Le macchine del tempo non esistono. Almeno, non nel senso che intendiamo noi. Eppure il mondo ne è pieno: una foto ingiallita, il profumo di un vecchio maglione, una canzone alla radio, il sapore di una merenda d’infanzia. Sono frammenti che ci catapultano indietro di anni, di decenni, facendoci rivivere emozioni che credevamo di aver perso per sempre. Una di queste macchine del tempo si chiama Gardaland e quest’anno compie 50 anni. Mezzo secolo di mani sudate prima del loop, di foto polaroid sbiadite davanti a Colorado Boat, di occhi che si chiudono per paura e si riaprono per meraviglia, e di quella strana sensazione di essere cresciuti ma di sentirsi ancora bambini.

Da allora, 100 milioni di visitatori avrebbero superato la soglia del dolce e spassoso nido di Prezzemolo. Uscendone diversi. Tornando con le tasche piene di ticket rosicchiati, magliette troppo grandi, palloncini che si afflosciano il giorno dopo, ma soprattutto con qualcosa di invisibile e prezioso: il ricordo di una sensazione così bella da non riuscire a spiegarla. E quindi la voglia matta di tornare, per riviverla un’altra volta come fosse la prima. Ma cosa rende un posto così speciale da trasformarsi in un archivio emotivo della nostra esistenza? Cosa ci spinge a tornare, anche da adulti, negli stessi luoghi dove eravamo bambini, e a trascinare i nostri figli sulle stesse giostre che ci facevano battere il cuore? Quali meccanismi emotivi si attivano quando entriamo in un parco divertimenti, trasformando ognuno di quegli ingressi in un rito di passaggio?
La staffetta delle generazioni
«C’era un tempo in cui si arrivava qui dopo mesi di attesa e con le cartine stradali piegate sul cruscotto: oggi si parte prenotando con un’app e si condividono in diretta i video delle montagne russe», raccontano da Gardaland in occasione del cinquantesimo. Così, in queste poche frasi, è riassunto il viaggio nel tempo del parco divertimenti, che ha tenuto per mano diverse generazioni attraverso quello che i sociologi chiamano “rituale intergenerazionale”. Dai pionieri della Generazione X, che nel 1975 andavano alle elementari con i genitori nati nel dopoguerra, ai bambini della Generazione Alpha, piccoli nuovi membri “iniziati” da nonni e genitori al rito di passaggio. È una staffetta di testimoni emotivi che funziona come collante sociale: secondo gli studi sulla memoria collettiva, i luoghi condivisi diventano ancore identitarie che rafforzano i legami familiari.

Ogni famiglia sviluppa i propri rituali: l’emozionante countdown all’arrivo che scatta al primo cartello stradale con scritto “Gardaland”, la foto davanti alla fontana, il giro sulla stessa giostra, persino il waffle sempre nello stesso chiosco. Il parco diventa così un luogo dove le generazioni si riconoscono e si tramandano non solo divertimento, ma anche identità. Un po’ paradossale, no? Considerato che quella vissuta in un parco divertimenti è un’esperienza totalizzante, immersiva, che ha il potere piacevolmente inquietante di farti dimenticare per qualche ora chi sei, dove sei, da dove vieni. Una contraddizione, questa, che ha un suo perché.
I nonluoghi di Marc Augé
Marc Augé, raffinato antropologo francese, ha definito i parchi divertimento dei perfetti nonluoghi, neologismo che lo ha reso noto. Ma cosa vuol dire, esattamente, nonluogo? È uno spazio di tutti e di nessuno, neutro e transitorio, dove le persone si muovono senza stabilire connessioni durature o lasciare impronte personali. Aeroporti, centri commerciali, stazioni di servizio, alberghi: tutti posti in cui siamo solo di passaggio, standardizzati e asettici, eppure incredibilmente efficienti, pieni di una loro estetica e funzionalità. Che stranezza: i parchi divertimento a prima vista sono tutt’altro che anonimi, impersonali e distaccati. Ma Augé non si sbagliava. Perché Gardaland e affini sono nonluoghi, sì, ma non come tutti gli altri.
I parchi divertimento non sono vissuti con noia, ma con una valenza positiva che Augè definisce “la gioia del riconoscimento”, derivante da un senso di familiarità
L’antropologo, nel 1997, ha scritto un libro in cui racconta in prima persona una giornata trascorsa a Disneyland. Il lettore passeggia insieme a lui tra le giostre e le scenografie, partecipando a tutto ciò che l’autore vede e prova. Nota, per esempio, che già da lontano le cime delle attrazioni più alte sono visibili e questo, oltre a provocare piacevoli emozioni, indica contemporaneamente sia la lontananza del parco dal mondo “reale” che la sua vicinanza spaziale. Un altro paradosso? Pur essendo nonluoghi, le attrazioni dei parchi attingono costantemente alla storia e alla cultura. Non stupisce trovare un’ambientazione egizia accanto a una scenografia piratesca, nonostante i millenni che le separano nella realtà. Queste ricostruzioni tematiche esistono per il puro piacere estetico ed emotivo, sono mondi in scala ridotta che, susseguendosi rapidamente, generano la “gioia del riconoscimento” – sostanzialmente la stessa sensazione che proviamo sfogliando un album di fotografie.
Emozioni su misura (e su hard disk)
Un album di fotografie o, se vogliamo essere più tecnologici, un hard disk: è forse questa la vocazione di un parco divertimenti? Un contenitore impermeabile all’acqua del tempo in cui riporre, asciutti e sicuri, ricordi ed emozioni. Varcare la soglia di un parco tematico significa entrare in un catalogo di sensazioni predefinite: ogni zona è progettata per attivare emozioni specifiche, dall’adrenalina alla nostalgia, dalla paura al divertimento puro. Le attrazioni sono il risultato di calcoli precisi, ingegneria emotiva che trasforma il visitatore in un ricettore di stimoli accuratamente dosati.

