Febbre, tosse e difficoltà respiratorie sono i tre campanelli d’allarme di fronte ai quali occorre rivolgersi al proprio medico per capire se si è in presenza di coronavirus o semplicemente alle prese con l’influenza stagionale. Si tratta di sintomi che però possono essere confusi. A fare chiarezza è il nuovo report dell’Istituto Superiore di Sanità, che fa il punto anche sulla trasmissione del COVID-19 e lo stato clinico dei contagiati, partendo dai dati dei pazienti in cura finora.

Le difficoltà respiratorie non sono “il fiatone”

Secondo le analisi dell’ISS sui dati relativi ai pazienti italiani (fino al 6 marzo) la febbre e le difficoltà respiratorie sono i principali campanelli d’allarme della presenza del COVID-19, rispettivamente con l’86% e l’82%. La sola tosse, presente come sintomo iniziale della metà dei casi (50%) non basta, dunque, per sospettare del nuovo coronavirus. «La difficoltà nell’individuare il caso di coronavirus sta nel fatto che le manifestazioni cliniche sono variegate. Il vero discrimine è dato soprattutto dalla presenza di tosse e difficoltà respiratorie, dunque quel senso di mancanza d’aria. Non va confuso con il fiatone che si può avere salendo le scale. L’affanno deve insospettire se lo si prova a riposo, insieme a un aumento del battito cardiaco» spiega il virologo Fabrizio Pregliasco, virologo all’Università degli studi di Milano e direttore scientifico dell’Istituto Galeazzi di Milano.

I “nuovi” campanelli d’allarme

Esistono però altri campanelli d’allarme di cui all’inizio non si è parlato molto: la presenza di diarrea e la perdita di sangue dal naso o dalle alte vie respiratorie (5%). Si tratta di elementi che compaiono dopo una prima fase iniziale, nella quale sono presenti sintomi tipici e analoghi anche all’influenza: naso che cola o mal di gola. A questi segnali se ne aggiunge un altro, che riguarda la congiuntivite. Il COVID-19, infatti, non aggredisce solo le vie respiratorie, ma anche le mucose: per questo è possibile che colpisca la congiuntiva, dando luogo alla congiuntivite, l’infiammazione della membrana trasparente che ricopre la parte bianca dell’occhio (sclera) e la superficie interna delle palpebre. Si manifesta con lacrimazione, secrezioni, forte bruciore e con la sensazione di avere sabbia negli occhi, che si arrossano.


Come distinguere il COVID-19 dall’influenza?

«La presenza di diarrea, ad esempio, può essere confusa con una influenza intestinale. Per questo occorre prestare attenzione alla respirazione, soprattutto per i soggetti cardiopatici o con insufficienza respiratoria» dice l’esperto. Secondo gli esperti questo si verifica in 1 paziente su 5, mentre solo nel 5% dei casi si rende necessario il ricovero per la gravità dell’insufficienza polmonare.

In una fase iniziale i sintomi, dunque, possono essere facilmente confusi: «Se non ci fosse il coronavirus e si trattasse di una normale influenza stagionale non troppo aggressiva, probabilmente usciremmo ugualmente e andremmo anche a lavorare, magari prendendo un farmaco per alleviarne i sintomi. Il rischio di diffusione del contagio da coronavirus impone, invece, misure di isolamento necessarie. Ma non per la gravità del quadro clinico, che nell’80% dei casi non richiede terapie particolari, quanto per non sovraccaricare il sistema sanitario, sia a livello di medici di famiglia sia nei pronto soccorso» spiega Pregliasco, che aggiunge: «L’influenza comunque è in fase di regressione, quindi a breve dovrebbe essere più semplice distinguere i casi, dal momento che eventuali sintomi prossimamente saranno per lo più attribuibili al COVID-19».

Cosa fare se ci sono sintomi?

«Quando le persone hanno la febbre è sufficiente che allertino il proprio medico, rimanendo a casa. Se invece si riscontrano entrambi i sintomi (febbre e difficoltà respiratorie, che si manifestano con la sensazione di mancanza d’aria) è meglio contattare il 112 o 118» ha spiegato Silvio Brusaferro, presidente dell’ISS.

Quanto durano influenza e coronavirus?

«Solitamente l’influenza ha un decorso di 4 giorni, che possono arrivare a 7/10 nelle forme simil-influenzali. Per il coronavirus, invece, i tempi sono più lunghi: si può arrivare anche a due o tre settimane, non tutti in forma acuta, ma piuttosto prolungata: insomma, ce lo si trascina un po’ più a lungo, magari con sintomi lievi» spiega Fabrizio Pregliasco.

La gravità dei sintomi

Il contatto con il COVID-19 può manifestarsi con intensità differente a seconda dei soggetti. Le analisi condotte finora mostrano che il 9,8% dei casi è asintomatico (sui 2.539 per i quali sono stati analizzati i dati clinici). Nel 5,1% si è in presenza di pochi sintomi, nel 30,1% di sintomi lievi, nel 5,6% di un quadro clinico grave e nel 18,6% critico. In un terzo del campione non si specifica invece l’entità. Circa 1 soggetto su 5 infettato ha bisogno del ricovero (21%) e nel 12% dei casi si tratta del reparto di terapia intensiva.

L’età a rischio

Quanto all’età dei contagiati, col passare dei giorni e delle settimane, si è potuto fare un identikit più preciso sul campione italiano: l’età media è 69 anni. Il COVID-19 finora ha contagiato soprattutto nella fascia 51/70 anni (46%) e gli over 70 (44%). La percentuale scende tra i 19/50enni (10%) mentre è irrilevante tra gli 0 e i 18 anni (0%).

Mortalità: uomini e donne

Rispetto ai contagiati, i decessi riguardano una fascia d’età più alta, esattamente di 81,4 anni. In Italia la letalità è del 2,9% (rispetto al 2,3% della Cina) e le vittime sono soprattutto uomini: 69% rispetto al 31% delle donne. Tra le persone decedute, è stata riscontrata la presenza media di oltre tre patologie in contemporanea (3,6).