinunciare al proprio stipendio per fare i padri a tempo pieno.
Serve una genitorialità più paritaria
«Non è un caso che siano soprattutto le coppie più giovani a compiere queste scelte. Certamente è un segnale importante, perché si pone attenzione e in qualche modo si cerca di cambiare ciò che finora era dato per scontato, cioè che siano le donne a occuparsi della prole e dei compiti di cura, anche dei genitori anziani. Finora si è sempre diviso tra la riproduzione della vita, affidata al genere femminile, e la produzione materiale, affidata a quello maschile, visto come l’unico procacciatore di reddito. È chiaro che in un contesto patriarcale si prevedeva anche l’accettazione di questa visione, mentre oggi le donne iniziano a non farlo più», osserva Carmen Leccardi, docente emerita di Sociologia della cultura all’Università di Milano Bicocca.
Carenza di servizi a supporto dei genitori
Di fondo rimane comunque l’esigenza di far fronte alla mancanza di servizi di supporto, arrivando a una scelta così totalizzante come l’abbandono del posto di lavoro. Qualcosa di recente è stato fatto, come l’aumento del 4,5% dei posti negli asili nido e nei servizi educativi per i bambini tra 0 e 3 anni, ma il problema rimane viste le liste d’attesa in quasi il 60% delle strutture per l’infanzia, specie al Nord. L’alternativa passa dalla scelta di scuole private, che però non tutti possono permettersi. D’altro canto, anche la scelta di rinunciare a uno stipendio non è alla portata di tutti: spesso prevale l’esigenza di una doppia entrata per sostenere i bilanci familiari.
La scelta del “breadwinner”
Per le famiglie che, conti alla mano, trovano comunque più vantaggioso optare per le dimissioni di uno dei genitori invece che pagare a peso d’oro servizi a sostegno della famiglia, la scelta è quasi obbligata: il cosiddetto “breadwinner”, colui che porta a casa la pagnotta, che è in grado di mantenere l’intera famiglia è ancora quasi sempre il padre, visti gli stipendi più alti per gli uomini. Il gender gap, insomma, fa la differenza.
Più flessibilità per entrambi i genitori
D’altro canto anche sul fronte dei congedi di paternità e maternità rimangono ancora disparità da colmare. I padri hanno diritto a 10 giorni lavorativi (retribuiti al 100%) di cui usufruire obbligatoriamente entro i 5 mesi dalla nascita del figlio o della figlia. Possono salire a 11 se la madre “cede” loro un giorno dei propri. Esiste poi il congedo parentale facoltativo, per entrambi i genitori, con cui stare a casa 6 mesi (massimo 10 sommando il permesso di padri e madri), ma è retribuito al 30% e può essere chiesto entro il primo anno di vita dei figli. Troppo poco per molte famiglie.
Il rischio di violenza economica
Una diretta conseguenza del gender gap salariale, che porta spesso le donne a rinuncicare al lavoro, è il rischio di subire violenza economica: il fatto di non poter contare su un proprio stipendio, che significa autonomia, espone le donne al pericolo di perdere autonomia e dunque, in caso di abusi, non volerli o poterli denunciare, pena ritrovarsi senza la possibilità di sostentamento. «Sicuramente è così. Ben vengano i padri che rinunciano al lavoro, perché finora invece ha prevalso l’idea che gli uomini avessero una sorta di “diritto di prelazione” sulla possibilità di fare carriera o ottenere riconoscimento professionali. Questo, però, apre anche a un’altra riflessione che riguarda una contraddizione che ha a che fare con un’altra violenza», spiega la sociologa.
Un segnale importante, ma restano contraddizioni
«Se da un lato aumentano fenomeno postivi come questo, dei padri che scelgono di lasciare il lavoro, dall’altro non diminuisce la violenza sulle donne – spiega Leccardi – Io terrei questi due aspetti insieme, perché sottolineano una contraddizione sociale: si tratta di segnali di maggiore consapevolezza, ma al contempo anche di una forte resistenza a questo tipo di cambiamento da parte di chi è legato ancora a una certa idea del femminile. Questo problema può essere maggiore in contesti nei quali esiste ancora una certa disparità nell’accesso all’istruzione terziaria, cioè universitaria. La strada, quindi, è ancora lunga», conclude la sociologa.