Sentimenti “preconfezionati”, ma non per questo meno intensi. Anzi, proprio perché ripetibile e garantita, l’esperienza diventa ancora più rassicurante. Sapere che Oblivion ci farà impallidire e l’albero di Prezzemolo commuovere, non rende l’esperienza meno autentica. In fondo è lo stesso meccanismo che ci spinge a riascoltare una canzone che ci emoziona o a tornare al nostro film preferito: la ripetizione non uccide la magia, la consolida. È come l’ennesimo backup che mette in salvo l’hard disk.
Tra nostalgia e tecnologia
E a proposito di hard disk… le cattedrali del divertimento sono anche luoghi dove la nostalgia dell’infanzia incontra l’entusiasmo tecnologico. Quando chiude un’attrazione storica, non è solo la giostra che scompare: è un segnalibro temporale che viene cancellato, un riferimento condiviso che aveva unito generazioni diverse. Alcune attrazioni storiche diventano intoccabili, come monumenti emotivi. E quelle nuove, intanto, lavorano ricordi ed emozioni per le generazioni del domani. Come nel migliore loop di un rollercoaster. I social media hanno trasformato questa nostalgia in performance collettiva. Su TikTok e Instagram proliferano i video “vintage” di vecchie attrazioni, con milioni di visualizzazioni e commenti che si trasformano in pellegrinaggi della memoria.
Nasce così il paradosso della nostalgia tecnologica: usiamo gli strumenti più avanzati per celebrare il passato, creiamo contenuti ipermoderni per raccontare quello che amiamo.

L’orologio che non segna mai le ore
Funziona così, una macchina del tempo. Come un portale che conduce in un mondo magico e intatto, con un orologio tutto suo, immune al passare del tempo. O meglio, esposto quanto basta ai cambiamenti di chi lo attraversa, per rinnovarsi rimanendo comunque fedele a se stesso. Qui sta la magia dei parchi divertimento: sono diventati esperti nel farci percepire cresciuti e al tempo stesso mai diventati davvero grandi. È il piccolo cortocircuito che si attiva quando entriamo e usciamo da una macchina del tempo, quello sbalzo che ci fa sentire contemporaneamente la bambina di otto anni che eravamo e l’adulta che siamo oggi. La stessa scarica elettrica che ci spinge a fotografare tutto, a conservare ogni biglietto, a raccontare per anni quella volta che…

Mentre le attrazioni mutano, si dissolvono e riemergono in forme nuove, i parchi tematici restano archivi viventi della nostra geografia emotiva. Un luogo dove ogni generazione può seppellire i suoi tesori invisibili – le prime volte condivise, i segreti sussurrati in coda, la vertigine di sentirsi grandi, la promessa segreta di tornare, un senso nuovo scoperto in un mondo che si rovescia come la Magic House – sapendo di ritrovarli intatti a ogni ritorno.