Chirurghe: sempre più donne in sala operatoria

I dati rivelano che nel giro di pochi anni le chirurghe saranno più numerose dei colleghi maschi. Eppure c’è ancora chi, in ospedale e fuori, ostacola il loro lavoro

Tra una decina d’anni oltre la metà degli interventi potrebbe essere fatta da donne. Sì, perché ormai tra i chirurghi under 50 sono più le femmine che i maschi, e il sorpasso diventerà sempre più clamoroso. In 11 delle 17 branche della chirurgia il numero delle specializzande ha superato quello dei colleghi uomini, come emerge da un recente studio del sindacato Anaao Giovani Campania.

A parità di competenze i chirurghi maschi sono ancora favoriti

I dati vanno interpretati, perché nascondono una realtà ancora presidiata dal sesso forte. Infatti, nonostante l’avanzata delle donne, molte di loro sono chirurghe solo sulla carta e quelle in posizioni apicali si contano sulle dita di una mano. «Di fatto la maggior parte non diventa mai primo operatore, ovvero la figura che si prende la responsabilità dell’intervento. Se va bene, rimangono secondo o terzo assistente per tutta la vita, soprattutto nella chirurgia a elevata complessità, come quella oncologica» commenta di Gaya Spolverato, giovane chirurga oncologica all’Ospedale di Padova e presidente di Women in Surgery Italia. «L’associazione nasce in risposta al problema di accettazione delle donne in chirurgia da parte dei colleghi uomini, ma anche da parte dei pazienti che ancora oggi si sentono più sicuri se a operarli è un maschio. Spesso ci chiedono: “È lei che mi opera? È sicura di farcela?”. Sembra banale, ma a forza di essere sminuite continuamente, alcune perdono fiducia nelle proprie capacità fino ad accettare posizioni di retrovia». «Sapesse quante volte che già ero primo chirurgo, i pazienti mi chiamavano “Signorina” mentre il mio specializzando maschio era sempre “Dottore”».

Franca Melfi lo racconta divertita, perché lei alle differenze di genere non ha mai dato peso. Solo oggi, che è considerata la regina della chirurgia toracica mini invasiva e della chirurgia robotica ed è a capo della Scuola di chirurgia toracica di Pisa, si rende conto di quanta fatica abbia fatto. «Quando mi sono affacciata al mondo della chirurgia ero talmente affascinata e così piena di energia che pensavo di poter far tutto. Ma in quanto donna ho presto capito che se mi fossi assentata più del dovuto, non mi avrebbero lasciato spazi, motivo per cui non ho cercato una maternità e sono andata in sala operatoria anche quando non stavo bene. Io ho iniziato negli anni ’90 e allora la presenza di una donna al tavolo operatorio era inconcepibile. Oggi per fortuna la situazione è cambiata: io per esempio ho un’équipe tutta femminile».

Le donne sono più precise e delicate. e dedicano molto più tempo ai pazienti. Motivo per cui, secondo una ricerca inglese, i malati che vengono operati da chirurghe hanno minori possibilità di avere complicanze

È un fatto che nel 2020 nessuno si meravigli nel vedere una donna in camice verde. Ma nell’ambiente è palese come a parità di competenze gli uomini siano ancora favoriti. Da un recente questionario inviato alle maggiori società chirurgiche italiane è emerso che per oltre il 70% delle intervistate l’essere donna è un ostacolo alla carriera chirurgica e il 76% di loro ha subito discriminazioni di genere durante la formazione.

Se il chirurgo è donna, i pazienti hanno meno probabilità di morire

Anche in chirurgia sono ancora molti a sostenere che una donna si fa strada solo “se ha le palle”. Come a intendere che la capacità di dirigere un’équipe sia un’attitudine maschile per natura. «Penso che non ci sia niente di più offensivo. Eppure fino a non molti anni fa le donne chirurgo tendevano a essere trasandate, come se somigliare ai colleghi maschi potesse aiutarle» prosegue Melfi. C’è da dire che si è sempre pensato che la chirurgia fosse un’arte in cui serviva prestanza fisica quando invece conta avere delicatezza, precisione, capacità multitask e saper mantenere la calma anche quando ci sono complicazioni. Tutte cose in cui non c’è differenza tra maschi e femmine, anche se credo che noi siamo più meticolose e dedichiamo molto più tempo a chi operiamo».

Un primato femminile sancito da un’importante ricerca pubblicata sul British Medical Journal in cui risulta che se il chirurgo è donna, i pazienti hanno meno probabilità di morire o di avere complicanze entro 30 giorni dall’intervento. La ragione? Oltre agli ottimi risultati in ambito chirurgico la donna ha un quadro clinico più completo.

