Autolesionismo: quando tua figlia si fa del male

La prima volta che Sara si è tagliata le braccia con le lamette aveva 16 anni ed era furiosa a causa di un litigio con sua madre. «Era come se mi sentissi esplodere per la rabbia» rircorda. «A un certo punto, presa dall’ira, ho rotto un quadro ferendomi con un pezzo di vetro. Mentre il sangue scorreva, mi calmavo, mi sentivo sollevata. Da allora tagliarmi è diventata una sorta di dipendenza: l’ho fatto per 10 anni, dopo le discussioni in casa o quando le mie compagne di scuola mi prendevano in giro. In quei momenti mi sentivo soffocare: tagliarmi significava aprire una finestra e respirare».

Quanto è frequente l’autolesionismo?

Ragazzi che si fanno del male intenzionalmente tagliandosi (cutting), bruciandosi (burning), prendendosi a cinghiate, perfino sbattendo la testa contro il muro. L’autolesionismo è un fenomeno sempre più diffuso in Italia: secondo l’ultima ricerca dell’Osservatorio nazionale adolescenza, il 20% dei preadolescenti tra gli 11 e i 13 anni dichiara di avere messo in atto condotte autolesive. Percentuale che cala di pochissimo, al 18%, nella fascia d’età 14-19 anni. Nel 67% dei casi si tratta di femmine e nel 14% di giovani che lo fanno in maniera ripetitiva.

Perché se ne parla ancora troppo poco?

«Nei confronti dell’autolesionismo c’è una sorta di stigma sociale» spiega Maura Manca, psicoterapeuta, presidente dell’Osservatorio nazionale adolescenza e autrice del libro L’autolesionismo nell’era digitale (Alpes Italia). «L’autolesionismo non è un problema “socialmente accettato” come il bullismo. Quando un ragazzo racconta di tagliarsi molto spesso viene deriso o allontanato da compagni e amici. Una reazione che gli fa provare vergogna e lo porta a chiudersi in se stesso». Eppure i dati parlano chiaro: il cyberbullismo riguarda l’8,5% degli adolescenti, l’autolesionismo il 20%.

Quali sono le cause?

Il timore di non essere compresi da chi sta loro intorno induce i ragazzi a cercare uno sfogo “sicuro” in Rete. Nel web esistono migliaia di gruppi dove i teenager postano immagini e filmati delle loro ferite: attraverso i social trovano un ambiente nel quale riconoscersi, condividere il proprio malessere e sentirsi accettati da amici virtuali con lo stesso disagio, vivendo così l’illusione di avere un sostegno morale. «Alcuni post e video hanno raggiunto 2 milioni di visualizzazioni» sottolinea Maura Manca. «Ecco perché è concreto il rischio che queste comunità generino una sorta di “contagio” e fungano da rinforzo della patologia stessa».

Ma cosa spinge i ragazzi a tagliarsi?

«I motivi sono diversi» dice Giuseppe Martorana, psicologo, responsabile di Sibric.it, portale di informazione e ricerca sui comportamenti autolesionistici. «In alcuni casi all’origine del disagio ci possono essere traumi infantili, abbandoni e abusi sessuali. Ma spesso l’autolesionismo si manifesta anche in adolescenti che vivono in famiglie apparentemente “normali”: nuclei in cui i genitori, se da un lato non fanno mancare nulla dal punto di vista materiale, dall’altro sono poco attenti alla parte emotiva del rapporto con i figli, non riuscendo così a cogliere disagi e conflitti interiori. Il comune denominatore degli adolescenti autolesionisti è un profondo dolore che non riesce a essere elaborato e viene espresso soltanto provocando sofferenza al proprio corpo».

Come riconoscere i segnali?

«Un giorno mi sono incisa la scritta “Ti odio” su un braccio» racconta Francesca. «Era riferita a mia madre. I miei genitori erano presi dai loro lavori e i rapporti, soprattutto con la mamma, erano pessimi. I miei non si sono mai accorti che mi tagliavo o forse non hanno mai voluto accorgersene».

Per nascondere il loro comportamento alla famiglia questi ragazzi spesso coprono le ferite alle braccia indossando maglie a maniche lunghe anche in estate, portano molti braccialetti ai polsi o si tagliano in parti nascoste, come la pianta dei piedi. «Ci sono segnali che rappresentano dei campanelli d’allarme» spiega la psicoterapeuta Manca. «Sfoghi di rabbia eccessivi, improvvisi sbalzi di umore, indumenti frequentemente sporchi di sangue, l’abitudine di non mostrare mai il proprio corpo o di chiudersi a chiave in bagno e in camera dopo una lite o dopo la scuola».

In che modo uscirne?

Il corpo dei ragazzi che si fanno del male racconta il loro dolore: una sofferenza profonda che non viene verbalizzata e diventa quindi difficile da cogliere per un genitore. «Se si sospettano comportamenti auto- lesionistici è fondamentale evitare di giudicare o addirittura colpevolizzare i ragazzi» osserva Maura Manca. «È necessario invece sforzarsi di attivare un dialogo fino a quel momento assente, per capire cosa provano. Senza dimenticare che il problema va affrontato con il sostegno di un esperto».

Racconta Sara: «Io sono guarita grazie alla psicoterapia. Ho imparato a tirare fuori quello che avevo dentro, esprimendo la mia rabbia a parole anziché ferendomi. Ho dovuto combattere una battaglia lunga e difficile, che mi ha fatto scoprire la mia forza interiore. Non credevo di averla, ma oggi sono diventata una madre migliore per mia figlia».

All’origine di quei tagli: i numeri in Italia

42% La percentuale di ragazzi che si provoca ferite o contusioni per ridurre l’ansia o la rabbia. 36% La percentuale di chi si ferisce per calmarsi. Il 32% lo fa per alleviare il disagio psicologico, il 25% per punirsi. 62% I ragazzi che dicono di litigare spesso con i genitori. 40% La quota di adolescenti che afferma di vivere in un ambiente familiare molto conflittuale (Fonte: Osservatorio nazionale adolescenza). 

Riproduzione riservata