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Chirurghe e madri

Le donne che affrontano la gravidanza senza rinunciare al sogno della chirurgia sono meno della metà. Lo dicono i dati di una recente indagine condotta dal sindacato dei medici dipendenti. Questo perché ieri come oggi è una professione totalizzante che mal si concilia con il crescere uno o più figli. Chi va avanti sa che dovrà fare un enorme sacrificio sulla sfera personale. Non fosse altro che dal momento che entra in sala operatoria si assenta dal mondo per un numero imprecisato di ore in cui i problemi rimangono fuori dalla porta.

«Quando hai tra le mani la vita di una persona, non puoi pensare di interrompere un intervento per rispondere al telefono e risolvere un problema di tuo figlio. Né puoi tirarti indietro dai turni di guardia che, con i problemi di carenza di organico che abbiamo in Italia sono frequentissimi, un limite che impedisce anche le sostituzioni. Poi c’è la reperibilità h24 e i congressi obbligatori 2 o 3 volte l’anno, che ti portano a non vedere la tua famiglia per giorni» spiega la dottoressa Daniela Surico, che a 40 anni dirige la Scuola di specializzazione in Ginecologia ostetricia della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università del Piemonte orientale ed è responsabile di Ginecologia oncologica all’ospedale di Novara. «Molte mie assistenti dopo la maternità scelgono ruoli più tranquilli in ambulatorio o in corsia. Io le incoraggio a non abbandonare la sala operatoria, ma senza una solida rete sociale a cui delegare non ce la fanno. Nel mio caso, oltre a una tata e una nonna di cui mi fido ciecamente, ho un marito che mi ha anche aiutata a gestire i sensi di colpa. Esco di casa quando mio figlio ancora dorme e rientro 12 ore dopo. Mi sono persa tutte le sue partite di calcio, le visite dal dentista, le recite a scuola. Ma poi ogni secondo del mio tempo libero lo dedico a lui. Il mio punto d’onore è potergli trasferire l’immagine di una mamma felice e di una donna che sa essere carismatica senza rinunciare alla dolcezza».

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I talenti imprescindibili per un chirurgo

Verrà il giorno in cui essere concilianti con i colleghi, gestire con grazia il personale, mostrarsi sensibili con i pazienti saranno talenti imprescindibili per un chirurgo. Al pari delle sue capacità in sala operatoria. Ma per Gaya Spolverato i tempi non sono ancora maturi. «Le chirurghe della mia generazione risentono ancora della vecchia scuola maschile. Nei prossimi anni chi assumerà il ruolo di leadership non sarà colei che usa un approccio femminile, ma ancora quella che lavora più degli uomini per dimostrare che è brava almeno quanto loro. Per sostenere questa battaglia la nostra associazione sta creando MentorWIS, un network internazionale di chirurghe esperte che si prestano a consigliare, a dare un esempio anche di organizzazione di vita alle più giovani».

Con un esercito di donne sempre più nutrito, non c’è dubbio che anche la sanità italiana dovrà attrezzarsi per rendere questo lavoro più a nostra misura. Modelli virtuosi già esistono in Nord Europa, dove negli ospedali ci sono i nidi aziendali e i carichi di lavoro tra generi sono equamente distribuiti, sia a casa sia in sala operatoria. Dopotutto di strada ne abbiamo percorsa tanta. E lo dobbiamo a chirurghe capaci e tenaci che stanno pian piano erodendo il feudo maschile, fino a diventare modelli per tante professioniste talentuose.

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La legge che protegge la salute della donna chirurgo e del suo bambino

C’è una legge che protegge la salute della donna chirurgo e del suo bambino. Questa norma, che considera la professione del chirurgo come a rischio, prevede che la donna non operi e non entri in sala operatoria per tutto il periodo di gravidanza, più i 3/4 del post partum. Però in un Paese come il nostro, dove ancora si fa fatica ad applicare la parità di genere in sala operatoria, una norma così tutela la sicurezza ma può trasformarsi in un boomerang per la carriera.

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Il primo network rosa in ambito medico

Nove professioniste che ricoprono posizioni apicali in altrettanti campi della sanità italiana si sono unite creando Women Network in Healthcare, per far sì che la rivoluzione di genere in corso nei nostri ospedali sia accompagnata anche da un cambiamento culturale. Nei prossimi anni il network porterà avanti iniziative rivolte a tutte quelle donne impiegate in ambito medico che vogliono lavorare sulla consapevolezza dei loro talenti e riuscire così ad affermarsi. Il progetto è stato promosso da Medtronic Italia e avviato in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza (11 febbraio).

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